Cuore
di
Edmondo De Amicis
Questo
libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i quali
sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d'un anno
scolastico, scritta da un alunno di terza d'una scuola municipale d'Italia. -
Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta
propriamente lui, tal qual è stampata. Egli notava man mano in un quaderno,
come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e
suo padre, in fin d'anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di
non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole
del figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio,
rilesse il manoscritto e v'aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria
ancor fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io
spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene.
OTTOBRE
Il
primo giorno di scuola
17,
lunedì
Oggi
primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in
campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi
inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala
voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio
erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni,
e davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia
civica duravan fatica a tenere sgombra la porta. Vicino alla porta, mi sentii
toccare una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi
capelli rossi arruffati, che mi disse: - Dunque, Enrico, siamo separati per
sempre? - Io lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle parole. Entrammo a
stento. Signore, signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve,
tutti coi ragazzi per una mano e i libretti di promozione nell'altra, empivan
la stanza d'entrata e le scale, facendo un ronzio che pareva d'entrare in un
teatro. Lo rividi con piacere quel grande camerone a terreno, con le porte
delle sette classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni. C'era folla,
le maestre andavano e venivano. La mia maestra della prima superiore mi salutò
di sulla porta della classe e mi disse: - Enrico, tu vai al piano di sopra, quest'anno;
non ti vedrò nemmen più passare! - e mi guardò con tristezza. Il Direttore
aveva intorno delle donne tutte affannate perché non c'era più posto per i loro
figliuoli, e mi parve ch'egli avesse la barba un poco più bianca che l'anno
passato. Trovai dei ragazzi cresciuti, ingrassati. Al pian terreno, dove s'eran
già fatte le ripartizioni, c'erano dei bambini delle prime inferiori che non
volevano entrare nella classe e s'impuntavano come somarelli, bisognava che li
tirassero dentro a forza; e alcuni scappavano dai banchi; altri, al veder andar
via i parenti, si mettevano a piangere, e questi dovevan tornare indietro a
consolarli o a ripigliarseli, e le maestre si disperavano. Il mio piccolo
fratello fu messo nella classe
della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano. Alle dieci
eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici dei miei
compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il primo
premio. Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle
montagne dove passai l'estate! Anche ripensavo al mio maestro di seconda, così
buono, che rideva sempre con noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e
mi rincresceva di non vederlo più là, coi suoi capelli rossi arruffati. Il nostro
maestro è alto, senza barba coi capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta
sulla fronte; ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l'un dopo l'altro,
come per leggerci dentro; e non ride mai. Io dicevo tra me: - Ecco il primo
giorno. Ancora nove mesi. Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche!
- Avevo proprio bisogno di trovar mia madre all'uscita e corsi a baciarle la
mano. Essa mi disse: - Coraggio Enrico! Studieremo insieme. - E tornai a casa
contento. Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro, e non
mi par più bella come prima la scuola.
Il
nostro maestro
18,
martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l'entrata, mentre egli era già seduto al suo posto, s'affacciava di tanto in tanto alla porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso, per salutarlo; s'affacciavano, passando, e lo salutavano: - Buongiorno, signor maestro. - Buon giorno, signor Perboni; - alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano. Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornare con lui. Egli rispondeva: - Buon giorno, - stringeva le mani che gli porgevano; ma non guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse. Poi guardava noi, l'uno dopo l'altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare, gli prese il viso fra le mani e lo guardò; poi gli domandò che cos'aveva e gli posò una mano sulla fronte per sentir s'era calda. In quel mentre, un ragazzo dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò tutt'a un tratto; il ragazzo risedette d'un colpo, e restò lì, col capo basso, ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: - Non lo far più. - Nient'altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di dettare, ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua voce grossa, ma buona: - Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo di passarlo bene. Studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. Avevo ancora mia madre l'anno scorso: mi è morta. Son rimasto solo. Non ho più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi. Voi dovete essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore; la nostra scuola sarà una famiglia e voi sarete la mia consolazione e la mia alterezza. Non vi domando una promessa a parole; son certo che, nel vostro cuore, m'avete già detto di sì. E vi ringrazio. - In quel punto entrò il bidello a dare il finis. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che s'era rizzato sul banco s'accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: - Signor maestro, mi perdoni. - Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: - Va', figliuol mio.
Una
disgrazia
21,
venerdì
L'anno
è cominciato con una disgrazia. Andando alla scuola, questa mattina, io
ripetevo a mio padre quelle parole del maestro, quando vedemmo la strada piena
di gente, che si serrava davanti alla porta della Sezione. Mio padre disse
subito: - Una disgrazia! L'anno comincia male! - Entrammo a gran fatica. Il
grande camerone era affollato di parenti e di ragazzi, che i maestri non
riuscivano a tirar nelle classi, e tutti eran rivolti verso la stanza del
Direttore, e s'udiva dire: - Povero ragazzo! Povero Robetti! - Al disopra delle
teste, in fondo alla stanza piena di gente, si vedeva l'elmetto d'una guardia
civica e la testa calva del Direttore: poi entrò un signore col cappello alto,
e tutti dissero: - È il medico. - Mio padre domandò a un maestro: - Cos'è
stato? - Gli è passata la ruota sul piede, - rispose. - Gli ha rotto il piede,
- disse un altro. Era un ragazzo della seconda, che venendo a scuola per via
Dora Grossa e vedendo un bimbo della prima inferiore, sfuggito a sua madre,
cadere in mezzo alla strada, a pochi passi da un omnibus che gli veniva
addosso, era accorso arditamente, l'aveva afferrato e messo in salvo; ma non
essendo stato lesto a ritirare il piede, la ruota dell'omnibus gli era passata
su. È figliuolo d'un capitano d'artiglieria. Mentre ci raccontavano questo, una
signora entrò nel camerone come una pazza, rompendo la folla: era la madre di
Robetti, che avevan mandato a chiamare; un'altra signora le corse incontro, e
le gettò le braccia al collo, singhiozzando: era la madre del bambino salvato.
Tutt'e due si slanciarono nella stanza, e s'udì un grido disperato: - Oh Giulio
mio! Bambino mio! - In quel momento si fermò una carrozza davanti alla porta, e
poco dopo comparve il Direttore col ragazzo in braccio, che appoggiava il capo
sulla sua spalla, col viso bianco e gli occhi chiusi. Tutti stettero zitti: si
sentivano i singhiozzi della madre. Il Direttore si arrestò un momento,
pallido, e sollevò un poco il ragazzo con tutt'e due le braccia per mostrarlo
alla gente. E allora maestri, maestre, parenti, ragazzi, mormorarono tutti insieme:
- Bravo, Robetti! - Bravo, povero bambino! - e gli mandavano dei baci; le
maestre e i ragazzi che gli erano intorno, gli baciaron le mani e le braccia.
Egli aperse gli occhi, e disse: - La mia cartella! - La madre del piccino
salvato gliela mostrò piangendo e gli disse: - Te la porto io, caro angiolo, te
la porto io. - E intanto sorreggeva la madre del ferito, che si copriva il viso
con le mani. Uscirono, adagiarono il ragazzo nella carrozza, la carrozza partì.
E allora rientrammo tutti nella scuola, in silenzio.
Il
ragazzo calabrese
22,
sabato
Ieri
sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà camminare
con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso
molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia
folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro, con una cintura di
marocchino nero intorno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato
nell'orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che
guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli
prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra
nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di
cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano.
Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia degli uomini illustri,
e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre
della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un
popolo pieno d'ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non
s'accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un
ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei
fratelli. Detto questo s'alzò e segnò sulla carta murale d'Italia il punto
dov'è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte: - Ernesto Derossi! - quello che ha
sempre il primo premio. Derossi s'alzò. - Vieni qua, - disse il maestro.
Derossi uscì dal banco e s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al
calabrese. - Come primo della scuola, - gli disse il maestro, - dà l'abbraccio
del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l'abbraccio dei figliuoli
del Piemonte al figliuolo della Calabria. - Derossi abbracciò il calabrese,
dicendo con la sua voce chiara: - Benvenuto! - e questi baciò lui sulle due
guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. - Silenzio! - gridò il maestro, -
non si batton le mani in iscuola! - Ma si vedeva che era contento. Anche il
calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il
posto e lo accompagnò al banco. Poi disse ancora: - Ricordatevi bene di quello
che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese
fosse come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa
propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni e
trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma
chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia,
si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una
bandiera tricolore. - Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli
regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall'ultimo banco, gli
mandò un francobollo di Svezia.
I
miei compagni
25,
martedì
Il
ragazzo che mandò il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di
tutti, si chiama Garrone, è il più grande della classe ha quasi quattordici
anni, la testa grossa, le spalle larghe; è buono, si vede quando sorride; ma
pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco già molti dei miei
compagni. Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color
cioccolata e un berretto di pelo di gatto: sempre allegro, figliuolo d'un
rivenditore di legna, che è stato soldato nella guerra del 66, nel quadrato del
principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C'è il piccolo Nelli, un povero
gobbino, gracile e col viso smunto. C'è uno molto ben vestito, che si leva
sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c'è un
ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore; una faccia
tonda come una mela con un naso a pallottola: egli ha un'abilità particolare,
sa fare il muso di lepre, e tutti gli fanno fare il muso di lepre, e ridono;
porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un
fazzoletto. Accanto al muratorino c'è Garoffi, un coso lungo e magro col naso a
becco di civetta e gli occhi molto piccoli, che traffica sempre con pennini,
immagini e scatole di fiammiferi, e si scrive la lezione sulle unghie, per
leggerla di nascosto. C'è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto
superbo, ed è in mezzo a due ragazzi che mi son simpatici: il figliuolo d'un
fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio,
pallido che par malato e ha sempre l'aria spaventata e non ride mai; e uno coi
capelli rossi, che ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre è
andato in America e sua madre va attorno a vendere erbaggi. È anche un tipo
curioso il mio vicino di sinistra, - Stardi, - piccolo e tozzo, senza collo, un
grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al
maestro senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e
se lo interrogano quando il maestro
parla, la prima e la seconda volta non risponde, la terza volta tira un calcio.
E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già
espulso da un'altra Sezione. Ci sono anche due fratelli, vestiti eguali, che si
somigliano a pennello, e portano tutti e due un cappello alla calabrese, con
una penna di fagiano. Ma il più bello di tutti, quello che ha più ingegno, che
sarà il primo di sicuro anche quest'anno, è Derossi; e il maestro, che l'ha già
capito lo interroga sempre. Io però voglio bene a Precossi, il figliuolo del
fabbro ferraio, quello della giacchetta lunga, che pare un malatino; dicono che
suo padre lo batte; è molto timido, e ogni volta che interroga o tocca qualcuno
dice: - Scusami, - e guarda con gli occhi buoni e tristi. Ma Garrone è il più
grande e il più buono.
Un
tratto generoso
26,
mercoledì
E
si diede a conoscere appunto questa mattina, Garrone. Quando entrai nella
scuola, - un poco tardi, ché m'avea fermato la maestra di prima superiore per
domandarmi a che ora poteva venir a casa a trovarci, - il maestro non c'era
ancora, e tre o quattro ragazzi tormentavano il povero Crossi, quello coi
capelli rossi, che ha un braccio morto, e sua madre vende erbaggi. Lo
stuzzicavano colle righe, gli buttavano in faccia delle scorze di castagne, e
gli davan dello storpio e del mostro, contraffacendolo, col suo braccio al
collo. Ed egli tutto solo in fondo al banco, smorto, stava a sentire, guardando
ora l'uno ora l'altro con gli occhi supplichevoli, perché lo lasciassero stare.
Ma gli altri sempre più lo sbeffavano, ed egli cominciò a tremare e a farsi
rosso dalla rabbia. A un tratto Franti, quella brutta faccia, salì sur un banco,
e facendo mostra di portar due cesti sulle braccia, scimmiottò la mamma di
Crossi, quando veniva a aspettare il figliuolo alla porta, perché ora è malata.
Molti si misero a ridere forte. Allora Crossi perse la testa e afferrato un
calamaio glie lo scaraventò al capo di tutta forza, ma Franti fece civetta, e
il calamaio andò a colpire nel petto il maestro che entrava.
Tutti
scapparono al posto, e fecero silenzio, impauriti.
Il
maestro, pallido, salì al tavolino, e con voce alterata domandò:
-
Chi è stato?
Nessuno
rispose.
Il
maestro gridò un'altra volta, alzando ancora la voce: - Chi è?
Allora
Garrone, mosso a pietà del povero Crossi, si alzò di scatto, e disse
risolutamente: - Son io.
Il
maestro lo guardò, guardò gli scolari stupiti; poi disse con voce tranquilla: -
Non sei tu.
E
dopo un momento: - Il colpevole non sarà punito. S'alzi!
Il
Crossi s'alzò, e disse piangendo: - Mi picchiavano e m'insultavano, io ho perso
la testa, ho tirato...
-
Siedi, - disse il maestro. - S'alzino quelli che lo han provocato.
Quattro
s'alzarono col capo chino.
-
Voi, - disse il maestro, - avete insultato un compagno che non vi provocava,
schernito un disgraziato, percosso un debole che non si può difendere. Avete
commesso una delle azioni più basse, più vergognose di cui si possa macchiare
una creatura umana. Vigliacchi!
Detto
questo, scese tra i banchi, mise una mano sotto il mento a Garrone, che stava
col viso basso, e fattogli alzare il viso, lo fissò negli occhi, e gli disse: -
Tu sei un'anima nobile.
Garrone,
colto il momento, mormorò non so che parole nell'orecchio al maestro, e questi,
voltatosi verso i quattro colpevoli, disse bruscamente: - Vi perdono.
La
mia maestra di prima superiore
27,
giovedì
La
mia maestra ha mantenuto la promessa, è venuta oggi a casa, nel momento che
stavo per uscire con mia madre, per portar biancheria a una donna povera,
raccomandata dalla Gazzetta. Era un anno che non l'avevamo più vista in casa
nostra. Tutti le abbiamo fatto festa. È sempre quella, piccola, col suo velo
verde intorno al cappello, vestita alla buona e pettinata male, ché non ha
tempo di rilisciarsi; ma un poco più scolorita che l'anno passato, con qualche
capello bianco, e tosse sempre. Mia madre glie l'ha detto: - E la salute, cara
maestra? Lei non si riguarda abbastanza! - Eh, non importa, - ha risposto, col
suo sorriso allegro insieme e malinconico. - Lei parla troppo forte, - ha
soggiunto mia madre, - si affanna troppo coi suoi ragazzi. - È vero; si sente
sempre la sua voce, mi ricordo di quando andavo a scuola da lei: parla sempre,
parla perché i ragazzi non si distraggano, e non sta un momento seduta. N'ero
ben sicuro che sarebbe venuta, perché non si scorda mai dei suoi scolari; ne
rammenta i nomi per anni; i giorni d'esame mensile, corre a domandar al
Direttore che punti hanno avuto; li aspetta all'uscita, e si fa mostrar le
composizioni per vedere se hanno fatto progressi; e molti vengono ancora a
trovarla dal Ginnasio, che han già i calzoni lunghi e l'orologio. Quest'oggi
tornava tutta affannata dalla Pinacoteca, dove aveva condotto i suoi ragazzi
come gli anni passati, che ogni giovedì li conduceva tutti a un museo, e
spiegava ogni cosa. Povera maestra, è ancora dimagrita. Ma è sempre viva,
s'accalora sempre quando parla della sua scuola. Ha voluto rivedere il letto dove
mi vide molto malato due anni fa, e che ora è di mio fratello, lo ha guardato
un pezzo e non poteva parlare. Ha dovuto scappar presto per andar a visitare un
ragazzo della sua classe, figliuolo d'un sellaio, malato di rosolia; e aveva
per di più un pacco di pagine da correggere, tutta la serata da lavorare, e
doveva ancor dare una lezione privata d'aritmetica a una bottegaia, prima di
notte. - Ebbene, Enrico, - m'ha detto, andandosene,
- vuoi ancora bene alla tua maestra ora che risolvi i problemi difficili e fai
le composizioni lunghe? - M'ha baciato, m'ha ancora detto d'in fondo alla
scala: - Non mi scordare, sai, Enrico! - O mia buona maestra, mai, mai non ti
scorderò. Anche quando sarò grande, mi ricorderò ancora di te e andrò a
trovarti fra i tuoi ragazzi; e ogni volta che passerò vicino a una scuola e
sentirò la voce d'una maestra, mi parrà di sentir la tua voce, e ripenserò ai
due anni che passai nella scuola tua, dove imparai tante cose, dove ti vidi
tante volte malata e stanca, ma sempre premurosa, sempre indulgente disperata
quando uno pigliava un mal vezzo delle dita a scrivere, tremante quando gli
ispettori c'interrogavano, felice quando facevamo buona figura, buona sempre e
amorosa come una madre. Mai, mai non mi scorderò di te, maestra mia.
In
una soffitta
28,
venerdì
Ieri
sera con mia madre e con mia sorella Silvia andammo a portar la biancheria alla
donna povera raccomandata dal giornale: io portai il pacco, Silvia aveva il
giornale, con le iniziali del nome e l'indirizzo. Salimmo fin sotto il tetto
d'una casa alta, in un corridoio lungo, dov'erano molti usci. Mi madre picchiò
all'ultimo: ci aperse una donna ancora giovane, bionda e macilenta, che subito
mi parve d'aver già visto altre volte, con quel medesimo fazzoletto turchino
che aveva in capo. - Siete voi quella del giornale, così e così? - domandò mia
madre. - Sì, signora, son io. - Ebbene, v'abbiamo portato un poco di
biancheria. - E quella a ringraziare e a benedire, che non finiva più. Io
intanto vidi in un angolo della stanza nuda e scura un ragazzo inginocchiato
davanti a una seggiola, con la schiena volta verso di noi, che parea che
scrivesse: e proprio scriveva, con la carta sopra la seggiola, e aveva il
calamaio sul pavimento. Come faceva a scrivere così al buio? Mentre dicevo questo
tra me, ecco a un tratto che riconosco i capelli rossi e la giacchetta di
frustagno di Crossi, il figliuolo dell'erbivendolo, quello del braccio morto.
Io lo dissi piano a mia madre, mentre la donna riponeva la roba. - Zitto! -
rispose mia madre, - può esser che si vergogni a vederti, che fai la carità
alla sua mamma, non lo chiamare -. Ma in quel momento Crossi si voltò, io
rimasi imbarazzato, egli sorrise, e allora mia madre mi diede una spinta perché
corressi a abbracciarlo. Io l'abbracciai, egli s'alzò e mi prese per mano. -
Eccomi qui, - diceva in quel mentre sua madre alla mia, - sola con questo
ragazzo, il marito in America da sei anni, ed io per giunta malata, che non
posso più andare in giro con la verdura a guadagnare quei pochi soldi. Non ci è
rimasto nemmeno un tavolino per il mio povero Luigino, da farci il lavoro.
Quando ci avevo il banco giù nel portone, almeno poteva scrivere sul banco; ora
me l'han levato. Nemmeno un poco di lume da studiare senza rovinarsi gli occhi.
È grazia se lo posso mandar a scuola, ché il municipio
gli dà i libri e i quaderni. Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri!
Povera donna che sono! - Mia madre le diede tutto quello che aveva nella borsa,
baciò il ragazzo, e quasi piangeva, quando uscimmo. E aveva ben ragione di
dirmi: - Guarda quel povero ragazzo, com'è costretto a lavorare, tu che hai
tutti i tuoi comodi, e pure ti par duro lo studio! Ah! Enrico mio, c'è più
merito nel suo lavoro d'un giorno che nel tuo lavoro d'un anno. A quelli lì
dovrebbero dare i primi premi!
La
scuola
28,
venerdì
Sì,
caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre, non ti vedo ancora
andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente, ch'io
vorrei. Tu fai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po' che misera, spregevole
cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo
a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna,
stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza. Tutti, tutti studiano ora,
Enrico mio. Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver faticato
tutta la giornata, alle donne, alle ragazze del popolo che vanno a scuola la
domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana, ai soldati che metton mano ai
libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli esercizi, pensa ai ragazzi
muti e ciechi, che pure studiano, e fino ai prigionieri, che anch'essi imparano
a leggere e a scrivere. Pensa, la mattina quando esci; che in quello stesso
momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a
chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma che! Pensa agli innumerevoli
ragazzi che presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i paesi, vedili
con l'immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi quieti, per le
strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un
sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a
cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per
colline, a traverso a boschi e a torrenti, su per sentier solitari delle
montagne, soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il
braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole
della Russia quasi perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia
ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme
diverse le medesime cose, immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di
cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo
movimento cessasse, l'umanità ricadrebbe nella barbarie, questo movimento è
il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo
soldato dell'immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la
tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la
civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.
Tuo PADRE
Il
piccolo patriotta Padovano
Racconto
mensile
29,
sabato
Non
sarò un soldato codardo, no; ma ci andrei molto più volentieri alla scuola, se
il maestro ci facesse ogni giorno un racconto come quello di questa mattina.
Ogni mese, disse, ce ne farà uno, ce lo darà scritto, e sarà sempre il racconto
d'un atto bello e vero, compiuto da un ragazzo. Il piccolo patriotta padovano
s'intitola questo. Ecco il fatto. Un piroscafo francese partì da Barcellona,
città della Spagna, per Genova, e c'erano a bordo francesi, italiani,
spagnuoli, svizzeri. C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni, mal
vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale selvatico,
guardando tutti con l'occhio torvo. E aveva ben ragione di guardare tutti con
l'occhio torvo. Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini nei dintorni
di Padova, l'avevano venduto al capo d'una compagnia di saltimbanchi; il quale,
dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di digiuni,
se l'era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo sempre e
non sfamandolo mai. Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere alle percosse
e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal suo aguzzino, e
corso a chieder protezione al Console d'Italia, il quale, impietosito, l'aveva
imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il Questore di Genova,
che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l'avevan venduto come una
bestia. Il povero ragazzo era lacero e malaticcio. Gli avevan dato una cabina
nella seconda classe. Tutti lo guardavano; qualcuno lo interrogava: ma egli non
rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti, tanto l'avevano
inasprito e intristito le privazioni e le busse. Tre viaggiatori, non di meno,
a forza d'insistere con le domande, riuscirono a fargli snodare la lingua, e in
poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo e di francese, egli raccontò
la sua storia. Non erano italiani quei tre viaggiatori; ma capirono, e un poco
per compassione, un poco perché eccitati dal vino, gli diedero dei soldi,
celiando
e stuzzicandolo perché raccontasse altre cose; ed essendo entrate nella sala,
in quel momento, alcune signore, tutti e tre per farsi vedere, gli diedero
ancora del denaro, gridando: - Piglia questo! - Piglia quest'altro! - e facendo
sonar le monete sulla tavola.
Il
ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero, ma
con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi s'arrampicò
nella sua cabina, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi. Con
quei danari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che
stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova,
dopo due anni che andava vestito di cenci; e poteva anche, portandoli a casa,
farsi accogliere da suo padre e da sua madre un poco più umanamente che non
l'avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote. Erano una piccola
fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la
tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla
tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e
discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in
discorso, vennero a ragionare dell'Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli
alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi,
presero a dir male d'ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia;
un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il
terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.
-
Un popolo ignorante, - ripete il primo.
-
Sudicio, - aggiunse il secondo.
-
La... - esclamò il terzo; e voleva dir ladro, ma non poté finir la parola: una
tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro
spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno.
Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una
manata di soldi in faccia.
-
Ripigliatevi i vostri soldi, - disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor
della tenda della cuccetta; - io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio
paese.
NOVEMBRE
Lo
spazzacamino
1,
martedì
Ieri
sera andai alla Sezione femminile, accanto alla nostra, per dare il racconto
del ragazzo padovano alla maestra di Silvia, che lo voleva leggere. Settecento
ragazze ci sono! Quando arrivai cominciavano a uscire, tutte allegre per le
vacanze d'Ognissanti e dei morti; ed ecco una bella cosa che vidi. Di fronte
alla porta della scuola, dall'altra parte della via, stava con un braccio
appoggiato al muro e colla fronte contro il braccio, uno spazzacamino, molto
piccolo, tutto nero in viso, col suo sacco e il suo raschiatoio, e piangeva
dirottamente, singhiozzando. Due o tre ragazze della seconda gli s'avvicinarono
e gli dissero: - Che hai che piangi a quella maniera? - Ma egli non rispose, e
continuava a piangere. - Ma di' che cos'hai, perché piangi? - gli ripeterono le
ragazze. E allora egli levò il viso dal braccio, - un viso di bambino, - e
disse piangendo che era stato in varie case a spazzare, dove s'era guadagnato
trenta soldi, e li aveva persi, gli erano scappati per la sdrucitura d'una
tasca, - e faceva veder la sdrucitura, - e non osava più tornare a casa senza i
soldi. - Il padrone mi bastona, - disse singhiozzando, e riabbandonò il capo
sul braccio, come un disperato. Le bambine stettero a guardarlo, tutte serie.
Intanto s'erano avvicinate altre ragazze grandi e piccole, povere e signorine,
con le loro cartelle sotto il braccio, e una grande, che aveva una penna
azzurra sul cappello, cavò di tasca due soldi, e disse: - Io non ho che due
soldi: facciamo la colletta. - Anch'io ho due soldi, - disse un'altra vestita
di rosso; - ne troveremo ben trenta fra tutte. - E allora cominciarono a
chiamarsi: - Amalia! - Luigia! - Annina! - Un soldo. - Chi ha dei soldi? - Qua
i soldi! - Parecchie avevan dei soldi per comprarsi fiori o quaderni, e li
portarono, alcune più piccole diedero dei centesimi; quella della penna azzurra
raccoglieva tutto, e contava a voce alta: - Otto, dieci, quindici! - Ma ci
voleva altro. Allora comparve una più grande di tutte, che pareva quasi una maestrina,
e diede mezza lira, e tutte a farle
festa. Mancavano ancora cinque soldi. - Ora vengono quelle della quarta che ne
hanno, - disse una. Quelle della quarta vennero e i soldi fioccarono. Tutte
s'affollavano. Ed era bello a vedere quel povero spazzacamino in mezzo a tutte
quelle vestine di tanti colori, a tutto quel rigirìo di penne, di nastrini, di
riccioli. I trenta soldi c'erano già, e ne venivano ancora, e le più piccine
che non avevan denaro, si facevan largo tra le grandi porgendo i loro mazzetti
di fiori, tanto per dar qualche cosa. Tutt'a un tratto arrivò la portinaia
gridando: - La signora Direttrice! - Le ragazze scapparono da tutte le parti
come uno stormo di passeri. E allora si vide il piccolo spazzacamino, solo in
mezzo alla via, che s'asciugava gli occhi, tutto contento, con le mani piene di
denari, e aveva nell'abbottonatura della giacchetta, nelle tasche, nel cappello
tanti mazzetti di fiori, e c'erano anche dei fiori per terra, ai suoi piedi.
Il
giorno dei morti
2,
mercoledì
Questo
giorno è consacrato alla commemorazione dei morti. Sai, Enrico, a quali morti
dovreste tutti dedicare un pensiero in questo giorno, voi altri ragazzi? A
quelli che morirono per voi, per i ragazzi, per i bambini. Quanti ne morirono,
e quanti ne muoiono di continuo! Pensasti mai a quanti padri si logoraron la
vita al lavoro, a quante madri discesero nella fossa innanzi tempo, consumate
dalle privazioni a cui si condannarono per sostentare i loro figliuoli? Sai
quanti uomini si piantarono un coltello nel cuore per la disperazione di vedere
i propri ragazzi nella miseria, e quante donne s'annegarono o moriron di dolore
o impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a tutti quei morti, in questo
giorno, Enrico. Pensa alle tante maestre che son morte giovani, intisichite
dalle fatiche della scuola, per amore dei bambini, da cui non ebbero cuore di
separarsi, pensa ai medici che morirono di malattie attaccaticcie, sfidate
coraggiosamente per curar dei fanciulli; pensa a tutti coloro che nei naufragi,
negli incendi, nelle carestie, in un momento di supremo pericolo, cedettero
all'infanzia l'ultimo tozzo di pane, l'ultima tavola di salvamento, l'ultima
fune per scampare alle fiamme, e spirarono contenti del loro sacrificio, che
serbava in vita un piccolo innocente. Sono innumerevoli, Enrico, questi morti;
ogni cimitero ne racchiude centinaia di queste sante creature, che se potessero
levarsi un momento dalla fossa griderebbero il nome d'un fanciullo, al quale
sacrificarono i piaceri della gioventù, la pace della vecchiaia, gli affetti,
l'intelligenza, la vita: spose di vent'anni, uomini nel fior delle forze,
vecchie ottuagenarie, giovinetti, - martiri eroici e oscuri dell'infanzia, -
così grandi e così gentili, che non fa tanti fiori la terra, quanti ne dovremmo
dare ai loro sepolcri. Tanto siete amati, o fanciulli! Pensa oggi a quei morti
con gratidudine, e sarai più buono e più affettuoso con tutti quelli che ti
voglion bene e che fatican per te, caro figliuol mio fortunato, che nel giorno
dei morti non hai ancora
da piangere nessuno!
TUA MADRE
Il
mio amico Garrone
4,
venerdì
Non
furon che due giorni di vacanza e mi parve di star tanto tempo senza rivedere
Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così segue a tutti
gli altri, fuorché ai prepotenti, che con lui non se la dicono, perché egli non
lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano su di uno
piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più. Suo padre
è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole perché fu
malato due anni. È il più alto e il più forte della classe, alza un banco con
una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino, matita, gomma,
carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in iscuola: se ne
sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la schiena
arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso
con gli occhi socchiusi come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici? - Ma fa
ridere, grande e grosso com'è, che ha giacchetta, calzoni, maniche, tutto
troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo
rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda.
Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto. Tutti i
più piccoli gli vorrebbero essere vicini di banco. Sa bene l'aritmetica. Porta
i libri a castellina, legati con una cigna di cuoio rosso. Ha un coltello col
manico di madreperla che trovò l'anno passato in piazza d'armi, e un giorno si
tagliò un dito fino all'osso, ma nessuno in iscuola se n'avvide, e a casa non
rifiatò per non spaventare i parenti. Qualunque cosa si lascia dire per celia e
mai non se n'ha per male; ma guai se gli dicono: - Non è vero,- quando afferma
una cosa: getta fuoco dagli occhi allora, e martella pugni da spaccare il
banco. Sabato mattina diede un soldo a uno della prima superiore, che piangeva
in mezzo alla strada, perché gli avevan preso il suo, e non poteva più comprare
il quaderno. Ora sono tre giorni che sta lavorando attorno a una lettera di
otto pagine con ornati a penna nei margini per l'onomastico di sua
madre, che spesso viene a prenderlo, ed è alta e grossa come lui, e simpatica.
Il maestro lo guarda sempre, e ogni volta che gli passa accanto gli batte la
mano sul collo come a un buon torello tranquillo. Io gli voglio bene. Son
contento quando stringo nella mia la sua grossa mano, che par la mano d'un
uomo. Sono così certo che rischierebbe la vita per salvare un compagno, che si
farebbe anche ammazzare per difenderlo, si vede così chiaro nei suoi occhi; e
benché paia sempre che brontoli con quel vocione, è una voce che viene da un
cor gentile, si sente.
Il
carbonaio e il signore
7,
lunedì
Non
l'avrebbe mai detta Garrone, sicuramente, quella parola che disse ieri mattina
Carlo Nobis a Betti. Carlo Nobis è superbo perché suo padre è un gran signore:
un signore alto, con tutta la barba nera, molto serio, che viene quasi ogni
giorno ad accompagnare il figliuolo. Ieri mattina Nobis si bisticciò con Betti,
uno dei più piccoli, figliuolo d'un carbonaio, e non sapendo più che
rispondergli, perché aveva torto, gli disse forte: - Tuo padre è uno
straccione. - Betti arrossì fino ai capelli, e non disse nulla, ma gli vennero
le lacrime agli occhi, e tornato a casa ripeté la parola a suo padre; ed ecco
il carbonaio, un piccolo uomo tutto nero, che compare alla lezione del
dopopranzo col ragazzo per mano, a fare le lagnanze al maestro. Mentre faceva
le sue lagnanze al maestro, e tutti tacevano, il padre di Nobis, che levava il
mantello al figliuolo, come al solito, sulla soglia dell'uscio, udendo
pronunciare il suo nome, entrò, e domandò spiegazione.
-
È quest'operaio, - rispose il maestro, - che è venuto a lagnarsi perché il suo
figliuolo Carlo disse al suo ragazzo: Tuo padre è uno straccione.
Il
padre di Nobis corrugò la fronte e arrossì leggermente. Poi domandò al
figliuolo: - Hai detto quella parola?
Il
figliuolo, - ritto in mezzo alla scuola, col capo basso, davanti al piccolo
Betti, - non rispose.
Allora
il padre lo prese per un braccio e lo spinse più avanti in faccia a Betti, che
quasi si toccavano, e gli disse: - Domandagli scusa.
Il
carbonaio volle interporsi, dicendo: - No, no. - Ma il signore non gli badò, e
ripeté al figliuolo: - Domandagli scusa. Ripeti le mie parole. Io ti domando
scusa della parola ingiuriosa, insensata, ignobile che dissi contro tuo padre,
al quale il mio... si tiene onorato di stringere la mano.
Il
carbonaio fece un gesto risoluto, come a dire: Non voglio. Il signore non gli diè
retta, e il suo figliuolo disse lentamente, con un fil di voce, senza alzar gli
occhi da terra: - Io ti domando scusa... della parola ingiuriosa...
insensata... ignobile, che dissi contro tuo padre, al quale il mio... si tiene
onorato di stringer la mano.
Allora
il signore porse la mano al carbonaio, il quale gliela strinse con forza, e poi
subito con una spinta gettò il suo ragazzo fra le braccia di Carlo Nobis.
-
Mi faccia il favore di metterli vicini, - disse il signore al maestro. - Il
maestro mise Betti nel banco di Nobis. Quando furono al posto, il padre di
Nobis fece un saluto ed uscì.
Il
carbonaio rimase qualche momento sopra pensiero, guardando i due ragazzi
vicini; poi s'avvicinò al banco, e fissò Nobis, con espressione d'affetto e di
rammarico, come se volesse dirgli qualcosa; ma non disse nulla; allungò la mano
per fargli una carezza, ma neppure osò, e gli strisciò soltanto la fronte con
le sue grosse dita. Poi s'avviò all'uscio, e voltatosi ancora una volta a
guardarlo, sparì. - Ricordatevi bene di quel che avete visto, ragazzi, - disse
il maestro, - questa è la più bella lezione dell'anno.
La
maestra di mio fratello
10,
giovedì
Il
figliuolo del carbonaio fu scolaro della maestra Delcati che è venuta oggi a
trovar mio fratello malaticcio, e ci ha fatto ridere a raccontarci che la mamma
di quel ragazzo, due anni fa, le portò a casa una grande grembialata di
carbone, per ringraziarla, che aveva dato la medaglia al figliuolo; e
s'ostinava, povera donna, non voleva riportarsi il carbone a casa, e piangeva
quasi, quando dovette tornarsene col grembiale pieno. Anche d'un'altra buona
donna, ci ha detto, che le portò un mazzetto di fiori molto pesante, e c'era
dentro un gruzzoletto di soldi. Ci siamo molto divertiti a sentirla, e così mio
fratello trangugiò la medicina, che prima non voleva. Quanta pazienza debbono
avere con quei ragazzi della prima inferiore, tutti sdentati come vecchietti,
che non pronunziano l'erre e l'esse, e uno tosse, l'altro fila sangue dal naso,
chi perde gli zoccoli sotto il banco, e chi bela perché s'è punto con la penna,
e chi piange perché ha comprato un quaderno numero due invece di numero uno.
Cinquanta in una classe, che non san nulla, con quei manini di burro, e dover
insegnare a scrivere a tutti! Essi portano in tasca dei pezzi di regolizia, dei
bottoni, dei turaccioli di boccetta, del mattone tritato, ogni specie di cose
minuscole, e bisogna che la maestra li frughi; ma nascondon gli oggetti fin
nelle scarpe. E non stanno attenti: un moscone che entra per la finestra, mette
tutti sottosopra, e l'estate portano in iscuola dell'erba e dei maggiolini, che
volano in giro o cascano nei calamai e poi rigano i quaderni d'inchiostro. La
maestra deve far la mamma con loro, aiutarli a vestirsi, fasciare le dita
punte, raccattare i berretti che cascano, badare che non si scambino i
cappotti, se no poi gnaulano e strillano. Povere maestre! E ancora vengono le
mamme a lagnarsi: come va, signorina, che il mio bambino ha perso la penna?
com'è che il mio non impara niente? perché non dà la menzione al mio, che sa
tanto? perché non fa levar quel chiodo dal banco che ha stracciato i calzoni al
mio Piero? Qualche volta s'arrabbia coi ragazzi la maestra di mio fratello, e
quando non ne può più, si morde un dito, per non lasciar andare una pacca;
perde la pazienza, ma poi si pente, e carezza il bimbo che ha sgridato; scaccia
un monello di scuola, ma si ribeve le lacrime, e va in collera coi parenti che
fan digiunare i bimbi per castigo. È giovane e grande la maestra Delcati, e
vestita bene, bruna e irrequieta, che fa tutto a scatto di molla, e per un
nulla si commove, e allora parla con grande tenerezza. - Ma almeno i bimbi le
si affezionano? - le ha detto mia madre. - Molti sì, - ha risposto, - ma poi,
finito l'anno, la maggior parte non ci guardan più. Quando sono coi maestri, si
vergognano quasi d'essere stati da noi, da una maestra. Dopo due anni di cure,
dopo che s'è amato tanto un bambino, ci fa tristezza separarci da lui, ma si
dice: - Oh di quello lì son sicura; quello lì mi vorrà bene. - Ma passano le
vacanze, si rientra alla scuola, gli corriamo incontro: - O bambino, bambino
mio! - E lui volta il capo da un'altra parte. - Qui la maestra s'è interrotta.
- Ma tu non farai così piccino? - ha detto poi, alzandosi con gli occhi umidi,
e baciando mio fratello, - tu non la volterai la testa dall'altra parte, non è
vero? non la rinnegherai la tua povera amica.
Mia
madre
10,
giovedì
In
presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre! Che
questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parola irriverente m'è
entrata nel cuore come una punta d'acciaio. Io pensai a tua madre quando, anni
sono, stette chinata tutta una notte sul tuo piccolo letto, a misurare il tuo
respiro, piangendo sangue dall'angoscia e battendo i denti dal terrore, ché
credeva di perderti, ed io temevo che smarrisse la ragione; e a quel pensiero
provai un senso di ribrezzo per te. Tu, offender tua madre! tua madre che
darebbe un anno di felicità per risparmiarti un'ora di dolore, che mendicherebbe
per te, che si farebbe uccidere per salvarti la vita! Senti, Enrico. Fissati
bene in mente questo pensiero. Immagina pure che ti siano destinati nella vita
molti giorni terribili; il più terribile di tutti sarà il giorno in cui
perderai tua madre. Mille volte, Enrico, quando già sarai uomo, forte, provato
a tutte le lotte, tu la invocherai, oppresso da un desiderio immenso di
risentire un momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte per
gettarviti singhiozzando, come un povero fanciullo senza protezione e senza
conforto. Come ti ricorderai allora d'ogni amarezza che le avrai cagionato, e
con che rimorsi le sconterai tutte, infelice! Non sperar serenità nella tua
vita, se avrai contristato tua madre. Tu sarai pentito, le domanderai perdono,
venererai la sua memoria; - inutilmente, - la coscienza non ti darà pace,
quella immagine dolce e buona avrà sempre per te un'espressione di tristezza e
di rimprovero che ti metterà l'anima alla tortura. O Enrico, bada: questo è il
più sacro degli affetti umani, disgraziato chi lo calpesta. L'assassino che
rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore, il più
glorioso degli uomini, che l'addolori e l'offenda, non è che una vile creatura.
Che non t'esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede la
vita. E se una ancora te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia
l'impulso dell'anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del
perdono ti cancelli dalla fronte il marchio dell'ingratitudine. Io t'amo,
figliuol mio, tu sei la speranza più cara della mia vita; ma vorrei piuttosto
vederti morto che ingrato a tua madre. Va', e per un po' di tempo non portarmi
più la tua carezza; non te la potrei ricambiare col cuore.
TUO PADRE
Il
mio compagno Coretti
13,
domenica
Mio
padre mi perdonò; ma io rimasi un poco triste, e allora mia madre mi mandò col
figliuolo grande del portinaio a fare una passeggiata sul corso. A metà circa
del corso, passando vicino a un carro fermo davanti a una bottega, mi sento chiamare
per nome, mi volto: era Coretti, il mio compagno di scuola, con la sua maglia
color cioccolata e il suo berretto di pelo di gatto tutto sudato e allegro, che
aveva un gran carico di legna sulle spalle. Un uomo ritto sul carro gli porgeva
una bracciata di legna per volta, egli le pigliava e le portava nella bottega
di suo padre, dove in fretta e in furia le accatastava.
-
Che fai, Coretti? - gli domandai.
-
Non vedi? - rispose, tendendo le braccia per pigliare il carico, - ripasso la
lezione.
Io
risi. Ma egli parlava sul serio, e presa la bracciata di legna, cominciò a dire
correndo: - Chiamansi accidenti del verbo... le sue variazioni secondo il
numero... secondo il numero e la persona...
E
poi, buttando giù la legna e accatastandola: - secondo il tempo... secondo il
tempo a cui si riferisce l'azione...
E
tornando verso il carro a prendere un'altra bracciata: - secondo il modo in cui
l'azione è enunciata.
Era
la nostra lezione di grammatica per il giorno dopo. - Che vuoi, - mi disse, -
metto il tempo a profitto. Mio padre è andato via col garzone per una faccenda.
Mia madre è malata. Tocca a me a scaricare. Intanto ripasso la grammatica. È
una lezione difficile oggi. Non riesco a pestarmela nella testa. Mio padre ha
detto che sarà qui alle sette per darvi i soldi, - disse poi all'uomo del
carro.
Il
carro partì. - Vieni un momento in bottega, - mi disse Coretti. Entrai: era uno
stanzone pieno di cataste di legna e di fascine, con una stadera da una parte.
- Oggi è giorno di sgobbo, te lo accerto io, - ripigliò Coretti; - debbo fare
il lavoro a pezzi e a bocconi. Stavo scrivendo le proposizioni, è venuta gente
a comprare. Mi son rimesso a scrivere, eccoti il carro. Questa mattina ho già
fatto due corse al mercato delle legna in piazza Venezia. Non mi sento più le
gambe e ho le mani gonfie. Starei fresco se avessi il lavoro di disegno! - E
intanto dava un colpo di scopa alle foglie secche e ai fuscelli che coprivano
l'ammattonato.
-
Ma dove lo fai il lavoro, Coretti? - gli domandai.
-
Non qui di certo, - riprese; - vieni a vedere; - e mi condusse in uno stanzino
dietro la bottega, che serve da cucina e da stanza da mangiare, con un tavolo
in un canto, dove ci aveva i libri e i quaderni, e il lavoro incominciato. -
Giusto appunto, disse, - ho lasciato la seconda risposta per aria: col cuoio si
fanno le calzature, le cinghie... Ora ci aggiungo le valigie. - E presa la
penna, si mise a scrivere con la sua bella calligrafia. - C'è nessuno? - s'udì
gridare in quel momento dalla bottega. Era una donna che veniva a comprar
fascinotti. - Eccomi, - rispose Coretti; e saltò di là, pesò i fascinotti,
prese i soldi, corse in un angolo a segnar la vendita in uno scartafaccio e
ritornò al suo lavoro, dicendo: - Vediamo un po' se mi riesce di finire il
periodo. - E scrisse: le borse da viaggio, gli zaini per i soldati. - Ah il mio
povero caffè che scappa via! - gridò all'improvviso e corse al fornello a
levare la caffettiera dal fuoco. - È il caffè per la mamma, - disse; - bisognò
bene che imparassi a farlo. Aspetta un po' che glie lo portiamo; così ti vedrà,
le farà piacere. Son sette giorni che è a letto... Accidenti del verbo! Mi
scotto sempre le dita con questa caffettiera. Che cosa ho da aggiungere dopo
gli zaini per i soldati? Ci vuole qualche altra cosa e non la trovo. Vieni
dalla mamma.
Aperse
un uscio, entrammo in un'altra camera piccola: c'era la mamma di Coretti in un
letto grande, con un fazzoletto bianco intorno al capo.
-
Ecco il caffè, mamma, - disse Coretti porgendo la tazza; - questo è un mio
compagno di scuola.
-
Ah! bravo il signorino, - mi disse la donna; - viene a far visita ai malati,
non è vero?
Intanto
Coretti accomodava i guanciali dietro alle spalle di sua madre, raggiustava le
coperte del letto, riattizzava il fuoco, cacciava il gatto dal cassettone. - Vi
occorre altro, mamma? - domandò poi, ripigliando la tazza. - Li avete presi i
due cucchiaini di siroppo? Quando non ce ne sarà più darò una scappata dallo
speziale. Le legna sono scaricate. Alle quattro metterò la carne al fuoco, come
avete detto, e quando passerà la donna del burro le darò quegli otto soldi.
Tutto andrà bene, non vi date pensiero.
-
Grazie, figliuolo, - rispose la donna; - povero figliuolo, va'! Egli pensa a
tutto.
Volle
che pigliassi un pezzo di zucchero, e poi Coretti mi mostrò un quadretto, il
ritratto in fotografia di suo padre, vestito da soldato, con la medaglia al
valore, che guadagnò nel '66, nel quadrato del principe Umberto; lo stesso viso
del figliuolo, con quegli occhi vivi e quel sorriso così allegro. Tornammo
nella cucina. - Ho trovato la cosa, - disse Coretti, e aggiunse sul quaderno:
si fanno anche i finimenti dei cavalli. - Il resto lo farò stasera, starò
levato fino a più tardi. Felice te che hai tutto il tempo per studiare e puoi
ancora andare a passeggio!
E
sempre gaio e lesto, rientrato in bottega, cominciò a mettere dei pezzi di
legno sul cavalletto e a segarli per mezzo, e diceva: - Questa è ginnastica!
Altro che la spinta delle braccia avanti. Voglio che mio padre trovi tutte
queste legna segate quando torna a casa: sarà contento. Il male è che dopo aver
segato faccio dei t e degli l, che paion serpenti, come dice il maestro. Che ci
ho da fare? Gli dirò che ho dovuto menar le braccia. Quello che importa è che
la mamma guarisca presto, questo sì. Oggi sta meglio, grazie al cielo. La
grammatica la studierò domattina al canto del gallo. Oh! ecco la carretta coi
ceppi! Al lavoro.
Una
carretta carica di ceppi si fermò davanti alla bottega. Coretti corse fuori a
parlar con l'uomo poi tornò. - Ora non posso più tenerti compagnia, - mi disse;
- a rivederci domani. Hai fatto bene a venirmi a trovare. Buona passeggiata!
Felice te.
E
strettami la mano, corse a pigliar il primo ceppo, e ricominciò a trottare fra
il carro e la bottega, col viso fresco come una rosa sotto al suo berretto di
pel di gatto, e vispo che metteva allegrezza a vederlo.
Felice
te! egli mi disse. Ah no, Coretti, no: sei tu il più felice, tu perché studi e
lavori di più, perché sei più utile a tuo padre e a tua madre, perché sei più
buono, cento volte più buono e più bravo di me, caro compagno mio.
Il
Direttore
18,
venerdì
Coretti
era contento questa mattina perché è venuto ad assistere al lavoro d'esame
mensile il suo maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande capigliatura
crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da bombarda; il
quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per il collo in
Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli; ma non castiga mai nessuno,
anzi sorride sempre dentro la barba, senza farsi scorgere. Otto sono, con
Coatti, i maestri, compreso un supplente piccolo e senza barba, che pare un
giovinetto. C'è un maestro di quarta, zoppo, imbacuccato in una grande cravatta
di lana, sempre tutto pieno di dolori, e si prese quei dolori quando era
maestro rurale, in una scuola umida dove i muri gocciolavano. Un altro maestro
di quarta è vecchio e tutto bianco ed è stato maestro dei ciechi. Ce n'è uno
ben vestito, con gli occhiali, e due baffetti biondi, che chiamavano
l'avvocatino, perché facendo il maestro studiò da avvocato e prese la laurea, e
fece anche un libro per insegnare a scriver le lettere. Invece quello che
c'insegna la ginnastica è un tipo di soldato, è stato con Garibaldi, e ha sul
collo la cicatrice d'una ferita di sciabola toccata alla battaglia di Milazzo.
Poi c'è il Direttore, alto, calvo con gli occhiali d'oro, con la barba grigia
che gli vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il
mento; così buono coi ragazzi, che quando entrano tutti tremanti in Direzione,
chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice
tante ragioni, che non dovevan far così, e che bisogna che si pentano, e che
promettano d'esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così
dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse
puniti. Povero Direttore, egli è sempre il primo al suo posto, la mattina, a
aspettare gli scolari e a dar retta ai parenti, e quando i maestri son già
avviati verso casa, gira ancora intorno alla scuola a vedere che i ragazzi non
si caccino sotto le carrozze, o
non si trattengan per le strade a far querciola, o a empir gli zaini di sabbia
o di sassi; e ogni volta che appare a una cantonata, così alto e nero, stormi
di ragazzi scappano da tutte le parti, piantando lì il giuoco dei pennini e
delle biglie, ed egli li minaccia con l'indice da lontano, con la sua aria
amorevole e triste. Nessuno l'ha più visto ridere, dice mia madre, dopo che gli
è morto il figliuolo ch'era volontario nell'esercito; ed egli ha sempre il suo
ritratto davanti agli occhi, sul tavolino della Direzione. E se ne voleva
andare dopo quella disgrazia; aveva già fatto la sua domanda di riposo al
Municipio, e la teneva sempre sul tavolino, aspettando di giorno in giorno a
mandarla, perché gli rincresceva di lasciare i fanciulli. Ma l'altro giorno
pareva deciso, e mio padre ch'era con lui nella Direzione, gli diceva: - Che
peccato che se ne vada, signor Direttore! - quando entrò un uomo a fare
iscrivere un ragazzo, che passava da un'altra sezione alla nostra perché aveva
cambiato di casa. A veder quel ragazzo il Direttore fece un atto di meraviglia,
- lo guardò un pezzo, guardò il ritratto che tien sul tavolino e tornò a
guardare il ragazzo, tirandoselo fra le ginocchia e facendogli alzare il viso.
Quel ragazzo somigliava tutto al suo figliuolo morto. Il Direttore disse: - Va
bene; - fece l'iscrizione, congedò padre e figlio, e restò pensieroso. - Che
peccato che se ne vada! - ripeté mio padre. E allora il Direttore prese la sua
domanda di riposo, la fece in due pezzi e disse: - Rimango.
I
soldati
22,
martedì
Il
suo figliuolo era volontario nell'esercito quando morì: per questo il Direttore
va sempre sul corso a veder passare i soldati, quando usciamo dalla scuola.
Ieri passava un reggimento di fanteria, e cinquanta ragazzi si misero a
saltellare intorno alla banda musicale, cantando e battendo il tempo colle
righe sugli zaini e sulle cartelle. Noi stavamo in un gruppo, sul marciapiede a
guardare: Garrone, strizzato nei suoi vestiti troppo stretti, che addentava un
gran pezzo di pane; Votini, quello ben vestito, che si leva sempre i peluzzi
dai panni; Precossi, il figliuolo del fabbro, con la giacchetta di suo padre, e
il calabrese, e il muratorino, e Crossi con la sua testa rossa, e Franti con la
sua faccia tosta, e anche Robetti, il figliuolo del capitano d'artiglieria,
quello che salvò un bambino dall'omnibus, e che ora cammina con le stampelle.
Franti fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava. Ma subito si sentì
la mano d'un uomo sulla spalla: si voltò: era il Direttore. - Bada, - gli disse
il Direttore; - schernire un soldato quand'è nelle file, che non può né
vendicarsi né rispondere, è come insultare un uomo legato: è una viltà. -
Franti scomparve. I soldati passavano a quattro a quattro, sudati e coperti di
polvere, e i fucili scintillavano al sole. Il Direttore disse: - Voi dovete
voler bene ai soldati, ragazzi. Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero
a farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il nostro
paese. Sono ragazzi anch'essi, hanno pochi anni più di voi; e anch'essi vanno a
scuola; e ci sono poveri e signori, fra loro, come fra voi, e vengono da tutte
le parti d'Italia. Vedete, si posson quasi riconoscere al viso: passano dei
Siciliani, dei Sardi, dei Napoletani, dei Lombardi. Questo poi è un reggimento
vecchio, di quelli che hanno combattuto nel 1848. I soldati non son più quelli,
ma la bandiera è sempre la stessa. Quanti erano già morti per il nostro paese
intorno a quella bandiera venti anni prima che voi nasceste! - Eccola qui, -
disse Garrone. E infatti
si vedeva poco lontano la bandiera, che veniva innanzi, al di sopra delle teste
dei soldati. - Fate una cosa, figliuoli, - disse il Direttore, - fate il vostro
saluto di scolari, con la mano alla fronte, quando passano i tre colori. - La
bandiera, portata da un ufficiale, ci passò davanti, tutta lacera e stinta, con
le medaglie appese all'asta. Noi mettemmo la mano alla fronte, tutt'insieme.
L'ufficiale ci guardò, sorridendo, e ci restituì il saluto con la mano. -
Bravi, ragazzi, - disse uno dietro di noi. Ci voltammo a guardare: era un
vecchio che aveva all'occhiello del vestito il nastrino azzurro della campagna
di Crimea: un ufficiale pensionato. - Bravi, - disse, - avete fatto una cosa
bella. - Intanto la banda del reggimento svoltava in fondo al corso, circondata
da una turba di ragazzi, e cento grida allegre accompagnavan gli squilli delle
trombe come un canto di guerra. - Bravi, - ripeté il vecchio ufficiale,
guardandoci; - chi rispetta la bandiera da piccolo la saprà difender da grande.
Il
protettore di Nelli
23,
mercoledì
Anche
Nelli, ieri, guardava i soldati, povero gobbino, ma con un'aria così, come se
pensasse: - Io non potrò esser mai un soldato! - Egli è buono, studia; ma è
così magrino e smorto, e respira a fatica. Porta sempre un lungo grembiale di
tela nera lucida. Sua madre è una signora piccola a bionda, vestita di nero, e
vien sempre a prenderlo al finis, perché non esca nella confusione, con gli
altri; e lo accarezza. I primi giorni, perché ha quella disgrazia d'esser
gobbo, molti ragazzi lo beffavano e gli picchiavan sulla schiena con gli zaini;
ma egli non si rivoltava mai, e non diceva mai nulla a sua madre, per non darle
quel dolore di sapere che suo figlio era lo zimbello dei compagni; lo
schernivano, ed egli piangeva e taceva, appoggiando la fronte sul banco. Ma una
mattina saltò su Garrone e disse: - Il primo che tocca Nelli gli do uno
scapaccione che gli faccio far tre giravolte! - Franti non gli badò, lo
scapaccione partì, l'amico fece le tre giravolte, e dopo d'allora nessuno toccò
più Nelli. Il maestro gli mise Garrone vicino, nello stesso banco. Si sono
fatti amici. Nelli s'è affezionato molto a Garrone. Appena entra nella scuola,
cerca subito se c'è Garrone. Non va mai via senza dire: - Addio, Garrone. - E
così fa Garrone con lui. Quando Nelli lascia cascar la penna o un libro sotto
il banco, subito, perché non faccia fatica a chinarsi, Garrone si china e gli
porge il libro o la penna; e poi l'aiuta a rimetter la roba nello zaino, e a
infilarsi il cappotto. Per questo Nelli gli vuol bene, e lo guarda sempre, e
quando il maestro lo loda è contento, come se lodasse lui. Ora bisogna che
Nelli, finalmente, abbia detto tutto a sua madre, e degli scherni dei primi
giorni e di quello che gli facevan patire, e poi del compagno che lo difese e
che gli ha posto affetto, perché, ecco quello che accadde questa mattina. Il
maestro mi mandò a portare al Direttore il programma della lezione, mezz'ora
prima del finis, ed io ero nell'ufficio quando entrò una signora bionda e
vestita di nero, la mamma di Nelli ,
la quale disse: - Signor Direttore, c'è nella classe del mio figliuolo un
ragazzo che si chiama Garrone? - C'è, - rispose il Direttore. - Vuol aver la
bontà di farlo venire un momento qui, che gli ho da dire una parola? - Il
Direttore chiamò il bidello e lo mandò in iscuola, e dopo un minuto ecco lì
Garrone sull'uscio con la sua testa grossa e rapata, tutto stupito. Appena lo
vide, la signora gli corse incontro, gli gettò le mani sulle spalle e gli diede
tanti baci sulla testa dicendo: - Sei tu, Garrone, l'amico del mio figliuolo,
il protettore del mio povero bambino, sei tu, caro, bravo ragazzo, sei tu! -
Poi frugò in furia nelle tasche e nella borsa, e non trovando nulla, si staccò
dal collo una catenella con una crocina, e la mise al collo di Garrone, sotto
la cravatta, e gli disse: - Prendila, portala per mia memoria, caro ragazzo,
per memoria della mamma di Nelli, che ti ringrazia e ti benedice.
Il
primo della classe
25,
venerdì
Garrone
s'attira l'affetto di tutti; Derossi, l'ammirazione. Ha preso la prima
medaglia, sarà sempre il primo anche quest'anno, nessuno può competer con lui,
tutti riconoscono la sua superiorità in tutte le materie. È il primo in aritmetica,
in grammatica, in composizione, in disegno, capisce ogni cosa al volo, ha una
memoria meravigliosa, riesce in tutto senza sforzo, pare che lo studio sia un
gioco per lui... Il maestro gli disse ieri: - Hai avuto dei grandi doni da Dio,
non hai altro da fare che non sciuparli. - E per di più è grande, bello, con
una gran corona di riccioli biondi, lesto che salta un banco appoggiandovi una
mano su; e sa già tirare di scherma. Ha dodici anni, è figliuolo d'un
negoziante, va sempre vestito di turchino con dei bottoni dorati, sempre vivo,
allegro, grazioso con tutti, e aiuta quanti può all'esame, e nessuno ha mai
osato fargli uno sgarbo o dirgli una brutta parola. Nobis e Franti soltanto lo
guardano per traverso e Votini schizza invidia dagli occhi; ma egli non se
n'accorge neppure. Tutti gli sorridono e lo pigliano per una mano o per un
braccio quando va attorno a raccogliere i lavori, con quella sua maniera
graziosa. Egli regala dei giornali illustrati, dei disegni, tutto quello che a
casa regalano a lui, ha fatto per il calabrese una piccola carta geografica
delle Calabrie; e dà tutto ridendo, senza badarci, come un gran signore, senza
predilezioni per alcuno. È impossibile non invidiarlo, non sentirsi da meno di
lui in ogni cosa. Ah! io pure, come Votini, l'invidio. E provo un'amarezza,
quasi un certo dispetto contro di lui, qualche volta, quando stento a fare il
lavoro a casa, e penso che a quell'ora egli l'ha già fatto, benissimo e senza
fatica. Ma poi, quando torno alla scuola, a vederlo così bello, ridente,
trionfante, a sentir come risponde alle interrogazioni del maestro franco e
sicuro, e com'è cortese e come tutti gli voglion bene, allora ogni amarezza,
ogni dispetto mi va via dal cuore, e mi vergogno d'aver provato quei
sentimenti. Vorrei essergli sempre vicino allora;
vorrei poter fare tutte le scuole con lui; la sua presenza, la sua voce mi
mette coraggio, voglia di lavorare, allegrezza, piacere. Il maestro gli ha dato
da copiare il racconto mensile che leggerà domani: La piccola vedetta lombarda;
egli lo copiava questa mattina, ed era commosso da quel fatto eroico, tutto
acceso nel viso, cogli occhi umidi e con la bocca tremante; e io lo guardavo,
com'era bello e nobile! Con che piacere gli avrei detto sul viso, francamente:
- Derossi, tu vali in tutto più di me! Tu sei un uomo a confronto mio! Io ti
rispetto e ti ammiro!
La
piccola vedetta lombarda
Racconto
mensile
26,
sabato
Nel
1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia, pochi giorni dopo
la battaglia di Solferino e San Martino, vinta dai Francesi e dagli Italiani
contro gli Austriaci, in una bella mattinata del mese di giugno, un piccolo
drappello di cavalleggieri di Saluzzo andava di lento passo, per un sentiero
solitario, verso il nemico, esplorando attentamente la campagna. Guidavano il
drappello un ufficiale e un sergente, e tutti guardavano lontano, davanti a sé,
con occhio fisso, muti, preparati a veder da un momento all'altro biancheggiare
fra gli alberi le divise degli avamposti nemici. Arrivarono così a una casetta
rustica, circondata di frassini, davanti alla quale se ne stava tutto solo un
ragazzo d'una dozzina d'anni, che scortecciava un piccolo ramo con un coltello,
per farsene un bastoncino; da una finestra della casa spenzolava una larga
bandiera tricolore; dentro non c'era nessuno: i contadini, messa fuori la
bandiera, erano scappati, per paura degli Austriaci. Appena visti i
cavalleggieri, il ragazzo buttò via il bastone e si levò il berretto. Era un
bel ragazzo, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi
e lunghi; era in maniche di camicia, e mostrava il petto nudo.
-
Che fai qui? - gli domandò l'ufficiale, fermando il cavallo. - Perché non sei
fuggito con la tua famiglia?
-
Io non ho famiglia, - rispose il ragazzo. - Sono un trovatello. Lavoro un po'
per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra.
-
Hai visto passare degli Austriaci?
-
No, da tre giorni.
L'ufficiale
stette un poco pensando; poi saltò giù da cavallo, e lasciati i soldati lì,
rivolti verso il nemico, entrò nella casa e salì sul tetto... La casa era
bassa; dal tetto non si vedeva che un piccolo tratto di campagna. - Bisogna
salir sugli alberi, - disse l'ufficiale, e discese. Proprio davanti all'aia si
drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell'azzurro.
L'ufficiale rimase un po' sopra pensiero, guardando ora l'albero ora i soldati;
poi tutt'a un tratto domandò al ragazzo:
-
Hai buona vista, tu, monello?
-
Io? - rispose il ragazzo. - Io vedo un passerotto lontano un miglio.
-
Saresti buono a salire in cima a quell'albero?
-
In cima a quell'albero? io? In mezzo minuto ci salgo.
-
E sapresti dirmi quello che vedi di lassù, se c'è soldati austriaci da quella
parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?
-
Sicuro che saprei.
-
Che cosa vuoi per farmi questo servizio?
-
Che cosa voglio? - disse il ragazzo sorridendo. - Niente. Bella cosa! E poi...
se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo.
-
Bene. Va su dunque.
-
Un momento, che mi levi le scarpe.
Si
levò le scarpe, si strinse la cinghia dei calzoni, buttò nell'erba il berretto
e abbracciò il tronco del frassino
-
Ma bada... - esclamò l'ufficiale, facendo l'atto di trattenerlo, come preso da
un timore improvviso.
Il
ragazzo si voltò a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto
interrogativo.
-
Niente, - disse l'ufficiale; - va su.
Il
ragazzo andò su, come un gatto.
-
Guardate davanti a voi, - gridò l'ufficiale ai soldati.
In
pochi momenti il ragazzo fu sulla cima dell'albero, avviticchiato al fusto, con
le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole gli batteva sul capo
biondo, che pareva d'oro. L'ufficiale lo vedeva appena, tanto era piccino
lassù.
-
Guarda dritto e lontano, - gridò l'ufficiale.
Il
ragazzo, per veder meglio, staccò la mano destra dall'albero e se la mise alla
fronte.
-
Che cosa vedi? - domandò l'ufficiale.
Il
ragazzo chinò il viso verso di lui, e facendosi portavoce della mano, rispose:
- Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.
-
A che distanza di qui?
-
Mezzo miglio.
-
Movono?
-
Son fermi.
-
Che altro vedi? - domandò l'ufficiale, dopo un momento di silenzio. - Guarda a
destra.
Il
ragazzo guardò a destra.
Poi
disse: - Vicino al cimitero, tra gli alberi, c'è qualche cosa che luccica.
Paiono baionette.
-
Vedi gente?
-
No. Saran nascosti nel grano.
In
quel momento un fischio di palla acutissimo passò alto per l'aria e andò a
morire lontano dietro alla casa.
-
Scendi, ragazzo! - gridò l'ufficiale. - T'han visto. Non voglio altro. Vien
giù.
-
Io non ho paura, - rispose il ragazzo.
-
Scendi... - ripeté l'ufficiale, - che altro vedi, a sinistra?
-
A sinistra?
-
Sì, a sinistra
Il
ragazzo sporse il capo a sinistra; in quel punto un altro fischio più acuto e
più basso del primo tagliò l'aria. Il ragazzo si riscosse tutto. - Accidenti! -
esclamò. - L'hanno proprio con me! - La palla gli era passata poco lontano.
-
Scendi! - gridò l'ufficiale, imperioso e irritato.
-
Scendo subito, - rispose il ragazzo. - Ma l'albero mi ripara, non dubiti. A
sinistra, vuole sapere?
-
A sinistra, - rispose l'ufficiale; - ma scendi.
-
A sinistra, - gridò il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte, - dove c'è
una cappella, mi par di veder...
Un
terzo fischio rabbioso passò in alto, e quasi ad un punto si vide il ragazzo
venir giù, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami, e poi precipitando
a capo fitto colle braccia aperte.
-
Maledizione! - gridò l'ufficiale, accorrendo.
Il
ragazzo batté la schiena per terra e restò disteso con le braccia larghe,
supino; un rigagnolo di sangue gli sgorgava dal petto, a sinistra. Il sergente
e due soldati saltaron giù da cavallo; l'ufficiale si chinò e gli aprì la
camicia: la palla gli era entrata nel polmone sinistro. - È morto! - esclamò
l'ufficiale. - No, vive! - rispose il sergente. - Ah! povero ragazzo! bravo
ragazzo! - gridò l'ufficiale; - coraggio! coraggio! - Ma mentre gli diceva
coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo stralunò gli
occhi e abbandonò il capo: era morto. L'ufficiale impallidì, e lo guardò fisso
per un momento; poi lo adagiò col capo sull'erba; s'alzò, e stette a guardarlo;
anche il sergente e i due soldati, immobili, lo guardavano: gli altri stavan
rivolti verso il nemico.
-
Povero ragazzo! - ripeté tristemente l'ufficiale. - Povero e bravo ragazzo!
Poi
s'avvicinò alla casa, levò dalla finestra la bandiera tricolore, e la distese
come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto. Il
sergente raccolse a fianco del morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e il
coltello.
Stettero
ancora un momento silenziosi; poi l'ufficiale si rivolse al sergente e gli
disse: - Lo manderemo a pigliare dall'ambulanza; è morto da soldato: lo
seppelliranno i soldati. - Detto questo mandò un bacio al morto con un atto
della mano, e gridò: - A cavallo. - Tutti balzarono in sella, il drappello si
riunì e riprese il suo cammino.
E
poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra.
Al
tramontar del sole, tutta la linea degli avamposti italiani s'avanzava verso il
nemico, e per lo stesso cammino percorso la mattina dal drappello di
cavalleria, procedeva su due file un grosso battaglione di bersaglieri, il
quale, pochi giorni innanzi, aveva valorosamente rigato di sangue il colle di
San Martino. La notizia della morte del ragazzo era già corsa fra quei soldati
prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, fiancheggiato da un
rigagnolo, passava a pochi passi di distanza dalla casa. Quando i primi
ufficiali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del
frassino e coperto dalla bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e
uno di essi si chinò sopra la sponda del rigagnolo, ch'era tutta fiorita,
strappò due fiori e glieli gettò. Allora tutti i bersaglieri, via via che
passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il
ragazzo fu coperto di fiori, e ufficiali e soldati gli mandavan tutti un saluto
passando: - Bravo, piccolo lombardo! - Addio, ragazzo! - A te, biondino! -
Evviva! - Gloria! - Addio! - Un ufficiale gli gettò la sua medaglia al valore,
un altro andò a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui
piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là
nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente,
povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la
vita per la sua Lombardia.
I
poveri
29,
martedì
Dare
la vita per il proprio paese, come il ragazzo lombardo, è una grande virtù, ma
tu non trascurare le virtù piccole, figliuolo. Questa mattina, camminando
davanti a me quando tornavamo dalla scuola, passasti accanto a una povera, che
teneva fra le ginocchia un bambino stentito e smorto, e che ti domandò
l'elemosina. Tu la guardasti e non le desti nulla, e pure ci avevi dei soldi in
tasca. Senti, figliuolo. Non abituarti a passare indifferente davanti alla
miseria che tende la mano, e tanto meno davanti a una madre che chiede un soldo
per il suo bambino. Pensa che forse quel bambino aveva fame! pensa allo strazio
di quella povera donna. Te lo immagini il singhiozzo disperato di tua madre,
quando un giorno ti dovesse dire. - Enrico, oggi non posso darti nemmen del
pane? - Quand'io do un soldo a un mendico, ed egli mi dice. - Dio conservi la
salute a lei e alle sue creature! - tu non puoi comprendere la dolcezza che mi
danno al cuore quelle parole, la gratitudine che sento per quel povero. Mi par
davvero che quel buon augurio debba conservarsi in buona salute per molto
tempo, e ritorno a casa contento. e penso: Oh! quel povero m'ha reso assai più
di quanto gli ho dato! Ebbene, fa ch'io senta qualche volta quel buon augurio
provocato, meritato da te, togli tratto tratto un soldo dalla tua piccola borsa
per lasciarlo cadere nella mano d'un vecchio senza sostegno, d'una madre senza
pane, d'un bimbo senza madre. I poveri amano l'elemosina dei ragazzi perché non
li umilia, e perché i ragazzi, che han bisogno di tutti, somigliano a loro.
vedi che ce n'è sempre intorno alle scuole, dei poveri. L'elemosina d'un uomo è
un atto di carità, ma quella d'un fanciullo è insieme un atto di carità e una
carezza, capisci? È come se dalla sua mano cadessero insieme un soldo e un
fiore. Pensa che a te non manca nulla, ma che a loro manca tutto; che mentre tu
vuoi esser felice, a loro basta di non morire. Pensa che è un orrore che in
mezzo a tanti palazzi, per le vie dove passan carrozze e bambini vestiti di
velluto, ci siano dell
e
donne, dei bimbi che non hanno da mangiare. Non aver da mangiare, Dio mio! Dei
ragazzi come te, buoni come te, intelligenti come te, che in mezzo a una grande
città non han da mangiare, come belve perdute in un deserto! Oh mai più,
Enrico, non passare mai più davanti a una madre che méndica senza metterle un
soldo nella mano!
TUA MADRE
DICEMBRE
Il
trafficante
1,
giovedì
Mio
padre vuole che ogni giorno di vacanza io mi faccia venire a casa uno de' miei
compagni, o che vada a trovarlo, per farmi a poco a poco amico di tutti.
Domenica andrò a passeggiare con Votini, quello ben vestito, che si liscia
sempre, e che ha tanta invidia di Derossi. Oggi intanto è venuto a casa
Garoffi, quello lungo e magro, col naso a becco di civetta e gli occhi piccoli
e furbi, che par che frughino per tutto. È figliuolo d'un droghiere. È un
bell'originale. Egli conta sempre i soldi che ha in tasca, conta sulle dita
lesto lesto, e fa qualunque moltiplicazione senza tavola pitagorica. E
rammucchia, ha già un libretto della Cassa scolastica di risparmio. Sfido, non
spende mai un soldo, e se gli casca un centesimo sotto i banchi, è capace di
cercarlo per una settimana. Fa come le gazze, dice Derossi. Tutto quello che
trova, penne logore, francobolli usati, spilli, colaticci di candele, tutto
raccatta. Son già più di due anni che raccoglie francobolli, e n'ha già delle
centinaia d'ogni paese, in un grande album, che venderà poi al libraio, quando
sarà tutto pieno. Intanto il libraio gli dà i quaderni gratis perché egli
conduce molti ragazzi alla sua bottega. In iscuola traffica sempre, fa ogni
giorno vendite d'oggetti, lotterie, baratti; poi si pente del baratto e rivuole
la sua roba; compra per due e smercia per quattro; gioca ai pennini e non perde
mai; rivende giornali vecchi al tabaccaio, e ha un quadernino dove nota i suoi
affari, tutto pieno di somme e di sottrazioni. Alla scuola non studia che
l'aritmetica, e se desidera la medaglia non è che per aver l'entrata gratis al
teatro delle marionette. A me piace, mi diverte. Abbiamo giocato a fare il
mercato, coi pesi e le bilancie: egli sa il prezzo giusto di tutte le cose,
conosce i pesi e fa dei bei cartocci spedito, come i bottegai. Dice che appena
finite le scuole metterà su un negozio, un commercio nuovo, che ha inventato
lui. È stato tutto contento ché gli ho dato dei francobolli esteri, e m'ha
detto appuntino quando si rivende ciascuno per le collezioni.
Mio padre, fingendo di legger la gazzetta, lo stava a sentire, e si divertiva.
Egli ha sempre le tasche gonfie delle sue piccole mercanzie, che ricopre con un
lungo mantello nero, e par continuamente sopra pensiero e affaccendato, come un
negoziante. Ma quello che gli sta più a cuore è la sua collezione di
francobolli: questa è il suo tesoro, e ne parla sempre, come se dovesse cavarne
una fortuna. I compagni gli danno dell'avaraccio, dell'usuraio. Io non so. Gli
voglio bene, m'insegna molte cose, mi sembra un uomo. Coretti, il figliuolo del
rivenditore di legna, dice ch'egli non darebbe i suoi francobolli neanche per
salvar la vita a sua madre. Mio padre non lo crede. - Aspetta ancora a
giudicarlo, - m'ha detto; - egli ha quella passione; ma ha cuore.
Vanità
5,
lunedì
Ieri
andai a far la passeggiata per il viale di Rivoli con Votini e suo padre.
Passando per via Dora Grossa, vedemmo Stardi, quello che tira calci ai
disturbatori, fermo impalato davanti a una vetrina di librario, cogli occhi
fissi sopra una carta geografica; e chi sa da quanto tempo era là, perché egli
studia anche per la strada: ci rese a mala pena il saluto, quel rusticone.
Votini era vestito bene, anche troppo: aveva gli stivali di marocchino trapunti
di rosso, un vestito con ricami e nappine di seta, un cappello di castoro
bianco e l'orologio. E si pavoneggiava. Ma la sua vanità doveva capitar male
questa volta. Dopo aver corso un bel pezzo su per il viale, lasciandoci molto
addietro suo padre, che andava adagio, ci fermammo a un sedile di pietra,
accanto a un ragazzo vestito modestamente, che pareva stanco, e pensava, col
capo basso. Un uomo, che doveva essere suo padre, andava e veniva sotto gli
alberi, leggendo la gazzetta. Ci sedemmo. Votini si mise tra me e il ragazzo. E
subito si ricordò d'essere vestito bene, e volle farsi ammirare e invidiare dal
suo vicino.
Alzò
un piede e mi disse: - Hai visto i miei stivali da ufficiale? - Lo disse per
farli guardar da quell'altro. Ma quegli non gli badò.
Allora
abbassò il piede, e mi mostrò le sue nappine di seta, e mi disse, guardando di
sott'occhio il ragazzo, che quelle nappine di seta non gli piacevano, e che le
volea far cambiare in bottoni d'argento. Ma il ragazzo non guardò neppure le
nappine.
Votini
allora si mise a far girare sulla punta dell'indice il suo bellissimo cappello
di castoro bianco. Ma il ragazzo, pareva che lo facesse per punto, non degnò
d'uno sguardo nemmeno il cappello.
Votini,
che si cominciava a stizzire, tirò fuori l'orologio l'aperse, mi fece veder le
rote. Ma quegli non voltò la testa. - È d'argento dorato? - gli domandai. - No,
- rispose, - è d'oro. - Ma non sarà tutto d'oro, - dissi, - ci sarà anche
dell'argento. - Ma no! - egli ribatté; - e per costringere il ragazzo a
guardare gli mise l'orologio davanti al viso e gli disse: - Di' tu, guarda, non
è vero che è tutto d'oro?
Il
ragazzo rispose secco: - Non lo so.
-
Oh! oh! - esclamò Votini, pien di rabbia, - che superbia!
Mentre
diceva questo, sopraggiunse suo padre, che sentì: guardò un momento fisso quel
ragazzo, poi disse bruscamente al figliuolo: - Taci; - e chinatosi al suo
orecchio soggiunse: - È cieco.
Votini
balzò in piedi, con un fremito, e guardò il ragazzo nel viso. Aveva le pupille
vitree, senza espressione, senza sguardo.
Votini
rimase avvilito, senza parola, con gli occhi a terra. Poi balbettò: - Mi
rincresce... non lo sapevo.
Ma
il cieco, che aveva capito tutto, disse con un sorriso buono e malinconico: -
Oh! non fa nulla.
Ebbene,
è vano; ma non ha mica cattivo cuore Votini. Per tutta la passeggiata non rise
più.
La
prima nevicata
10,
sabato
Addio
passeggiate a Rivoli. Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve! Fin
da ieri sera vien giù a fiocchi fitti e larghi come fiori di gelsomino. Era un
piacere questa mattina alla scuola vederla venire contro le vetrate e
ammontarsi sui davanzali; anche il maestro guardava e si fregava le mani, e
tutti eran contenti pensando a fare alle palle, e al ghiaccio che verrà dopo, e
al focolino di casa. Non c'era che Stardi che non ci badasse, tutto assorto
nella lezione, coi pugni stretti alle tempie. Che bellezza, che festa fu
all'uscita! tutti a scavallar per la strada, gridando e sbracciando, e a
pigliar manate di neve e a zampettarci dentro come cagnolini nell'acqua. I
parenti che aspettavan fuori avevano gli ombrelli bianchi, la guardia civica
aveva l'elmetto bianco, tutti i nostri zaini in pochi momenti furon bianchi.
Tutti parevan fuor di sé dall'allegrezza, perfino Precossi, il figliuolo del
fabbro, quello pallidino che non ride mai, e Robetti, quello che salvò il bimbo
dall'omnibus, poverino, che saltellava con le sue stampelle. Il calabrese, che
non aveva mai toccato neve, se ne fece una pallottola e si mise a mangiarla
come una pesca; Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, se n'empì lo zaino; e il
muratorino ci fece scoppiar da ridere, quando mio padre lo invitò a venir
domani a casa nostra: egli aveva la bocca piena di neve, e non osando né
sputarla né mandarla giù, stava lì ingozzato a guardarci, e non rispondeva.
Anche le maestre uscivan dalla scuola di corsa, ridendo; anche la mia maestra
di prima superiore, poveretta, correva a traverso al nevischio, riparandosi il
viso col suo velo verde, e tossiva. E intanto centinaia di ragazze della
sezione vicina passavano strillando e galoppando su quel tappeto candido, e i
maestri e i bidelli e la guardia gridavano: - A casa! A casa! - ingoiando
fiocchi di neve e imbiancandosi i baffi e la barba. Ma anch'essi ridevano di
quella baldoria di scolari che festeggiavan l'inverno...
-
Voi festeggiate l'inverno... Ma ci son dei ragazzi che non hanno né panni, né
scarpe, né fuoco. Ce ne son migliaia i quali scendono ai villaggi, con un lungo
cammino, portando nelle mani sanguinanti dai geloni un pezzo di legno per
riscaldare la scuola. Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte fra la neve,
nude e tetre come spelonche, dove i ragazzi soffocano dal fumo o battono i
denti dal freddo, guardando con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza
fine, che s'ammucchiano senza posa sulle loro capanne lontane, minacciate dalle
valanghe. Voi festeggiate l'inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature
a cui l'inverno porta la miseria e la morte.
TUO PADRE
Il
muratorino
11,
domenica
Il
«muratorino» è venuto oggi, in cacciatora, tutto vestito di roba smessa di suo
padre, ancora bianca di calcina e di gesso. Mio padre lo desiderava anche più
di me che venisse. Come ci fece piacere! Appena entrato, si levò il cappello a
cencio ch'era tutto bagnato di neve e se lo ficcò in un taschino; poi venne
innanzi, con quella sua andatura trascurata d'operaio stanco, rivolgendo qua e
là il visetto tondo come una mela, col suo naso a pallottola; e quando fu nella
sala da desinare, data un'occhiata in giro ai mobili, e fissati gli occhi sur
un quadretto che rappresenta Rigoletto, un buffone gobbo, fece il «muso di
lepre». È impossibile trattenersi dal ridere a vedergli fare il muso di lepre.
Ci mettemmo a giocare coi legnetti: egli ha un'abilità straordinaria a far
torri e ponti, che par che stian su per miracolo, e ci lavora tutto serio, con
la pazienza di un uomo. Fra una torre e l'altra, mi disse della sua famiglia:
stanno in una soffitta, suo padre va alle scuole serali a imparar a leggere,
sua madre è biellese. E gli debbono voler bene, si capisce, perché è vestito
così da povero figliuolo, ma ben riparato dal freddo, coi panni ben rammendati,
con la cravatta annodata bene dalla mano di sua madre. Suo padre, mi disse, è
un pezzo d'uomo, un gigante, che stenta a passar per le porte; ma buono, e
chiama sempre il figliuolo «muso di lepre»; il figliuolo, invece, è piccolino.
Alle quattro si fece merenda insieme con pane e zebibbo, seduti sul sofà, e
quando ci alzammo, non so perché, mio padre non volle che ripulissi la
spalliera che il muratorino aveva macchiata di bianco con la sua giacchetta: mi
trattenne la mano e ripulì poi lui, di nascosto. Giocando, il muratorino
perdette un bottone della cacciatora, e mia madre glie l'attaccò, ed egli si
fece rosso e stette a vederla cucire tutto meravigliato e confuso, trattenendo
il respiro. Poi gli diedi a vedere degli album di caricature ed egli, senz'avvedersene,
imitava le smorfie di quelle facce, così bene, che anche mio padre rideva. Era
tanto contento quando andò via, che dimenticò di rimettersi in capo
il berretto a cencio, e arrivato sul pianerottolo, per mostrarmi la sua
gratitudine mi fece ancora una volta il muso di lepre. Egli si chiama Antonio
Rabucco, e ha otto anni e otto mesi...
-
Lo sai, figliuolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché ripulirlo,
mentre il tuo compagno vedeva, era quasi un fargli rimprovero d'averlo
insudiciato. E questo non stava bene, prima perché non l'aveva fatto apposta, e
poi perché l'aveva fatto coi panni di suo padre, il quale se li è ingessati
lavorando; e quello che si fa lavorando non è sudiciume: è polvere, è calce, è
vernice, è tutto quello che vuoi, ma non sudiciume. Il lavoro non insudicia.
Non dir mai d'un operaio che vien dal lavoro: - È sporco. - Devi dire: - Ha sui
panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli bene al
muratorino, prima perché è tuo compagno, poi perché è figliuolo d'un operaio.
TUO PADRE
Una
palla di neve
16,
venerdì
E
sempre nevica, nevica. Seguì un brutto caso, questa mattina, con la neve,
all'uscir dalla scuola. Un branco di ragazzi, appena sboccati sul Corso, si
misero a tirar palle, con quella neve acquosa, che fa le palle sode e pesanti
come pietre. Molta gente passava sul marciapiedi. Un signore gridò: - Smettete,
monelli! - e proprio in quel punto si udì un grido acuto dall'altra parte della
strada, e si vide un vecchio che aveva perduto il cappello e barcollava,
coprendosi il viso con le mani, e accanto a lui un ragazzo che gridava: -
Aiuto! Aiuto! - Subito accorse gente da ogni parte. Era stato colpito da una
palla in un occhio. Tutti i ragazzi si sbandarono fuggendo come saette. Io
stavo davanti alla bottega del libraio, dov'era entrato mio padre, e vidi
arrivar di corsa parecchi miei compagni che si mescolarono fra gli altri vicini
a me, e finsero di guardar le vetrine: c'era Garrone, con la sua solita
pagnotta in tasca, Coretti, il muratorino, e Garoffi, quello dei francobolli.
Intanto s'era fatta folla intorno al vecchio, e una guardia ed altri correvano
qua e là minacciando e domandando: - Chi è? chi è stato? Sei tu? Dite chi è
stato! - e guardavan le mani ai ragazzi, se le avevan bagnate di neve. Garoffi
era accanto a me: m'accorsi che tremava tutto, e che avea il viso bianco come
un morto. - Chi è? Chi è stato? - continuava a gridare la gente. - Allora
intesi Garrone che disse piano a Garoffi: - Su, vatti a presentare; sarebbe una
vigliaccheria lasciar agguantare qualcun altro. - Ma io non l'ho fatto apposta!
- rispose Garoffi, tremando come una foglia. - Non importa fa il tuo dovere, -
ripeté Garrone. - Ma io non ho coraggio! - Fatti coraggio, t'accompagno io. - E
la guardia e gli altri gridavan sempre più forte: - Chi è? Chi è stato? Un
occhiale in un occhio gli han fatto entrare! L'hanno accecato! Briganti! - Io
credetti che Garoffi cascasse in terra. - Vieni, - gli disse risolutamente
Garrone, - io ti difendo, - e afferratolo per un braccio lo spinse avanti,
sostenendolo, come un malato. La gente vide e capì
subito, e parecchi accorsero coi pugni alzati. Ma Garrone si fece in mezzo,
gridando: - Vi mettete in dieci uomini contro un ragazzo? - Allora quelli
ristettero, e una guardia civica pigliò Garoffi per mano e lo condusse, aprendo
la folla, a una bottega di pastaio, dove avevano ricoverato il ferito.
Vedendolo, riconobbi subito il vecchio impiegato, che sta al quarto piano di
casa nostra, col suo nipotino. Era adagiato sur una seggiola, con un fazzoletto
sugli occhi. - Non l'ho fatto apposta! - diceva singhiozzando Garoffi, mezzo
morto dalla paura, - non l'ho fatto apposta! - Due o tre persone lo spinsero
violentemente nella bottega, gridando: - La fronte a terra! Domanda perdono! -
e lo gettarono a terra. Ma subito due braccia vigorose lo rimisero in piedi e
una voce risoluta disse: - No, signori! - Era il nostro Direttore, che avea
visto tutto. - Poiché ha avuto il coraggio di presentarsi, - soggiunse- nessuno
ha il diritto di avvilirlo. Tutti stettero zitti. - Domanda perdono, - disse il
Direttore a Garoffi. Garoffi, scoppiando in pianto, abbracciò le ginocchia del
vecchio, e questi, cercata con la mano la testa di lui, gli carezzò i capelli.
Allora tutti dissero: - Va', ragazzo, va', torna a casa! - E mio padre mi tirò
fuori della folla e mi disse strada facendo: - Enrico, in un caso simile,
avresti il coraggio di fare il tuo dovere, di andar a confessare la tua colpa?
- Io gli risposi di sì. Ed egli: - Dammi la tua parola di ragazzo di cuore e
d'onore che lo faresti. - Ti do la mia parola, padre mio!
Le
maestre
17,
sabato
Garoffi
stava tutto pauroso, quest'oggi, ad aspettare una grande risciacquata del
maestro; ma il maestro non è comparso, e poiché mancava anche il supplente, è
venuta a far scuola la signora Cromi, la più attempata delle maestre, che ha
due figliuoli grandi e ha insegnato a leggere e a scrivere a parecchie signore
che ora vengono ad accompagnare i loro ragazzi alla Sezione Baretti. Era
triste, oggi, perché ha un figliuolo malato. Appena che la videro, cominciarono
a fare il chiasso. Ma essa con voce lenta e tranquilla disse: - Rispettate i
miei capelli bianchi: io non sono soltanto una maestra, sono una madre; - e
allora nessuno osò più di parlare, neanche quella faccia di bronzo di Franti,
che si contentò di farle le beffe di nascosto. Nella classe della Cromi fu
mandata la Delcati, maestra di mio fratello, e al posto della Delcati, quella
che chiamano «la monachina», perché è sempre vestita di scuro, con un grembiale
nero, e ha un viso piccolo e bianco, i capelli sempre lisci gli occhi chiari
chiari, e una voce sottile, che par sempre che mormori preghiere. E non si
capisce, dice mia madre: è così mite e timida, con quel filo di voce sempre
eguale, che appena si sente, e non grida, non s'adira mai: eppure tiene i
ragazzi quieti che non si sentono, i più monelli chinano il capo solo che li
ammonisca col dito, pare una chiesa la sua scuola, e per questo anche chiamano
lei la monachina. Ma ce n'è un'altra che mi piace pure: la maestrina della
prima inferiore numero 3, quella giovane col viso color di rosa, che ha due
belle pozzette nelle guancie, e porta una gran penna rossa sul cappellino e una
crocetta di vetro giallo appesa al collo. È sempre allegra, tien la classe allegra,
sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina che par che canti,
picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le mani per impor silenzio; poi
quando escono, corre come una bambina dietro all'uno e all'altro, per
rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell'altro abbottona il
cappotto perché non infreddino, li segue
fin
nella strada perché non s'accapiglino, supplica i parenti che non li castighino
a casa, porta delle pastiglie a quei che han la tosse, impresta il suo manicotto
a quelli che han freddo; ed è tormentata continuamente dai più piccoli che le
fanno carezze e le chiedon dei baci tirandola pel velo e per la mantiglia; ma
essa li lascia fare e li bacia tutti, ridendo, e ogni giorno ritorna a casa
arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta, con le sue belle pozzette
e la sua penna rossa. È anche maestra di disegno delle ragazze, e mantiene col
proprio lavoro sua madre e suo fratello.
In
casa del ferito
18,
domenica
È
con la maestra dalla penna rossa il nipotino del vecchio impiegato che fu
colpito all'occhio dalla palla di neve di Garoffi: lo abbiamo visto oggi, in
casa di suo zio, che lo tiene come un figliuolo. Io avevo terminato di scrivere
il racconto mensile per la settimana ventura, Il piccolo scrivano fiorentino,
che il maestro mi diede a copiare; e mio padre mi ha detto: - Andiamo su al
quarto piano, a veder come sta dell'occhio quel signore. - Siamo entrati in una
camera quasi buia, dov'era il vecchio a letto, seduto, con molti cuscini dietro
le spalle; accanto al capezzale sedeva sua moglie, e c'era in un canto il
nipotino che si baloccava. Il vecchio aveva l'occhio bendato. È stato molto
contento di veder mio padre, ci ha fatto sedere e ha detto che stava meglio,
che l'occhio non era perduto, non solo, ma che a capo di pochi giorni sarebbe
guarito. - Fu una disgrazia, - ha soggiunto; - mi duole dello spavento che deve
aver avuto quel povero ragazzo. - Poi ci ha parlato del medico, che doveva
venir a quell'ora, a curarlo. Proprio in quel punto, suona il campanello. - È
il medico, - dice la signora. La porta s'apre... E chi vedo? Garoffi col suo
mantello lungo, ritto sulla soglia, col capo chino, che non aveva coraggio di
entrare. - Chi è? - domanda il malato. - È il ragazzo che tirò la palla, - dice
mio padre. - E il vecchio allora: - O povero ragazzo! vieni avanti; sei venuto
a domandar notizie del ferito, non è vero? Ma va meglio, sta tranquillo, va
meglio, son quasi guarito. Vieni qua. - Garoffi, confuso che non ci vedeva più,
s'è avvicinato al letto, forzandosi per non piangere, e il vecchio l'ha
carezzato, ma egli non poteva parlare. - Grazie, ha detto il vecchio, - va pure
a dire a tuo padre e a tua madre che tutto va bene, che non si dian più
pensiero. - Ma Garoffi non si moveva, pareva che avesse qualcosa da dire, ma
non osava. - Che mi hai da dire? che cosa vuoi dire? - Io... nulla. - Ebbene,
addio, a rivederci, ragazzo; vattene pure col cuore in pace. Garoffi è andato
fino alla porta, ma là s'è fermato,
e s'è volto indietro verso il nipotino, che lo seguitava, e lo guardava
curiosamente. Tutt'a un tratto, cavato di sotto al mantello un oggetto, lo
mette in mano al ragazzo, dicendogli in fretta: - È per te, - e via come un
lampo. Il ragazzo porta l'oggetto allo zio; vedono che c'è scritto su: Ti regalo
questo; guardan dentro, e fanno un'esclamazione di stupore. Era l'album famoso,
con la sua collezione di francobolli, che il povero Garoffi aveva portato, la
collezione di cui parlava sempre, su cui aveva fondato tante speranze, e che
gli era costata tante fatiche; era il suo tesoro, povero ragazzo, era metà del
suo sangue, che in cambio del perdono egli regalava!
Il
piccolo scrivano fiorentino
Racconto
mensile
Faceva
la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di
capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d'un impiegato delle strade
ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio, viveva nelle
strettezze. Suo padre lo amava ed era assai buono e indulgente con lui:
indulgente in tutto fuorché in quello che toccava la scuola: in questo
pretendeva molto e si mostrava severo perché il figliuolo doveva mettersi in
grado di ottener presto un impiego per aiutar la famiglia; e per valer presto
qualche cosa gli bisognava faticar molto in poco tempo. E benché il ragazzo studiasse,
il padre lo esortava sempre a studiare. Era già avanzato negli anni, il padre,
e il troppo lavoro l'aveva anche invecchiato prima del tempo. Non di meno, per
provvedere ai bisogni della famiglia, oltre al molto lavoro che gl'imponeva il
suo impiego, pigliava ancora qua e là dei lavori straordinari di copista, e
passava una buona parte della notte a tavolino. Da ultimo aveva preso da una
Casa editrice, che pubblicava giornali e libri a dispense, l'incarico di
scriver sulle fasce il nome e l'indirizzo degli abbonati e guadagnava tre lire
per ogni cinquecento di quelle strisciole di carta, scritte in caratteri grandi
e regolari. Ma questo lavoro lo stancava, ed egli se ne lagnava spesso con la
famiglia, a desinare. - I miei occhi se ne vanno, - diceva, - questo lavoro di
notte mi finisce. - Il figliuolo gli disse un giorno: - Babbo, fammi lavorare
in vece tua; tu sai che scrivo come te, tale e quale. - Ma il padre gli
rispose: - No figliuolo; tu devi studiare; la tua scuola è una cosa molto più
importante delle mie fasce; avrei rimorsi di rubarti un'ora; ti ringrazio, ma
non voglio, e non parlarmene più.
Il
figliuolo sapeva che con suo padre, in quelle cose, era inutile insistere, e
non insistette. Ma ecco che cosa fece. Egli sapeva che a mezzanotte in punto
suo padre smetteva di scrivere, e usciva dal suo stanzino da lavoro per andare
nella camera da letto. Qualche volta l'aveva sentito: scoccati i dodici colpi
al pendolo, aveva sentito immediatamente il rumore della seggiola smossa e il
passo lento di suo padre. Una notte aspettò ch'egli fosse a letto, si vestì
piano piano, andò a tentoni nello stanzino, riaccese il lume a petrolio,
sedette alla scrivania, dov'era un mucchio di fasce bianche e l'elenco degli
indirizzi, e cominciò a scrivere, rifacendo appuntino la scrittura di suo
padre. E scriveva di buona voglia, contento, con un po' di paura, e le fasce
s'ammontavano, e tratto tratto egli smetteva la penna per fregarsi le mani, e
poi ricominciava con più alacrità, tendendo l'orecchio, e sorrideva. Centosessanta
ne scrisse: una lira! Allora si fermò, rimise la penna dove l'aveva presa,
spense il lume, e tornò a letto, in punta di piedi.
Quel
giorno, a mezzodì, il padre sedette a tavola di buon umore. Non s'era accorto
di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo a ore e pensando ad
altro, e non contava le fasce scritte che il giorno dopo. Sedette a tavola di
buonumore, e battendo una mano sulla spalla al figliuolo: - Eh, Giulio, -
disse, - è ancora un buon lavoratore tuo padre, che tu credessi! In due ore ho
fatto un buon terzo di lavoro più del solito, ieri sera. La mano è ancora
lesta, e gli occhi fanno ancora il loro dovere. - E Giulio, contento, muto,
diceva tra sé: «Povero babbo, oltre al guadagno, io gli dò ancora questa
soddisfazione, di credersi ringiovanito. Ebbene, coraggio».
Incoraggiato
dalla buona riuscita, la notte appresso, battute le dodici, su un'altra volta,
e al lavoro. E così fece per varie notti. E suo padre non s'accorgeva di nulla.
Solo una volta, a cena, uscì in quest'esclamazione: - È strano, quanto petrolio
va in questa casa da un po' di tempo! Giulio ebbe una scossa; ma il discorso si
fermò lì. E il lavoro notturno andò innanzi.
Senonché,
a rompersi così il sonno ogni notte, Giulio non riposava abbastanza, la mattina
si levava stanco, e la sera, facendo il lavoro di scuola, stentava a tener gli
occhi aperti. Una sera, - per la prima volta in vita sua, - s'addormentò sul
quaderno. - Animo! animo! - gli gridò suo padre, battendo le mani, - al lavoro!
- Egli si riscosse e si rimise al lavoro. Ma la sera dopo, e i giorni seguenti,
fu la cosa medesima, e peggio: sonnecchiava sui libri, si levava più tardi del
solito, studiava la lezione alla stracca, pareva svogliato dello studio. Suo
padre cominciò a osservarlo, poi a impensierirsi, e in fine a fargli dei
rimproveri. Non glie ne aveva mai dovuto fare! - Giulio, - gli disse una
mattina, - tu mi ciurli nel manico, tu non sei più quel d'una volta. Non mi va
questo. Bada, tutte le speranze della famiglia riposano su di te. Io son malcontento,
capisci! - A questo rimprovero, il primo veramente severo ch'ei ricevesse, il
ragazzo si turbò. E «sì, - disse tra sé, - è vero; così non si può continuare;
bisogna che l'inganno finisca». Ma la sera di quello stesso giorno, a desinare,
suo padre uscì a dire con molta allegrezza: - Sapete che in questo mese ho
guadagnato trentadue lire di più che nel mese scorso, a far fasce! - e dicendo
questo, tirò di sotto alla tavola un cartoccio di dolci, che aveva comprati per
festeggiare coi suoi figliuoli il guadagno straordinario, e che tutti accolsero
battendo le mani. E allora Giulio riprese animo, e disse in cuor suo: «No,
povero babbo, io non cesserò d'ingannarti; io farò degli sforzi più grandi per
studiar lungo il giorno; ma continuerò a lavorare di notte per te e per tutti
gli altri». E il padre soggiunse: - Trentadue lire di più! Son contento... Ma è
quello là, - e indicò Giulio, - che mi dà dei dispiaceri. - E Giulio ricevé il
rimprovero in silenzio, ricacciando dentro due lagrime che volevano uscire; ma
sentendo ad un tempo nel cuore una grande dolcezza.
E
seguitò a lavorare di forza. Ma la fatica accumulandosi alla fatica, gli
riusciva sempre più difficile di resistervi. La cosa durava da due mesi. Il
padre continuava a rimbrottare il figliuolo e a guardarlo con occhio sempre più
corrucciato. Un giorno andò a chiedere informazioni al maestro, e il maestro
gli chiese: - Sì, fa, fa, perché ha intelligenza. Ma non ha più la voglia di
prima. Sonnecchia, sbadiglia, è distratto. Fa delle composizioni corte, buttate
giù in fretta, in cattivo carattere. Oh! potrebbe far molto, ma molto di più. -
Quella sera il padre prese il ragazzo in disparte e gli disse parole più gravi
di quante ei ne avesse mai intese. - Giulio, tu vedi ch'io lavoro, ch'io mi
logoro la vita per la famiglia. Tu non mi assecondi. Tu non hai cuore per me,
né per i tuoi fratelli, né per tua madre! - Ah no! non lo dire, babbo! - gridò
il figliuolo scoppiando in pianto, e aprì la bocca per confessare ogni cosa. Ma
suo padre l'interruppe, dicendo: - Tu conosci le condizioni della famiglia; sai
se c'è bisogno di buon volere e di sacrifici da parte di tutti. Io stesso,
vedi, dovrei raddoppiare il mio lavoro. Io contavo questo mese sopra una
gratificazione di cento lire alle strade ferrate, e ho saputo stamani che non
avrò nulla! - A quella notizia, Giulio ricacciò dentro subito la confessione
che gli stava per fuggire dall'anima, e ripeté risolutamente a sé stesso: «No,
babbo, io non ti dirò nulla; io custodirò il segreto per poter lavorare per te;
del dolore di cui ti son cagione, ti compenso altrimenti; per la scuola
studierò sempre abbastanza da esser promosso; quello che importa è di aiutarti
a guadagnar la vita, e di alleggerirti la fatica che t'uccide». E tirò avanti,
e furono altri due mesi di lavoro di notte e di spossatezza di giorno, di
sforzi disperati del figliuolo e di rimproveri amari del padre. Ma il peggio
era che questi s'andava via via raffreddando col ragazzo, non gli parlava più
che di rado, come se fosse un figliuolo intristito, da cui non restasse più
nulla a sperare, e sfuggiva quasi d'incontrare
il suo sguardo. E Giulio se n'avvedeva, e ne soffriva, e quando suo padre
voltava le spalle, gli mandava un bacio furtivamente, sporgendo il viso, con un
sentimento di tenerezza pietosa e triste; e tra per il dolore e per la fatica,
dimagrava e scoloriva, e sempre più era costretto a trasandare i suoi studi. E
capiva bene che avrebbe dovuto finirla un giorno, e ogni sera si diceva: -
Questa notte non mi leverò più; - ma allo scoccare delle dodici, nel momento in
cui avrebbe dovuto riaffermare vigorosamente il suo proposito, provava un
rimorso, gli pareva, rimanendo a letto, di mancare a un dovere, di rubare una
lira a suo padre e alla sua famiglia. E si levava, pensando che una qualche
notte suo padre si sarebbe svegliato e l'avrebbe sorpreso, o che pure si
sarebbe accorto dell'inganno per caso, contando le fasce due volte; e allora
tutto sarebbe finito naturalmente, senza un atto della sua volontà, ch'egli non
si sentiva il coraggio di compiere. E così continuava.
Ma
una sera, a desinare, il padre pronunciò una parola che fu decisiva per lui.
Sua madre lo guardò, e parendole di vederlo più malandato e più smorto del
solito, gli disse: - Giulio, tu sei malato. - E poi, voltandosi al padre,
ansiosamente: - Giulio è malato. Guarda com'è pallido! Giulio mio, cosa ti
senti? - Il padre gli diede uno sguardo di sfuggita, e disse: - È la cattiva
coscienza che fa la cattiva salute. Egli non era così quando era uno scolaro
studioso e un figliuolo di cuore. - Ma egli sta male! - esclamò la mamma. - Non
me ne importa più! - rispose il padre.
Quella
parola fu una coltellata al cuore per il povero ragazzo. Ah! non glie ne
importava più. Suo padre che tremava, una volta, solamente a sentirlo tossire! Non
l'amava più dunque, non c'era più dubbio ora, egli era morto nel cuore di suo
padre... «Ah! no, padre mio, - disse tra sé il ragazzo, col cuore stretto
dall'angoscia, - ora è finita davvero, io senza il tuo affetto non posso
vivere, lo rivoglio intero, ti dirò tutto, non t'ingannerò più, studierò come
prima; nasca quel che nasca, purché tu torni a volermi bene, povero padre mio!
Oh questa volta son ben sicuro della mia risoluzione!»
Ciò
non di meno, quella notte si levò ancora, per forza d'abitudine, più che per
altro; e quando fu levato, volle andare a salutare, a riveder per qualche
minuto, nella quiete della notte, per l'ultima volta, quello stanzino dove
aveva tanto lavorato segretamente, col cuore pieno di soddisfazione e di
tenerezza. E quando si ritrovò al tavolino, col lume acceso, e vide quelle
fasce bianche, su cui non avrebbe scritto mai più quei nomi di città e di
persone che oramai sapeva a memoria, fu preso da una grande tristezza, e con un
atto impetuoso ripigliò la penna, per ricominciare il lavoro consueto. Ma nello
stender la mano urtò un libro, e il libro cadde. Il sangue gli diede un tuffo.
Se suo padre si svegliava! Certo non l'avrebbe sorpreso a commettere una
cattiva azione, egli stesso aveva ben deciso di dirgli tutto; eppure... il sentir
quel passo avvicinarsi, nell'oscurità; - l'esser sorpreso a quell'ora, in quel
silenzio; - sua madre che si sarebbe svegliata e spaventata, - e il pensar per
la prima volta che suo padre avrebbe forse provato un'umiliazione in faccia
sua, scoprendo ogni cosa... tutto questo lo atterriva, quasi. - Egli tese
l'orecchio, col respiro sospeso... Non sentì rumore. Origliò alla serratura
dell'uscio che aveva alle spalle: nulla. Tutta la casa dormiva. Suo padre non
aveva inteso. Si tranquillò. E ricominciò a scrivere. E le fasce s'ammontavano
sulle fasce. Egli sentì il passo cadenzato delle guardie civiche giù nella
strada deserta; poi un rumore di carrozza che cessò tutt'a un tratto; poi, dopo
un pezzo, lo strepito d'una fila di carri che passavano lentamente; poi un
silenzio profondo, rotto a quando a quando dal latrato lontano d'un cane. E
scriveva, scriveva. E intanto suo padre era dietro di lui: egli s'era levato
udendo cadere il libro, ed era rimasto aspettando il buon punto; lo strepito
dei carri aveva coperto il fruscio dei suoi passi e il cigolio leggiero delle
imposte dell'uscio; ed era là, - con la sua testa bianca sopra la testina nera
di Giulio, - e aveva visto correr la penna sulle
fasce, - e in un momento aveva tutto indovinato, tutto ricordato, tutto
compreso, e un pentimento disperato, una tenerezza immensa, gli aveva invaso
l'anima, e lo teneva inchiodato, soffocato là, dietro al suo bimbo.
All'improvviso, Giulio diè un grido acuto, - due braccia convulse gli avevan
serrata la testa. - O babbo! babbo, perdonami! perdonami! - gridò, riconoscendo
suo padre al pianto. - Tu, perdonami! - rispose il padre, singhiozzando e
coprendogli la fronte di baci, - ho capito tutto, so tutto, son io, son io che
ti domando perdono, santa creatura mia, vieni, vieni con me! - E lo sospinse, o
piuttosto se lo portò al letto di sua madre, svegliata, e glielo gettò tra le
braccia e le disse: - Bacia quest'angiolo di figliuolo che da tre mesi non
dorme e lavora per me, e io gli contristo il cuore, a lui che ci guadagna il
pane! - La madre se lo strinse e se lo tenne sul petto, senza poter raccoglier
la voce; poi disse: - A dormire, subito, bambino mio, va' a dormire, a
riposare! Portalo a letto! - Il padre lo pigliò fra le braccia, lo portò nella
sua camera, lo mise a letto, sempre ansando e carezzandolo, e gli accomodò i
cuscini e le coperte. - Grazie, babbo, - andava ripetendo il figliuolo, -
grazie; ma va' a letto tu ora; io sono contento; va' a letto, babbo. - Ma suo
padre voleva vederlo addormentato, sedette accanto al letto, gli prese la mano
e gli disse:
-
Dormi, dormi figliuol mio! - E Giulio, spossato, s'addormentò finalmente, e
dormì molte ore, godendo per la prima volta, dopo vari mesi, d'un sonno
tranquillo, rallegrato da sogni ridenti; e quando aprì gli occhi, che splendeva
già il sole da un pezzo, sentì prima, e poi si vide accosto al petto,
appoggiata sulla sponda del letticciolo, la testa bianca del padre, che aveva
passata la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il suo cuore.
La
volontà
28,
mercoledì
C'è
Stardi, nella mia classe, che avrebbe la forza di fare quello che fece il
piccolo fiorentino. Questa mattina ci furono due avvenimenti alla scuola:
Garoffi, matto dalla contentezza, perché gli han restituito il suo album, con
l'aggiunta di tre francobolli della repubblica di Guatemala, ch'egli cercava da
tre mesi; e Stardi che ebbe la seconda medaglia. Stardi, primo della classe
dopo Derossi! Tutti ne rimasero meravigliati. Chi l'avrebbe mai detto, in
ottobre, quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel cappottone
verde, e disse al maestro, in faccia a tutti: - Ci abbia molta pazienza perché
è molto duro di comprendonio! - Tutti gli davan della testa di legno da
principio. Ma egli disse: - O schiatto, o riesco, - e si mise per morto a
studiare, di giorno, di notte, a casa, in iscuola, a passeggio, coi denti
stretti e coi pugni chiusi, paziente come un bove, ostinato come un mulo, e
così, a furia di pestare, non curando le canzonature e tirando calci ai
disturbatori, è passato innanzi agli altri, quel testone. Non capiva un'acca di
aritmetica, empiva di spropositi la composizione, non riesciva a tener a mente
un periodo, e ora risolve i problemi, scrive corretto e canta la lezione come
un artista. E s'indovina la sua volontà di ferro a veder com'è fatto, così
tozzo, col capo quadro e senza collo, con le mani corte e grosse e con quella
voce rozza. Egli studia perfin nei brani di giornale e negli avvisi dei teatri,
e ogni volta che ha dieci soldi si compera un libro: s'è già messo insieme una
piccola biblioteca, e in un momento di buon umore si lasciò scappar di bocca
che mi condurrà a casa a vederla. Non parla a nessuno, non gioca con nessuno, è
sempre lì al banco coi pugni alle tempie, fermo come un masso, a sentire il
maestro. Quanto deve aver faticato, povero Stardi! Il maestro glielo disse
questa mattina, benché fosse impaziente e di malumore, quando diede le
medaglie: - Bravo Stardi; chi la dura la vince. - Ma egli non parve affatto
inorgoglito, non sorrise, e appena tornato al banco con la sua medaglia, ripiantò i due pugni alle
tempie e stette più immobile e più attento di prima. Ma il più bello fu
all'uscita, che c'era a aspettarlo suo padre, - un flebotomo, - grosso e tozzo
come lui, con un faccione e un vocione. Egli non se l'aspettava quella
medaglia, e non ci voleva credere, bisognò che il maestro lo assicurasse, e
allora si mise a ridere di gusto, e diede una manata sulla nuca al figliuolo,
dicendo forte: - Ma bravo, ma bene, caro zuccone mio, va'! - e lo guardava
stupito, sorridendo. E tutti i ragazzi intorno sorridevano, eccettuato Stardi.
Egli ruminava già nella cappadoccia la lezione di domani mattina.
Gratitudine
31,
sabato
Il
tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne son certo. - Il
maestro era di malumore, era impaziente; - tu lo dici in tono di risentimento.
Pensa un po' quante volte fai degli atti d'impazienza tu, e con chi? con tuo
padre e con tua madre, coi quali la tua impazienza è un delitto. Ha ben ragione
il tuo maestro di essere qualche volta impaziente! Pensa che da tanti anni
fatica per i ragazzi; e che se n'ebbe molti affettuosi e gentili, ne trovò pure
moltissimi ingrati, i quali abusarono della sua bontà, e disconobbero le sue
fatiche; e che pur troppo, fra tutti, gli date più amarezze che soddisfazioni.
Pensa che il più santo uomo della terra, messo al suo posto, si lascerebbe
vincere qualche volta dall'ira. E poi, se sapessi quante volte il maestro va a
far lezione malato, solo perché non ha un male grave abbastanza da farsi dispensar
dalla scuola, ed è impaziente perché soffre, e gli è un grande dolore il vedere
che voi altri non ve n'accorgete o ne abusate! Rispetta, ama il tuo maestro,
figliuolo. Amalo perché tuo padre lo ama e lo rispetta; perché egli consacra la
vita al bene di tanti ragazzi che lo dimenticheranno, amalo perché ti apre e
t'illumina l'intelligenza e ti educa l'animo; perché un giorno, quando sarai
uomo, e non saremo più al mondo né io né lui, la sua immagine ti si presenterà
spesso alla mente accanto alla mia, e allora, vedi, certe espressioni di dolore
e di stanchezza del suo buon viso di galantuomo, alle quali ora non badi, te le
ricorderai, e ti faranno pena, anche dopo trent'anni; e ti vergognerai,
proverai tristezza di non avergli voluto bene, d'esserti portato male con lui.
Ama il tuo maestro, perché appartiene a quella grande famiglia di cinquantamila
insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia, i quali sono come i padri
intellettuali dei milioni di ragazzi che crescon con te, i lavoratori mal
riconosciuti e mal ricompensati, che preparano al nostro paese un popolo
migliore del presente. Io non son contento dell'affetto che hai per me, se non
ne hai pure per tutti coloro
che ti fanno del bene, e fra questi il tuo maestro è il primo, dopo i tuoi
parenti. Amalo come ameresti un mio fratello, amalo quando ti accarezza e
quando ti rimprovera, quando è giusto e quando ti par che sia ingiusto, amalo
quando è allegro e affabile, e amalo anche di più quando lo vedi triste. Amalo
sempre. E pronuncia sempre con riverenza questo nome - maestro - che dopo
quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un
altro uomo.
TUO PADRE
GENNAIO
Il
maestro supplente
4,
mercoledì
Aveva
ragione mio padre: il maestro era di malumore perché non stava bene, e da tre
giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza barba,
che pare un giovinetto. Una brutta cosa accadde questa mattina. Già il primo e
il secondo giorno avevan fatto chiasso nella scuola, perché il supplente ha una
gran pazienza, e non fa che dire: - State zitti, state zitti, vi prego. - Ma
questa mattina si passò la misura. Si faceva un ronzìo che non si sentivan più
le sue parole, ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato sprecato. Due volte il
Direttore s'affacciò all'uscio e guardò. Ma via lui, il sussurro cresceva, come
in un mercato. Avevano un bel voltarsi Garrone e Derossi a far dei cenni ai
compagni che stessero buoni, che era una vergogna. Nessuno ci badava. Non c'era
che Stardi che stesse quieto, coi gomiti sul banco e i pugni alle tempie,
pensando forse alla sua famosa libreria, e Garoffi, quello del naso a uncino e
dei francobolli, che era tutto occupato a far l'elenco dei sottoscrittori a due
centesimi per la lotteria d'un calamaio da tasca. Gli altri cicalavano e
ridevano, sonavano con punte di pennini piantate nei banchi e si tiravano dei
biascicotti di carta con gli elastici delle calze. Il supplente afferrava per
un braccio ora l'uno ora l'altro, e li scrollava, e ne mise uno contro il muro:
tempo perso. Non sapeva più a che santo votarsi, pregava: - Ma perché fate in
codesto modo? volete farmi rimproverare per forza? - Poi batteva il pugno sul
tavolino, e gridava con voce di rabbia e di pianto: - Silenzio! Silenzio!
Silenzio! - Faceva pena a sentirlo. Ma il rumore cresceva sempre. Franti gli
tirò una frecciuola di carta, alcuni facevan la voce del gatto, altri si
scappellottavano; era un sottosopra da non descriversi; quando improvvisamente
entrò il bidello e disse: - Signor maestro, il Direttore la chiama. - Il
maestro s'alzò e uscì in fretta, facendo un atto disperato. Allora il baccano
ricominciò più forte. Ma tutt'a un tratto Garrone saltò su col viso stravolto e
coi pugni stretti, e gridò
con la voce strozzata dall'ira: - Finitela. Siete bestie. Abusate perché è
buono. Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani. Siete un branco di
vigliacchi. Il primo che gli fa ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo
i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre! - Tutti tacquero. Ah!
Com'era bello a vedere, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme! Un
leoncello furioso, pareva. Guardò uno per uno i più arditi, e tutti chinaron la
testa. Quando il supplente rientrò, con gli occhi rossi, non si sentiva più un
alito. - Egli rimase stupito. Ma poi, vedendo Garrone ancora tutto acceso e
fremente, capì, e gli disse con l'accento d'un grande affetto, come avrebbe
detto a un fratello: - Ti ringrazio, Garrone.
La libreria di Stardi
Sono
andato da Stardi, che sta di casa in faccia alla scuola, e ho provato invidia
davvero a veder la sua libreria. Non è mica ricco, non può comprar molti libri;
ma egli conserva con gran cura i suoi libri di scuola, e quelli che gli
regalano i parenti, e tutti i soldi che gli danno, li mette da parte e li
spende dal libraio: in questo modo s'è già messo insieme una piccola
biblioteca, e quando suo padre s'è accorto che aveva quella passione, gli ha
comperato un bello scaffale di noce con la tendina verde, e gli ha fatto legare
quasi tutti i volumi coi colori che piacevano a lui. Così ora egli tira un
cordoncino, la tenda verde scorre via e si vedono tre file di libri d'ogni
colore, tutti in ordine, lucidi, coi titoli dorati sulle coste; dei libri di
racconti, di viaggi e di poesie; e anche illustrati. Ed egli sa combinar bene i
colori, mette i volumi bianchi accanto ai rossi, i gialli accanto ai neri, gli
azzurri accanto ai bianchi, in maniera che si vedan di lontano e facciano bella
figura; e si diverte poi a variare le combinazioni. S'è fatto il suo catalogo.
È come un bibliotecario. Sempre sta attorno ai suoi libri, a spolverarli, a
sfogliarli, a esaminare le legature; bisogna vedere con che cura gli apre, con
quelle sue mani corte e grosse, soffiando tra le pagine: paiono ancora tutti
nuovi. Io che ho sciupato tutti i miei! Per lui, ad ogni nuovo libro che
compera, è una festa a lisciarlo, a metterlo al posto e a riprenderlo per
guardarlo per tutti i versi e a covarselo come un tesoro. Non m'ha fatto veder
altro in un'ora. Aveva male agli occhi dal gran leggere. A un certo momento
passò nella stanza suo padre, che è grosso e tozzo come lui, con un testone
come il suo, e gli diede due o tre manate sulla nuca, dicendomi con quel
vocione: - Che ne dici, eh, di questa testaccia di bronzo? E una testaccia che
riuscirà a qualcosa, te lo assicuro io! - E Stardi socchiudeva gli occhi sotto
quelle ruvide carezze come un grosso cane da caccia. Io non so; non osavo
scherzare con lui; non mi pareva vero che avesse solamente
un anno più di me, e quando mi disse - A rivederci - sull'uscio, con quella
faccia che par sempre imbronciata, poco mancò che gli rispondessi: - La
riverisco - come a un uomo. Io lo dissi poi a mio padre, a casa: - Non capisco,
Stardi non ha ingegno, non ha belle maniere, è una figura quasi buffa; eppure
mi mette soggezione. - E mio padre rispose: - È perché ha carattere. - Ed io
soggiunsi: - In un'ora che son stato con lui non ha pronunciato cinquanta
parole, non m'ha mostrato un giocattolo, non ha riso una volta; eppure ci son
stato volentieri. - E mio padre rispose: - È perché lo stimi.
Il figliuolo del fabbro ferraio
Sì,
ma anche Precossi io stimo, ed è troppo poco il dire che lo stimo. Precossi, il
figliuolo del fabbro ferraio, quello piccolo, smorto, che ha gli occhi buoni e
tristi, e un'aria di spaventato così timido, che dice a tutti: scusami; sempre
malaticcio, e che pure studia tanto. Suo padre rientra in casa ubriaco
d'acquavite, e lo batte senza un perché al mondo, gli butta in aria i libri e i
quaderni con un rovescione; ed egli viene a scuola coi lividi sul viso, qualche
volta col viso tutto gonfio e gli occhi infiammati dal gran piangere. Ma mai,
mai che gli si possa far dire che suo padre l'ha battuto. - È tuo padre che
t'ha battuto! - gli dicono i compagni. Ed egli grida subito: - Non è vero! Non
è vero! - per non far disonore a suo padre. - Questo foglio non l'hai bruciato
tu, - gli dice il maestro, mostrandogli il lavoro mezzo bruciato. - Sì, -
risponde lui, con la voce tremante; - son io che l'ho lasciato cadere sul
fuoco. - Eppure noi lo sappiamo bene che è suo padre briaco che ha rovesciato
tavolo e lume con una pedata, mentr'egli faceva il suo lavoro. Egli sta in una
soffitta della nostra casa, dall'altra scala, la portinaia racconta tutto a mia
madre; mia sorella Silvia lo sentì gridare dal terrazzo un giorno che suo padre
gli fece far la scala a capitomboli perché gli aveva chiesto dei soldi da
comperare la Grammatica. Suo padre beve, non lavora, e la famiglia patisce la
fame. Quante volte il povero Precossi viene a scuola digiuno, e rosicchia di
nascosto un panino che gli dà Garrone, o una mela che gli porta la maestrina
della penna rossa, che fu sua maestra di prima inferiore! Ma mai ch'egli dica:
- Ho fame, mio padre non mi dà da mangiare. - Suo padre vien qualche volta a
prenderlo, quando passa per caso davanti alla scuola, pallido, malfermo sulle
gambe, con la faccia torva, coi capelli sugli occhi e il berretto per traverso;
e il povero ragazzo trema tutto quando lo vede nella strada; ma tanto gli corre
incontro sorridendo, e suo padre par che non lo veda e pensi ad altro. Povero
Precossi! Egli si ricuce
i quaderni stracciati, si fa imprestare i libri per studiare la lezione, si
riattacca i brindelli della camicia con degli spilli, ed è una pietà a vederlo
far la ginnastica con quelli scarponi che ci sguazza dentro, con quei calzoni
che strascicano, e quel giacchettone troppo lungo, con le maniche rimboccate
sino ai gomiti. E studia, s'impegna; sarebbe uno dei primi se potesse lavorare
a casa tranquillo. Questa mattina è venuto alla scuola col segno d'un'unghiata
sopra una gota, e tutti a dirgli: - È stato tuo padre, non lo puoi negare sta
volta, è tuo padre che t'ha fatto quello. Dillo al Direttore, che lo faccia
chiamare in questura. - Ma egli s'alzò tutto rosso con la voce che tremava
dallo sdegno: - Non è vero! Non è vero! Mio padre non mi batte mai! - Ma poi,
durante la lezione, gli cascavan le lacrime sul banco, e quando qualcuno lo
guardava, si sforzava di sorridere, per non parere. Povero Precossi! Domani
verranno a casa mia Derossi, Coretti e Nelli; lo voglio dire anche a lui, che
venga. E voglio fargli far merenda con me, regalargli dei libri, metter
sossopra la casa per divertirlo e empirgli le tasche di frutte, per vederlo una
volta contento, povero Precossi, che è tanto buono e ha tanto coraggio!
Una
bella visita
12,
giovedì
Ecco
uno dei giovedì più belli dell'anno, per me. Alle due in punto vennero a casa
Derossi e Coretti, con Nelli, il gobbino; Precossi, suo padre non lo lasciò
venire. Derossi e Coretti ridevano ancora ché avevano incontrato per strada
Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, - quello del braccio morto e dei capelli
rossi, - che portava a vendere un grossissimo cavolo, e col soldo del cavolo
doveva poi andar a comperare una penna; ed era tutto contento perché suo padre
ha scritto dall'America che lo aspettassero di giorno in giorno. Oh le belle
due ore che abbiamo passate insieme! Sono i due più allegri della classe
Derossi e Coretti; mio padre ne rimase innamorato. Coretti aveva la sua maglia
color cioccolata e il suo berretto di pel di gatto. È un diavolo, che sempre
vorrebbe fare, rimestare, sfaccendare. Aveva già portato sulle spalle una mezza
carrata di legna, la mattina presto; eppure galoppò per tutta la casa,
osservando tutto e parlando sempre, arzillo e lesto come uno scoiattolo, e
passando in cucina domandò alla cuoca quanto ci fanno pagare le legna il
miriagramma, ché suo padre le dà a quarantacinque centesimi. Sempre parla di
suo padre, di quando fu soldato nel 49° reggimento, alla battaglia di Custoza,
dove si trovò nel quadrato del principe Umberto; ed è così gentile di maniere!
Non importa che sia nato e cresciuto fra le legna: egli l'ha nel sangue, nel
cuore la gentilezza, come dice mio padre. E Derossi ci divertì molto: egli sa
la geografia come un maestro: chiudeva gli occhi e diceva: - Ecco, io vedo
tutta l'Italia, gli Appennini che s'allungano sino al Mar Jonio, i fiumi che
corrono di qua e di là, le città bianche, i golfi, i seni azzurri, le isole
verdi; - e diceva i nomi giusti, per ordine, rapidissimamente, come se leggesse
sulla carta; e a vederlo così con quella testa alta, tutta riccioli biondi, con
gli occhi chiusi, tutto vestito di turchino coi bottoni dorati, diritto e bello
come una statua, tutti stavamo in ammirazione. In un'ora egli aveva imparato a
mente quasi tre pagine che deve recitare
dopo domani, per l'anniversario dei funerali di re Vittorio. E anche Nelli lo
guardava con meraviglia e con affetto, stropicciando la falda del suo
grembialone di tela nero, e sorridendo con quegli occhi chiari e melanconici.
Mi fece un grande piacere quella visita, mi lasciò qualche cosa, come delle
scintille, nella mente e nel cuore. E anche mi piacque, quando se n'andarono,
vedere il povero Nelli in mezzo agli altri due, grandi e forti, che lo portavano
a casa a braccetto, facendolo ridere come non l'ho visto ridere mai. Rientrando
nella stanza da mangiare, m'accorsi che non c'era più il quadro che rappresenta
Rigoletto, il buffone gobbo. L'aveva levato mio padre perché Nelli non lo
vedesse.
I
funerali di Vittorio Emanuele
17,
martedì
Quest'oggi
alle due, appena entrato nella scuola, il maestro chiamò Derossi, il quale
s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia a noi, e cominciò a dire col
suo accento vibrato, alzando via via la voce limpida e colorandosi in viso:
-
Quattro anni sono, in questo giorno, a quest'ora, giungeva davanti al Pantheon,
a Roma, il carro funebre che portava il cadavere di Vittorio Emanuele II, primo
re d'Italia, morto dopo ventinove anni di regno, durante i quali la grande patria
italiana, spezzata in sette Stati e oppressa da stranieri e da tiranni, era
risorta in uno Stato solo, indipendente e libero, dopo un regno di ventinove
anni, ch'egli aveva fatto illustre e benefico col valore, con la lealtà, con
l'ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la costanza nelle
sventure. Giungeva il carro funebre, carico di corone, dopo aver percorso Roma
sotto una pioggia di fiori, tra il silenzio di una immensa moltitudine
addolorata, accorsa da ogni parte d'Italia, preceduto da una legione di
generali e da una folla di ministri e di principi, seguito da un corteo di
mutilati, da una selva di bandiere, dagli inviati di trecento città, da tutto
ciò che rappresenta la potenza e la gloria d'un popolo, giungeva dinanzi al tempio
augusto dove l'aspettava la tomba. In questo momento dodici corazzieri levavano
il feretro dal carro. In questo momento l'Italia dava l'ultimo addio al suo re
morto, al suo vecchio re, che l'aveva tanto amata, l'ultimo addio al suo
soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della
sua storia. Fu un momento grande e solenne. Lo sguardo, l'anima di tutti
trepidava tra il feretro e le bandiere abbrunate degli ottanta reggimenti
dell'esercito d'Italia, portate da ottanta ufficiali, schierati sul suo
passaggio; poiché l'Italia era là, in quegli ottanta segnacoli, che ricordavano
le migliaia di morti, i torrenti di sangue, le nostre più sacre glorie, i
nostri più santi sacrifici, i nostri più tremendi dolori. Il feretro, portato
dai corazzieri, passò, e allora si chinarono tutte insieme in atto di saluto,
le bandiere dei nuovi reggimenti, le vecchie bandiere lacere di Goito, di
Pastrengo, di Santa Lucia, di Novara, di Crimea, di Palestro, di San Martino,
di Castelfidardo, ottanta veli neri caddero, cento
medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che
rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che
dicessero tutte insieme: - Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel
cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l'Italia. - Dopo di che le
bandiere si rialzarono alteramente verso il cielo, e re Vittorio entrò nella
gloria immortale della tomba.
Franti,
cacciato dalla scuola
21,
sabato
Uno
solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io
detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una
partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema
davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi
perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla
perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver
salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni,
s'inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella
fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera
del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro,
ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con
qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si
strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha
cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga
dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e
di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni
ch'egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene
ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la
scuola, odia i compagni odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non
vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed
egli se ne fece beffe. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il
viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre
giorni, e tornò più tristo e più insolente di prima. Derossi gli disse un
giorno: - Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, - ed egli lo
minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si
fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia
del Tamburino sardo, il racconto mensile di
gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò
facendo rintronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un
riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: - Franti! fuori di scuola! -
Egli rispose: - Non son io! - Ma rideva. Il maestro ripeté: - Va' fuori! - Non
mi muovo, - rispose. Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanciò addosso,
lo afferrò per le braccia, lo strappò dal banco. Egli si dibatteva, digrignava
i denti; si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro lo portò quasi di
peso dal Direttore, e poi tornò in classe solo e sedette al tavolino,
pigliandosi il capo fra le mani, affannato, con un'espressione così stanca e
afflitta, che faceva male a vederlo. - Dopo trent'anni che faccio scuola! -
esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno fiatava. Le mani gli tremavano
dall'ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla fronte, era così profonda, che
pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne pativano. Derossi s'alzò e disse: -
Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. - E allora egli si
rasserenò un poco e disse: - Riprendiamo la lezione, ragazzi.
Il
tamburino sardo
Racconto mensile
Nella
prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una
sessantina di soldati d'un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati
sopra un'altura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente
assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate
da varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di
sbarrare precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti
pei campi. Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre del pian
terreno e del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco fitto sopra gli
assalitori, i quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di
semicerchio, rispondevano vigorosamente. Ai sessanta soldati italiani
comandavano due ufficiali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e
austero, coi capelli e i baffi bianchi; e c'era con essi un tamburino sardo, un
ragazzo di poco più di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi,
piccolo, di viso bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che
scintillavano. Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa,
lanciando dei comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua
faccia ferrea nessun segno di commozione. Il tamburino, un po' pallido, ma
saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi
alla parete, per guardar fuori dalle finestre; e vedeva a traverso al fumo, pei
campi, le divise bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente. La
casa era posta sulla sommità d'una china ripida, e non aveva dalla parte della
china che un solo finestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perciò gli
Austriaci non minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il
fuoco non batteva che la facciata e i due fianchi.
Ma
era un fuoco d'inferno, una grandine di palle di piombo che di fuori screpolava
i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava soffitti, mobili, imposte,
battenti, buttando per aria schegge di legno e nuvoli di calcinacci e frantumi
di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa con un
fragore da fendere il cranio. Di tratto in tratto uno dei soldati che tiravan
dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in
disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le
ferite. Nella cucina c'era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio
dei nemici si stringeva.
A
un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno
d'inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente.
Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli
cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno
ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con
una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul
pavimento, c'era una corda da pozzo.
Il
capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al ragazzo
le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: -
Tamburino!
Il
tamburino si mise la mano alla visiera.
Il
capitano disse: - Tu hai del fegato
Gli
occhi del ragazzo lampeggiarono.
-
Sì, signor capitano, - rispose.
-
Guarda laggiù, - disse il capitano, spingendolo al finestrino, - nel piano,
vicino alle case di Villafranca, dove c'è un luccichìo di baionette. Là ci sono
i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, t'afferri alla corda, scendi
dal finestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e dai il
biglietto al primo ufficiale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino.
Il
tamburino si levò il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella tasca
del petto; il sergente gettò la corda e ne tenne afferrato con due mani l'uno
dei capi; il capitano aiutò il ragazzo a passare per il finestrino, con la
schiena rivolta verso la campagna.
-
Bada, - gli disse, - la salvezza del distaccamento è nel tuo coraggio e nelle
tue gambe.
-
Si fidi di me, signor capitano - rispose il tamburino, spenzolandosi fuori.
-
Cùrvati nella discesa, - disse ancora il capitano, afferrando la corda insieme
al sergente
-
Non dubiti.
-
Dio t'aiuti.
In
pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tirò su la corda e disparve;
il capitano s'affacciò impetuosamente al finestrino, e vide il ragazzo che
volava giù per la china.
Sperava
già che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei piccoli nuvoli
di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al ragazzo,
l'avvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano addosso
dalla sommità dell'altura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in aria dalle
palle. Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo. A un tratto,
stramazzò. - Ucciso! - ruggì il capitano, addentandosi il pugno. Ma non aveva
anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. - Ah! una caduta
soltanto! - disse tra sé, e respirò. Il tamburino, infatti, riprese a correre
di tutta forza; ma zoppicava. - Un torcipiede, - pensò il capitano. Qualche
nuvoletto di polvere si levò ancora qua e là intorno al ragazzo, ma sempre più
lontano. Egli era in salvo. Il capitano mise un'esclamazione di trionfo. Ma
seguitò ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perché era un affar di
minuti: se non arrivava laggiù il più presto possibile col biglietto che
chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli
doveva arrendersi e darsi prigioniero con loro. Il ragazzo correva rapido un
tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre
più affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava. - Lo ha forse colto
una palla di striscio, pensò il capitano, e notava tutti i suoi movimenti,
fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo;
misurava senza posa, con l'occhio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo
fuggente e quel luccichìo d'armi che vedeva laggiù nella pianura in mezzo ai
campi di frumento dorati dal sole. E intanto sentiva i sibili e il fracasso
delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli
ufficiali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovinìo dei mobili e
dei calcinacci. - Su! Coraggio! - gridava, seguitando con lo sguardo il
tamburino lontano, - avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa.
- Un ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere
il fuoco, sventolavano un panno bianco per intimare la resa. - Non si risponda!
- egli gridò, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che già era nel piano, ma
che più non correva, e parea che si trascinasse stentatamente. - Ma va'! ma
corri! - diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; - ammazzati, muori,
scellerato, ma va'! - Poi gettò un'orribile imprecazione. - Ah! l'infame
poltrone, s'è seduto! - Il ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva
visto sporgere il capo al disopra d'un campo di frumento, era scomparso, come
se fosse caduto. Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; infine
si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide più.
Allora
discese impetuosamente; le palle tempestavano; le stanze erano ingombre di
feriti, alcuni dei quali giravano su sé stessi come briachi, aggrappandosi ai
mobili; le pareti e il pavimento erano chiazzati di sangue; dei cadaveri
giacevano a traverso alle porte; il luogotenente aveva il braccio destro
spezzato da una palla; il fumo e il polverio avvolgevano ogni cosa. - Coraggio!
Arrivan soccorsi! Ancora un po' di coraggio! - Gli Austriaci s'erano avvicinati
ancora; si vedevano giù tra il fumo i loro visi stravolti, si sentiva tra lo
strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la
resa, minacciavan l'eccidio. Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle
finestre; i sergenti lo ricacciavano avanti. Ma il fuoco della difesa
infiacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era più possibile
protrarre la resistenza. A un dato momento, i colpi degli Austriaci rallentarono,
e una voce tonante gridò prima in tedesco, poi in italiano: - Arrendetevi! -
No! - urlò il capitano da una finestra. E il fuoco ricominciò più fitto e più
rabbioso dalle due parti. Altri soldati caddero. Già più d'una finestra era
senza difensori. Il momento fatale era imminente. Il capitano gridava con voce
smozzicata fra i denti: - Non vengono! Non vengono! - e correva intorno
furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire. Quando
un sergente, scendendo dalla soffitta, gettò un grido altissimo: - Arrivano! -
Arrivano! - ripeté con un grido di gioia il capitano. - A quel grido tutti,
sani, feriti, sergenti, ufficiali si slanciarono alle finestre, e la resistenza
inferocì un'altra volta. Di lì a pochi momenti, si notò come un'incertezza e un
principio di disordine fra i nemici. Subito, in furia, il capitano radunò un
drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con le baionette
inastate. - Poi rivolò di sopra. Era appena arrivato, che sentirono uno
scalpitìo precipitoso, accompagnato da un urrà formidabile, e videro dalle
finestre venir innanzi tra il fumo i cappelli a due
punte dei carabinieri italiani, uno squadrone lanciato ventre a terra, e un
balenìo fulmineo di lame mulinate per aria, calate sui capi, sulle spalle, sui
dorsi; - allora il drappello irruppe a baionette basse fuor della porta; - i
nemici vacillarono, si scompigliarono, diedero di volta, il terreno rimase
sgombro, la casa fu libera, e poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e
due cannoni occupavan l'altura.
Il
capitano, coi soldati che gli rimanevano, si ricongiunse al suo reggimento,
combatté ancora, e fu leggermente ferito alla mano sinistra da una palla
rimbalzante, nell'ultimo assalto alla baionetta.
La
giornata finì con la vittoria dei nostri.
Ma
il giorno dopo, essendosi ricominciato a combattere, gli italiani furono
oppressi, malgrado la valorosa resistenza, dal numero soverchiante degli
Austriaci, e la mattina del ventisei dovettero prender tristamente la via della
ritirata, verso il Mincio.
Il
capitano, benché ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati, stanchi e
silenziosi, e arrivato sul cader del giorno a Goito, sul Mincio, cercò subito
del suo luogotenente, che era stato raccolto col braccio spezzato dalla nostra
Ambulanza, e doveva esser giunto là prima di lui. Gli fu indicata una chiesa,
dov'era stato installato affrettatamente un ospedale da campo. Egli v'andò. La
chiesa era piena di feriti, adagiati su due file di letti e di materassi
distesi sul pavimento; due medici e vari inservienti andavano e venivano,
affannati; e s'udivan delle grida soffocate e dei gemiti.
Appena
entrato, il capitano si fermò, e girò lo sguardo all'intorno, in cerca del suo
ufficiale.
In
quel punto si sentì chiamare da una voce fioca, vicinissima: - Signor capitano!
Si
voltò: era il tamburino
Era
disteso sopra un letto a cavalletti, - coperto fino al petto da una rozza tenda
da finestra, a quadretti rossi e bianchi, - con le braccia fuori; pallido e
smagrito, ma sempre coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere.
-
Sei qui, tu? - gli domandò il capitano, stupito ma brusco. - Bravo. Hai fatto
il tuo dovere.
-
Ho fatto il mio possibile, - rispose il tamburino.
-
Sei stato ferito, - disse il capitano, cercando con gli occhi il suo ufficiale
nei letti vicini.
-
Che vuole! - disse il ragazzo, a cui dava coraggio a parlare la compiacenza
altiera d'esser per la prima volta ferito, senza di che non avrebbe osato
d'aprir bocca in faccia a quel capitano; - ho avuto un bel correre gobbo, m'han
visto subito. Arrivavo venti minuti prima se non mi coglievano. Per fortuna che
ho trovato subito un capitano di Stato Maggiore da consegnargli il biglietto.
Ma è stato un brutto discendere dopo quella carezza! Morivo dalla sete, temevo
di non arrivare più, piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni minuto di
ritardo se n'andava uno all'altro mondo, lassù. Basta, ho fatto quello che ho
potuto. Son contento. Ma guardi lei, con licenza, signor capitano, che perde
sangue.
Infatti
dalla palma mal fasciata del capitano colava giù per le dita qualche goccia di
sangue.
-
Vuol che le dia una stretta io alla fascia, signor capitano? Porga un momento.
Il
capitano porse la mano sinistra, e allungò la destra per aiutare il ragazzo a
sciogliere il nodo e a rifarlo; ma il ragazzo, sollevatosi appena dal cuscino,
impallidì, e dovette riappoggiare la testa.
-
Basta, basta, - disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano fasciata,
che quegli volea ritenere: - bada ai fatti tuoi, invece di pensare agli altri,
ché anche le cose leggiere, a trascurarle, possono farsi gravi.
Il
tamburino scosse il capo.
-
Ma tu, - gli disse il capitano, guardandolo attentamente, - devi aver perso
molto sangue, tu, per esser debole a quel modo.
-
Perso molto sangue? - rispose il ragazzo, con un sorriso. - Altro che sangue.
Guardi.
E
tirò via d'un colpo la coperta.
Il
capitano diè un passo indietro, inorridito.
Il
ragazzo non aveva più che una gamba: la gamba sinistra gli era stata amputata
al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni insanguinati.
In
quel momento passò un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia.
- Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il tamburino, - ecco un
caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente s'egli non
l'avesse forzata in quella pazza maniera; un'infiammazione maledetta; bisognò
tagliar lì per lì. Oh, ma... un bravo ragazzo, gliel'assicuro io; non ha dato
una lacrima, non un grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre
l'operavo, in parola d'onore. Quello è di buona razza, perdio!
E
se n'andò di corsa.
Il
capitano corrugò le grandi sopracciglia bianche, e guardò fisso il tamburino,
ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e
fissandolo sempre, alzò la mano al capo e si levò il cheppì.
-
Signor capitano! - esclamò il ragazzo meravigliato. - Cosa fa, signor capitano?
Per me!
E
allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo
inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: - Io non
sono che un capitano; tu sei un eroe.
Poi
si gettò con le braccia aperte sul tamburino, e lo baciò tre volte sul cuore.
L'amor
di patria
24,
martedì
Poiché
il racconto del Tamburino t'ha scosso il cuore ti doveva esser facile, questa
mattina, far bene il componimento d'esame: - Perché amate l'Italia. Perché amo
l'Italia? Non ti si son presentate subito cento risposte? Io amo l'Italia
perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è
italiano perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre
piange e che mio padre venera, perché la città dove son nato, la lingua che
parlo, i libri che m'educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei
compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi
circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano. Oh
tu non puoi ancora sentirlo intero quest'affetto. Lo sentirai quando sarai un
uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e
affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all'orizzonte le
grandi montagne azzurre del tuo paese; lo sentirai allora nell'onda impetuosa
di tenerezza che t'empirà gli occhi di lagrime e ti strapperà un grido dal
cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell'impulso dell'anima che
ti spingerà fra la folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto dal quale
avrai inteso passandogli accanto, una parola della tua lingua. Lo sentirai
nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando
udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero. Lo sentirai più
violento e più altero il giorno in cui la minaccia d'un popolo nemico solleverà
una tempesta di fuoco sulla tua patria, e vedrai fremere armi d'ogni parte, i
giovani accorrere a legioni, i padri baciare i figli, dicendo: - Coraggio! - e
le madri dire addio ai giovinetti, gridando: - Vincete! - Lo sentirai come una
gioia divina se avrai la fortuna di veder rientrare nella tua città i
reggimenti diradati, stanchi, cenciosi, terribili, con lo splendore della
vittoria negli occhi e le bandiere lacerate dalle palle, seguiti da un
convoglio sterminato di valorosi che leveranno in alto le
teste bendate e i moncherini, in mezzo a una folla pazza che li coprirà di
fiori, di benedizioni e di baci. Tu comprenderai allora l'amor di patria,
sentirai la patria allora, Enrico. Ella è una così grande e sacra cosa, che se
un giorno io vedessi te tornar salvo da una battaglia combattuta per essa,
salvo te, che sei la carne e l'anima mia, e sapessi che hai conservato la vita
perché ti sei nascosto alla morte, io tuo padre, che t'accolgo con un grido di
gioia quando torni dalla scuola, io t'accoglierei con un singhiozzo d'angoscia,
e non potrei amarti mai più, e morirei con quel pugnale nel cuore.
TUO PADRE
Invidia
25,
mercoledì
Anche
il componimento sulla patria chi l'ha fatto meglio di tutti è Derossi. E Votini
che si teneva sicuro della prima medaglia! Io gli vorrei bene a Votini, benché
sia un po' vanesio e si rilisci troppo; ma mi fa dispetto, ora che gli son
vicino di banco, veder com'è invidioso di Derossi. E vorrebbe gareggiare con
lui, studia; ma non ce ne può, in nessuna maniera, ché l'altro lo rivende dieci
volte in tutte le materie; e Votini si morde le dita. Anche Carlo Nobis lo
invidia; ma ha tanta superbia in corpo che, appunto per superbia, non si fa
scorgere. Votini invece si tradisce, si lamenta dei punti a casa sua, e dice
che il maestro fa delle ingiustizie; e quando Derossi risponde alle
interrogazioni così pronto e bene, come fa sempre, egli si rannuvola, china la
testa, finge di non sentire, o si sforza di ridere, ma ride verde. E siccome
tutti lo sanno, così quando il maestro loda Derossi tutti si voltano a guardar
Votini, che mastica veleno, e il muratorino gli fa il muso di lepre. Stamani,
per esempio, l'ha fatta bigia. Il maestro entra nella scuola e annunzia il
risultato dell'esame: - Derossi, dieci decimi e la prima medaglia. - Votini
fece un grande starnuto. Il maestro lo guardò: ci voleva poco a capire. -
Votini, - gli disse, - non vi lasciate entrare in corpo il serpe dell'invidia:
è un serpe che rode il cervello e corrompe il cuore. - Tutti lo guardarono,
fuorché Derossi; Votini volle rispondere, non poté; restò come impietrato, col
viso bianco. Poi, mentre il maestro faceva lezione, si mise a scrivere a grossi
caratteri sopra un foglietto: - Io non sono invidioso di quelli che guadagnano
la prima medaglia con le protezioni e le ingiustizie. - Era un biglietto che
voleva mandare a Derossi. Ma intanto vedevo che i vicini di Derossi
macchinavano fra loro, parlandosi all'orecchio, e uno ritagliava col temperino
una gran medaglia di carta, su cui avevan disegnato un serpe nero. E Votini
pure se ne accorse. Il maestro uscì per pochi minuti. Subito i vicini di
Derossi s'alzarono per uscir dal banco e venire
a presentar solennemente la medaglia di carta a Votini. Tutta la classe si
preparava a una scenata. Votini tremava già tutto. Derossi gridò: - Datela a
me! - Sì, meglio, - quelli risposero, - sei tu che gliela devi portare. Derossi
pigliò la medaglia e la fece in tanti pezzetti. In quel punto il maestro
rientrò, e riprese la lezione. Io tenni d'occhio Votini; - era diventato rosso
di bragia; - prese il foglietto adagio adagio, come se facesse per distrazione,
lo appallottolò di nascosto, se lo mise in bocca, lo masticò per un poco, e poi
lo sputò sotto il banco... Nell'uscir dalla scuola passando davanti a Derossi,
Votini ch'era un po' confuso, lasciò cascar la carta asciugante. Derossi,
gentile, la raccattò e gliela mise nello zaino e l'aiutò ad agganciare la
cinghia. Votini non osò alzare la fronte.
La
madre di Franti
28,
sabato
Ma
Votini è incorreggibile. Ieri, alla lezione di religione, in presenza del
Direttore, il maestro domandò a Derossi se sapeva a mente quelle due strofette
del libro di lettura: Dovunque il guardo io giro, immenso Iddio ti vedo. -
Derossi rispose di no, e Votini subito: - Io le so! - con un sorriso come per
fare una picca a Derossi. Ma fu piccato lui, invece, che non poté recitare la
poesia, perché entrò tutt'a un tratto nella scuola la madre di Franti,
affannata, coi capelli grigi arruffati, tutta fradicia di neve, spingendo
avanti il figliuolo che è stato sospeso dalla scuola per otto giorni. Che
triste scena ci toccò di vedere! La povera donna si gettò quasi in ginocchio
davanti al Direttore giungendo le mani, e supplicando: - Oh signor Direttore,
mi faccia la grazia, riammetta il ragazzo alla scuola! Son tre giorni che è a
casa, l'ho tenuto nascosto, ma Dio ne guardi se suo padre scopre la cosa, lo ammazza;
abbia pietà, che non so più come fare! mi raccomando con tutta l'anima mia! -
Il Direttore cercò di condurla fuori; ma essa resistette, sempre pregando e
piangendo. - Oh! se sapesse le pene che m'ha dato questo figliuolo avrebbe
compassione! Mi faccia la grazia! Io spero che cambierà. Io già non vivrò più
un pezzo, signor Direttore, ho la morte qui, ma vorrei vederlo cambiato prima
di morire perché... - e diede in uno scoppio di pianto, - è il mio figliuolo,
gli voglio bene, morirei disperata; me lo riprenda ancora una volta, signor
Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà
d'una povera donna! - E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti
teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po'
pensando, poi disse: - Franti, va' al tuo posto. - Allora la donna levò le mani
dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar
parlare il Direttore, e s'avviò verso l'uscio, asciugandosi gli occhi, e
dicendo affollatamente: - Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti.
Grazie, signor Direttore, che ha fatto un'opera
di carità. Buono, sai figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo,
signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. - E data ancora di sull'uscio
un'occhiata supplichevole a suo figlio, se n'andò, raccogliendo lo scialle che
strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor
tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al
silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: - Franti, tu
uccidi tua madre! - Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell'infame
sorrise.
Speranza
29,
domenica
Bello
Enrico lo slancio con cui ti sei gettato sul cuore di tua madre tornando dalla
scuola di religione. Si, t'ha detto delle cose grandi e consolanti il maestro.
Dio che ci ha gettati l'uno nelle braccia dell'altro, non ci separerà per
sempre; quando io morirò, quando tuo padre morrà, non ce le diremo quelle
tremende e disperate parole: - mamma, babbo, Enrico, non ti vedrò mai più! -
Noi ci rivedremo in un'altra vita, dove chi ha molto sofferto in questa sarà
compensato, dove chi ha molto amato sulla terra ritroverà le anime che ha
amate, in un mondo senza colpe, senza pianto e senza morte. Ma dobbiamo
rendercene degni, tutti, di quell'altra vita. Senti, figliuolo: ogni tua azione
buona, ogni tuo moto d'affetto per coloro che ti amano, ogni tuo atto cortese
per i tuoi compagni, ogni tuo pensiero gentile è come uno slancio in alto verso
quel mondo. E anche ti solleva verso quel mondo ogni disgrazia, ogni dolore,
perché ogni dolore è l'espiazione d'una colpa, ogni lacrima cancella una
macchia. Proponiti oggi giorno di essere più buono e più amoroso che il giorno
innanzi. Di' ogni mattina: oggi voglio far qualche cosa di cui la coscienza mi
lodi e mio padre sia contento; qualche cosa che mi faccia voler bene da questo
o da quel compagno, dal maestro, da mio fratello, o da altri. E domanda a Dio
che ti dia la forza di mettere in atto il tuo proposito. Signore, io voglio
essere buono, nobile, coraggioso gentile, sincero, aiutatemi, fate che ogni
sera, quando mia madre mi dà l'ultimo saluto, io possa dirle. Tu baci questa
sera un fanciullo più onesto e più degno di quello che baciasti ieri. Abbi
sempre nel tuo pensiero quell'altro Enrico sovrumano e felice, che tu potrai
essere dopo questa vita. E prega. Tu non puoi immaginare che dolcezza provi,
quanto si senta migliore una madre quando vede il suo fanciullo con le mani
giunte. Quando io vedo te che preghi mi pare impossibile che non ci sia nessuno
che ti guardi e ti ascolti. Io credo allora più fermamente che c'è una bontà
suprema e una pietà infinita, io t'amo di
più, lavoro con più ardore, soffro con più forza, perdono con tutta l'anima e
penso alla morte serenamente. Oh Dio grande e buono! Risentir dopo morte la
voce di mia madre, ritrovare i miei bambini, rivedere il mio Enrico, il mio
Enrico benedetto e immortale, e stringerlo in un abbraccio che non si
scioglierà mai più, mai più in eterno! Oh prega, preghiamo, amiamoci, siamo
buoni, portiamo quella celeste speranza nell'anima, adorato fanciullo mio.
TUA MADRE
FEBBRAIO
Una
medaglia ben data
4,
sabato
Questa
mattina venne a dar le medaglie il Sovrintendente scolastico, un signore con la
barba bianca, vestito di nero. Entrò col Direttore, poco prima del finis, e
sedette accanto al maestro. Interrogò parecchi, poi diede la prima medaglia a
Derossi, e prima di dar la seconda, stette qualche momento a sentire il maestro
e il Direttore, che gli parlavano a voce bassa. Tutti domandavano: - A chi darà
la seconda? - Il Sovrintendente disse a voce alta: - La seconda medaglia l'ha
meritata questa settimana l'alunno Pietro Precossi: meritata per i lavori di
casa, per le lezioni, per la calligrafia, per la condotta, per tutto. - Tutti
si voltarono a guardar Precossi, si vedeva che ci avevan tutti piacere.
Precossi s'alzò, confuso che non sapeva più dove fosse. - Vieni qua, - disse il
Sovrintendente. Precossi saltò giù dal banco e andò accanto al tavolino del maestro.
Il sovrintendente guardò con attenzione quel visino color di cera, quel piccolo
corpo insaccato in quei panni rimboccati e disadatti, quegli occhi buoni e
tristi, che sfuggivano i suoi, ma che lasciavano indovinare una storia di
patimenti, poi gli disse con voce piena di affetto, attaccandogli la medaglia
alla spalla: - Precossi, ti dò la medaglia. Nessuno è più degno di te di
portarla. Non la dò soltanto alla tua intelligenza e al tuo buon volere, la dò
al tuo cuore, la dò al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e buon
figliuolo. Non è vero, - soggiunse, voltandosi verso la classe, - che egli la
merita anche per questo? - Sì, sì, - risposero tutti a una voce. Precossi fece
un movimento del collo come per inghiottire qualche cosa, e girò sui banchi uno
sguardo dolcissimo, che esprimeva una gratitudine immensa. - Va', dunque, gli
disse il Sovrintendente, - caro ragazzo! E Dio ti protegga! - Era l'ora
d'uscire. La nostra classe uscì avanti le altre. Appena siamo fuori
dell'uscio... chi vediamo lì nel camerone, proprio sull'entrata? Il padre di
Precossi, il fabbro ferraio, pallido, come al solito, col viso torvo, coi
capelli negli occhi, col berretto per
traverso, malfermo sulle gambe. Il maestro lo vide subito e parlò nell'orecchio
al Sovrintendente; questi cercò Precossi in fretta e, presolo per mano, lo
condusse da suo padre. Il ragazzo tremava. Anche il maestro e il Direttore
s'avvicinarono, molti ragazzi si fecero intorno. - Lei è il padre di questo
ragazzo, è vero? - domandò il Sovrintendente al fabbro, con fare allegro, come
se fossero amici. E senz'aspettar la risposta: - Mi rallegro con lei. Guardi:
egli ha guadagnato la seconda medaglia, sopra cinquantaquattro compagni; l'ha
meritata nella composizione, nell'aritmetica, in tutto. È un ragazzo pieno
d'intelligenza e di buona volontà, che farà molto cammino: un bravo ragazzo,
che ha l'affezione e la stima di tutti; lei ne può andar superbo,
gliel'assicuro. - Il fabbro, che era stato a sentire con la bocca aperta,
guardò fisso il Sovrintendente e il Direttore, e poi fissò il suo figliuolo,
che gli stava davanti, con gli occhi bassi, tremando; e come se ricordasse e
capisse allora per la prima volta tutto quello che aveva fatto soffrire a quel
povero piccino, e tutta la bontà, tutta la costanza eroica con cui egli aveva
sofferto, mostrò a un tratto nel viso una certa meraviglia stupida, poi un
dolore accigliato, infine una tenerezza violenta e triste, e con un rapido
gesto afferrò il ragazzo per il capo e se lo strinse sul petto. Noi gli
passammo tutti davanti; io l'invitai a venir a casa giovedì, con Garrone e
Crossi; altri lo salutarono; chi gli faceva una carezza, chi gli toccava la
medaglia, tutti gli dissero qualche cosa. E il padre guardava stupito,
tenendosi sempre serrato al petto il capo del figliuolo, che singhiozzava.
Buoni
propositi
5,
domenica
M'ha
destato un rimorso quella medaglia data a Precossi. Io che non ne ho ancora
guadagnata una! Io da un po' di tempo non studio, e sono scontento di me, e il
maestro, mio padre e mia madre sono scontenti. Non provo più neppure il piacere
di prima a divertirmi, quando lavoravo di voglia, e poi saltavo su dal tavolino
e correvo ai miei giochi pieno d'allegrezza, come se non avessi più giocato da
un mese. Neanche a tavola coi miei non mi siedo più con la contentezza d'una
volta. Sempre ho come un'ombra nell'animo, una voce dentro che mi dice
continuamente: - non va, non va. - Vedo la sera passar per la piazza tanti
ragazzi che tornan dal lavoro, in mezzo a gruppi d'operai tutti stanchi ma
allegri, che allungano il passo, impazienti di arrivar a casa a mangiare, e
parlano forte, ridendo, e battendosi sulle spalle le mani nere di carbone o
bianche di calce, e penso che hanno lavorato dallo spuntar dell'alba fino a
quell'ora; e con quelli tanti altri anche più piccoli, che tutto il giorno son
stati sulle cime dei tetti, davanti alle fornaci, in mezzo alle macchine, e
dentro all'acqua, e sotto terra, non mangiando che un po' di pane; e provo
quasi vergogna, io che in tutto quel tempo non ho fatto che scarabocchiare di
mala voglia quattro paginuccie. Ah sono scontento, scontento! Io vedo bene che
mio padre è di malumore, e vorrebbe dirmelo, ma gli rincresce, e aspetta
ancora; caro padre mio, che lavori tanto! Tutto è tuo, tutto quello che mi vedo
intorno in casa, tutto quello che tocco, tutto quello che mi veste e che mi
ciba, tutto quello che mi ammaestra e mi diverte, tutto è frutto del tuo
lavoro, ed io non lavoro, tutto t'è costato pensieri, privazioni, dispiaceri,
fatiche, e io non fatico! Ah no, è troppo ingiusto e mi fa troppa pena. Io
voglio cominciare da oggi, voglio mettermi a studiare, come Stardi, coi pugni
serrati e coi denti stretti, mettermici con tutte le forze della mia volontà e
del mio cuore; voglio vincere il sonno la sera, saltar giù presto la mattina,
martellarmi il cervello senza riposo, sferzare la pigrizia senza pietà, faticare, soffrire
anche, ammalarmi; ma finire una volta di trascinare questa vitaccia fiacca e
svogliata che avvilisce me e rattrista gli altri. Animo, al lavoro! Al lavoro
con tutta l'anima e con tutti i nervi! Al lavoro che mi renderà il riposo
dolce, i giochi piacevoli, il desinare allegro; al lavoro che mi ridarà il buon
sorriso del mio maestro e il bacio benedetto di mio padre.
Il
vaporino
10,
venerdì
Precossi
venne a casa ieri, con Garrone. Io credo che se fossero stati due figliuoli di
principi non sarebbero stati accolti con più festa. Garrone era la prima volta
che veniva, perché è un po' orso, e poi si vergogna di lasciarsi vedere, che è
così grande e fa ancora la terza. Andammo tutti ad aprir la porta, quando
suonarono. Crossi non venne perché gli è finalmente arrivato il padre
dall'America, dopo sei anni. Mia madre baciò subito Precossi mio padre le
presentò Garrone, dicendo: - Ecco qui; questo non è solamente un buon ragazzo;
questo è un galantuomo e un gentiluomo. - Ed egli abbassò la sua grossa testa
rapata, sorridendo di nascosto con me. Precossi aveva la sua medaglia, ed era
contento perché suo padre s'è rimesso a lavorare, e son cinque giorni che non beve
più, lo vuol sempre nell'officina a tenergli compagnia, e pare un altro. Ci
mettemmo a giocare, io tirai fuori tutte le cose mie; Precossi rimase incantato
davanti al treno della strada ferrata, con la macchina che va da sé, a darle la
corda; non n'aveva visto mai; divorava con gli occhi quei vagoncini rossi e
gialli. Io gli diedi la chiavetta perché giocasse, egli s'inginocchiò a
giocare, e non levò più la testa. Non l'avevo mai visto contento così. Sempre
diceva: - Scusami, scusami, - a ogni proposito, facendoci in là con le mani,
perché non fermassimo la macchina, e poi pigliava e rimetteva i vagoncini con
mille riguardi, come se fossero di vetro, aveva paura di appannarli col fiato,
e li ripuliva, guardandoli di sotto e di sopra, e sorridendo da sé. Noi, tutti
in piedi, lo guardavamo; guardavamo quel collo sottile, quelle povere orecchine
che un giorno io avevo visto sanguinare, quel giacchettone con le maniche
rimboccate, da cui uscivano due braccini di malato, che s'erano alzati tante
volte per difendere il viso dalle percosse... Oh! in quel momento io gli avrei
gettato ai piedi tutti i miei giocattoli e tutti i miei libri, mi sarei
strappato di bocca l'ultimo pezzo di pane per darlo a lui, mi sarei spogliato
per vestirlo, mi sarei buttato in
ginocchio per baciargli le mani - Almeno il treno glielo voglio dare, - pensai;
ma bisognava chiedere il permesso a mio padre. In quel momento mi sentii
mettere un pezzetto di carta in una mano; guardai: era scritto da mio padre col
lapis; diceva: - A Precossi piace il tuo treno. Egli non ha giocattoli. Non ti
suggerisce nulla il tuo cuore? - Subito io afferrai a due mani la macchina e i
vagoni e gli misi ogni cosa sulle braccia dicendogli: - Prendilo, è tuo. - Egli
mi guardò, non capiva. - È tuo, - dissi, - te lo regalo. - Allora egli guardò
mio padre e mia madre, ancora più stupito, e mi domandò: - Ma perché? - Mio
padre gli disse: - Te lo regala Enrico perché è tuo amico, perché ti vuol
bene... per festeggiare la tua medaglia. - Precossi domandò timidamente: - Debbo
portarlo via... a casa? - Ma sicuro! - rispondemmo tutti. Era già sull'uscio, e
non osava ancora andarsene. Era felice! Domandava scusa, con la bocca che
tremava e rideva. Garrone lo aiutò a rinvoltare il treno nel fazzoletto, e
chinandosi, fece crocchiare i grissini che gli empivan le tasche. - Un giorno,
- mi disse Precossi, - verrai all'officina a veder mio padre a lavorare. Ti
darò dei chiodi. - Mia madre mise un mazzettino nell'occhiello della giacchetta
a Garrone perché lo portasse alla mamma in nome suo. Garrone le disse col suo
vocione: - Grazie, - senza alzare il mento dal petto. Ma gli splendeva tutta
negli occhi l'anima nobile e buona.
Superbia
11,
sabato
E
dire che Carlo Nobis si pulisce la manica con affettazione quando Precossi lo
tocca, passando! Costui è la superbia incarnata perché suo padre è un riccone.
Ma anche il padre di Derossi è ricco! Egli vorrebbe avere un banco per sé solo,
ha paura che tutti lo insudicino, guarda tutti dall'alto al basso, ha sempre un
sorriso sprezzante sulle labbra: guai a urtargli un piede quando s'esce in fila
a due a due! Per un nulla butta in viso una parola ingiuriosa o minaccia di far
venire alla scuola suo padre. E sì che suo padre gli ha dato la sua brava
polpetta quando trattò da straccione il figliuolo del carbonaio! Io non ho mai
visto una muffa compagna! Nessuno gli parla, nessuno gli dice addio quando
s'esce, non c'è un cane che gli suggerisce quando non sa la lezione. E lui non
può patir nessuno, e finge di disprezzar sopra tutti Derossi, perché è il
primo, e Garrone perché tutti gli voglion bene. Ma Derossi non lo guarda
neppure quant'è lungo, e Garrone, quando gli riportarono che Nobis sparlava di
lui, rispose: - Ha una superbia così stupida che non merita nemmeno i miei
scapaccioni. - Coretti pure, un giorno ch'egli sorrideva con disprezzo del suo
berretto di pel di gatto, gli disse: - Va' un poco da Derossi a imparare a far
il signore! - Ieri si lamentò col maestro perché il calabrese gli toccò una
gamba col piede. Il maestro domandò al calabrese: - L'hai fatto apposta? - No,
signore, - rispose franco. E il maestro: - Siete troppo permaloso, Nobis. - E
Nobis, con quella sua aria: - Lo dirò a mio padre. - Allora il maestro andò in
collera: - Vostro padre vi darà torto, come fece altre volte. E poi non c'è che
il maestro, in iscuola, che giudichi e punisca. - Poi soggiunse con dolcezza: -
Andiamo, Nobis, cambiate modi, siate buono e cortese coi vostri compagni.
Vedete, ci sono dei figliuoli d'operai e di signori, dei ricchi e dei poveri, e
tutti si voglion bene, si trattan da fratelli, come sono. Perché non fate anche
voi come gli altri? Vi costerebbe così poco farvi benvolere da tutti, e sareste
tanto più contento
voi pure!... Ebbene, non avete nulla da rispondermi? - Nobis, ch'era stato a
sentire col suo solito sorriso sprezzante, rispose freddamente: - No, signore.
- Sedete, - gli disse il maestro. - Vi compiango. Siete un ragazzo senza cuore.
- Tutto pareva finito così; ma il muratorino, che è nel primo banco, voltò la
sua faccia tonda verso Nobis, che è nell'ultimo, e gli fece un muso di lepre
così bello e così buffo, che tutta la classe diede in una sonora risata. Il
maestro lo sgridò; ma fu costretto a mettersi una mano sulla bocca per
nascondere il riso. E Nobis pure fece un riso; ma di quello che non si cuoce.
I
feriti del lavoro
13,
lunedì
Nobis
può fare il paio con Franti: non si commossero né l'uno né l'altro, questa
mattina, davanti allo spettacolo terribile che ci passò sotto gli occhi. Uscito
dalla scuola, stavo con mio padre a guardar certi birbaccioni della seconda,
che si buttavan ginocchioni per terra a strofinare il ghiaccio con le
mantelline e con le berrette, per far gli sdruccioloni più lesti, quando
vedemmo venir d'in fondo alla strada una folla di gente, a passo affrettato,
tutti seri e come spaventati, che parlavano a voce bassa. Nel mezzo c'erano tre
guardie municipali, dietro alle guardie, due uomini che portavano una barella.
I ragazzi accorsero da ogni parte. La folla s'avanzava verso di noi. Sulla
barella c'era disteso un uomo, bianco come un cadavere, con la testa ripiegata
sopra una spalla, coi capelli arruffati e insanguinati, che perdeva sangue
dalla bocca e dalle orecchie; e accanto alla barella camminava una donna con un
bimbo in braccio che pareva pazza e gridava di tratto in tratto: - È morto! È
morto! È morto! - Dietro alla donna veniva un ragazzo, che aveva la cartella
sotto il braccio, e singhiozzava. - Cos'è stato? - domandò mio padre. Un vicino
rispose che era un muratore, caduto da un quarto piano, mentre lavorava. I
portatori della barella si soffermarono un momento. Molti torsero il viso
inorriditi. Vidi la maestrina della penna rossa che sorreggeva la mia maestra
di prima superiore quasi svenuta. Nello stesso tempo mi sentii urtare nel
gomito: era il muratorino, pallido, che tremava da capo a piedi. Egli pensava a
suo padre, certo. Anch'io ci pensai. Io sto con l'animo in pace, almeno, quando
sono a scuola, io so che mio padre è a casa, seduto a tavolino, lontano da ogni
pericolo; ma quanti miei compagni pensano che i loro padri lavorano sopra un
ponte altissimo o vicino alle ruote d'una macchina, e che un gesto, un passo
falso può costar loro la vita! Sono come tanti figliuoli di soldati, che
abbiano i loro padri in battaglia. Il muratorino guardava, guardava, e tremava
sempre più forte, e mio padre se n'accorse
e gli disse: - Vattene a casa, ragazzo, va subito da tuo padre, che lo troverai
sano e tranquillo; va'! - Il muratorino se n'andò voltandosi indietro a ogni
passo. E intanto la folla si rimise in moto, e la donna gridava, da straziar
l'anima: - È morto! È morto! È morto! - No, no, non è morto, - le dicevan da
tutte la parti. Ma essa non ci badava e si strappava i capelli. Quando sentii
una voce sdegnata che disse: - Tu ridi! - e vidi nello stesso tempo un uomo
barbuto che guardava in faccia Franti, il quale sorrideva ancora. Allora l'uomo
gli cacciò in terra il berretto con un ceffone, dicendo: - Scopriti il capo,
malnato, quando passa un ferito del lavoro! - La folla era già passata tutta, e
si vedeva in mezzo alla strada una lunga striscia di sangue.
Il
prigioniero
17,
venerdì
Ah!
questo è certamente il caso più strano di tutto l'anno! Mio padre mi condusse
ieri mattina nei dintorni di Moncalieri, a vedere una villa da prendere a
pigione per l'estate prossima, perché quest'anno non andiamo più a Chieri; e si
trovò che chi aveva le chiavi era un maestro, il quale fa da segretario al
padrone. Egli ci fece vedere la casa, e poi ci condusse nella sua camera, dove
ci diede da bere. C'era sul tavolino, in mezzo ai bicchieri, un calamaio di
legno, di forma conica, scolpito in una maniera singolare. Vedendo che mio
padre lo guardava, il maestro gli disse: - Quel calamaio lì mi è prezioso: se
sapesse, signore, la storia di quel calamaio! - E la raccontò: Anni sono, egli
era maestro a Torino, e andò per tutto un inverno a far lezione ai prigionieri,
nelle Carceri giudiziarie. Faceva lezione nella chiesa delle carceri, che è un
edificio rotondo, e tutt'intorno, nel muri alti e nudi, ci son tanti finestrini
quadrati, chiusi da due sbarre di ferro incrociate, a ciascuno dei quali
corrisponde di dentro una piccolissima cella. Egli faceva lezione passeggiando
per la chiesa fredda e buia, e i suoi scolari stavano affacciati a quelle
buche, coi quaderni contro le inferriate, non mostrando altro che i visi
nell'ombra, dei visi sparuti e accigliati, delle barbe arruffate e grigie,
degli occhi fissi d'omicidi e di ladri. Ce n'era uno, fra gli altri, al numero
78, che stava più attento di tutti, e studiava molto, e guardava il maestro con
gli occhi pieni di rispetto e di gratitudine. Era un giovane con la barba nera,
più disgraziato che malvagio, un ebanista, il quale, in un impeto di collera,
aveva scagliato una pialla contro il suo padrone, che da un pezzo lo perseguitava,
e l'aveva ferito mortalmente al capo; e per questo era stato condannato a vari
anni di reclusione. In tre mesi egli aveva imparato a leggere e a scrivere, e
leggeva continuamente, e quanto più imparava, tanto più pareva che diventasse
buono e che fosse pentito del suo delitto. Un giorno, sul finire della lezione,
egli fece cenno al maestro
che s'avvicinasse al finestrino, e gli annunziò, con tristezza, che la mattina
dopo sarebbe partito da Torino, per andare a scontare la sua pena nelle carceri
di Venezia; e dettogli addio, lo pregò con voce umile e commossa che si
lasciasse toccare la mano. Il maestro ritirò la mano: era bagnata di lacrime.
Dopo d'allora non lo vide più. Passarono sei anni. - «Io pensavo a tutt'altro
che a quel disgraziato, - disse il maestro, - quando ieri l'altro mattina mi
vedo capitare a casa uno sconosciuto, con una gran barba nera, già un po'
brizzolata, vestito malamente; il quale mi dice: - È lei signore, il maestro
tale dei tali? - Chi siete? - gli domando io - Sono il carcerato del numero 78,
- mi riponde; - m'ha insegnato lei a leggere e a scrivere, sei anni fa: se si
rammenta, all'ultima lezione m'ha dato la mano: ora ho scontato la mia pena e
son qui... a pregarla che mi faccia la grazia d'accettare un mio ricordo, una cosuccia
che ho lavorato in prigione. La vuol accettare per mia memoria, signor maestro?
- Io rimasi lì, senza parola. Egli credette che non volessi accettare, e mi
guardò, come per dire: - Sei anni di patimenti non sono dunque bastati a
purgarmi le mani! - ma con espressione così viva di dolore mi guardò, che tesi
subito la mano e presi l'oggetto. Eccolo qui.» Guardammo attentamente il
calamaio: pareva stato lavorato con la punta d'un chiodo, con lunghissima
pazienza; c'era su scolpita una penna a traverso a un quaderno, e scritto
intorno: «Al mio maestro. - Ricordo del numero 78 - Sei anni» - E sotto, in
piccoli caratteri: - «Studio e speranza...». Il maestro non disse altro; ce
n'andammo. Ma per tutto il tragitto da Moncalieri a Torino, io non potei più levarmi
dal capo quel prigionero affacciato al finestrino, quell'addio al maestro, quel
povero calamaio lavorato in carcere, che diceva tante cose, e lo sognai la
notte, e ci pensavo ancora questa mattina... quanto lontano dall'immaginare la
sorpresa che m'aspettava alla scuola! Entrato appena nel mio nuovo banco,
accanto a Derossi,
e scritto il problema d'aritmetica dell'esame mensile, raccontai al mio
compagno tutta la storia del prigioniero e del calamaio e come il calamaio era
fatto, con la penna a traverso al quaderno, e quell'iscrizione intorno: - Sei
anni! - Derossi scattò a quelle parole, e cominciò a guardare ora me ora
Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, che era nel banco davanti, con la
schiena rivolta a noi, tutto assorto nel suo problema. - Zitto! - disse poi, a
bassa voce, pigliandomi per un braccio. - Non sai? Crossi mi disse avant'ieri
d'aver visto di sfuggita un calamaio di legno tra le mani di suo padre
ritornato dall'America: un calamaio conico, lavorato a mano, con un quaderno e
una penna: - è quello; - sei anni! - egli diceva che suo padre era in America:
- era invece in prigione; - Crossi era piccolo al tempo del delitto, non si
ricorda, sua madre lo ingannò, egli non sa nulla; non ci sfugga una sillaba di
questo! - Io rimasi senza parola, con gli occhi fissi su Crossi. E allora
Derossi risolvette il problema e lo passò sotto il banco a Crossi; gli diede un
foglio di carta; gli levò di mano L'Infermiere di Tata, il racconto mensile,
che il maestro gli aveva dato a ricopiare, per ricopiarlo lui in sua vece; gli
regalò dei pennini, gli accarezzò la spalla, mi fece promettere sul mio onore
che non avrei detto nulla a nessuno; e quando uscimmo dalla scuola mi disse in
fretta: - Ieri suo padre è venuto a prenderlo, ci sarà anche questa mattina: fa
come faccio io. Uscimmo nella strada, il padre di Crossi era là, un po' in
disparte: un uomo con la barba nera, già un po' brizzolata, vestito malamente,
con un viso scolorito e pensieroso. Derossi strinse la mano a Crossi; in modo
da farsi vedere, e gli disse forte: - A riverderci, Crossi, - e gli passò la
mano sotto mento, io feci lo stesso. Ma facendo quello, Derossi diventò color
di porpora, io pure; e il padre di Crossi ci guardò attentamente, con uno
sguardo benevolo; ma in cui traluceva un'espressione d'inquietudine e di
sospetto, che ci mise freddo nel cuore.
L'infermiere
di Tata
Racconto
mensile
La
mattina d'un giorno piovoso di marzo, un ragazzo vestito da campagnuolo, tutto
inzuppato d'acqua e infangato, con un involto di panni sotto il braccio, si
presentava al portinaio dell'Ospedale maggiore di Napoli e domandava di suo
padre, presentando una lettera. Aveva un bel viso ovale d'un bruno pallido, gli
occhi pensierosi e due grosse labbra semiaperte, che lasciavan vedere i denti
bianchissimi. Veniva da un villaggio dei dintorni di Napoli. Suo padre, partito
di casa l'anno addietro per andare a cercar lavoro in Francia, era tornato in
Italia e sbarcato pochi dì prima a Napoli, dove, ammalatosi improvvisamente,
aveva appena fatto in tempo a scrivere un rigo alla famiglia per annunziarle il
suo arrivo e dirle che entrava all'ospedale. Sua moglie, desolata di quella
notizia, non potendo moversi di casa perché aveva una bimba inferma e un'altra
al seno, aveva mandato a Napoli il figliuolo maggiore, con qualche soldo, ad
assistere suo padre, il suo Tata, come là si dice; il ragazzo aveva fatto dieci
miglia di cammino.
Il
portinaio, data un'occhiata alla lettera, chiamò un infermiere e gli disse che
conducesse il ragazzo dal padre.
-
Che padre? - domandò l'infermiere.
Il
ragazzo, tremante per il timore d'una trista notizia, disse il nome.
L'infermiere
non si rammentava quel nome.
-
Un vecchio operaio venuto di fuori? - domandò.
-
Operaio sì, - rispose il ragazzo, sempre più ansioso; non tanto vecchio. Venuto
di fuori, sì.
-
Entrato all'ospedale quando? - domandò l'infermiere.
Il
ragazzo diede uno sguardo alla lettera. - Cinque giorni fa, credo.
L'infermiere
stette un po' pensando; poi, come ricordandosi a un tratto: - Ah! - disse, - il
quarto camerone, il letto in fondo.
-
È malato molto? Come sta? - domandò affannosamente il ragazzo.
L'infermiere
lo guardò, senza rispondere. Poi disse: - Vieni con me.
Salirono
due branche di scale, andarono in fondo a un largo corridoio e si trovarono in
faccia alla porta aperta d'un camerone, dove s'allungavano due file di letti. -
Vieni, - ripeté l'infermiere, entrando. Il ragazzo si fece animo e lo seguitò,
gettando sguardi paurosi a destra e a sinistra, sui visi bianchi e smunti dei
malati, alcuni dei quali avevan gli occhi chiusi, e parevano morti, altri
guardavan per aria con gli occhi grandi e fissi, come spaventati. Parecchi
gemevano, come bambini. Il camerone era oscuro, l'aria impregnata d'un odore
acuto di medicinali. Due suore di carità andavano attorno con delle boccette in
mano.
Arrivato
in fondo al camerone, l'infermiere si fermò al capezzale d'un letto, aperse le
tendine e disse: - Ecco tuo padre.
Il
ragazzo diede in uno scoppio di pianto, e lasciato cadere l'involto, abbandonò
la testa sulla spalla del malato, afferrandogli con una mano il braccio che
teneva disteso immobile sopra la coperta. Il malato non si scosse.
Il
ragazzo si rialzò e guardò il padre, e ruppe in pianto un'altra volta. Allora
il malato gli rivolse uno sguardo lungo e parve che lo riconoscesse. Ma le sue
labbra non si muovevano. Povero Tata, quanto era mutato! Il figliuolo non
l'avrebbe mai riconosciuto. Gli s'erano imbiancati i capelli, gli era cresciuta
la barba, aveva il viso gonfio, d'un color rosso carico, con la pelle tesa e
luccicante, gli occhi rimpiccioliti, le labbra ingrossate, la fisionomia tutta
alterata: non aveva più di suo che la fronte e l'arco delle sopracciglia.
Respirava con affanno. - Tata, tata mio! - disse il ragazzo. - Son io, non mi
riconoscete? Sono Cicillo, il vostro Cicillo, venuto dal paese, che m'ha
mandato la mamma. Guardatemi bene, non mi riconoscete? Ditemi una parola.
Ma
il malato, dopo averlo guardato attentamente, chiuse gli occhi.
-
Tata! Tata! che avete? Sono il vostro figliuolo, Cicillo vostro.
Il
malato non si mosse più, e continuò a respirare affannosamente.
Allora,
piangendo, il ragazzo prese una seggiola, sedette e stette aspettando, senza
levar gli occhi dal viso di suo padre. - Un medico passerà bene a far la
visita, - pensava. - Egli mi dirà qualche cosa. - E s'immerse ne' suoi pensieri
tristi, ricordando tante cose del suo buon padre, il giorno della partenza,
quando gli aveva dato l'ultimo addio sul bastimento, le speranze che aveva
fondato la famiglia su quel suo viaggio, la desolazione di sua madre all'arrivo
della lettera; e pensò alla morte, vide suo padre morto, sua madre vestita di
nero, la famiglia nella miseria. E stette molto tempo così. Quando una mano
leggiera gli toccò una spalla, ed ei si riscosse: era una monaca. - Che cos'ha
mio padre? - le domandò subito. - È tuo padre? - disse la suora, dolcemente. -
Sì, è mio padre, son venuto. Che cos'ha? - Coraggio, ragazzo, - rispose la
suora; - ora verrà il medico. - E s'allontanò, senza dir altro.
Dopo
mezz'ora, sentì il tocco d'una campanella, e vide entrare in fondo al camerone
il medico, accompagnato da un assistente; la suora e un infermiere li
seguivano. Cominciaron la visita, fermandosi a ogni letto. Quell'aspettazione
pareva eterna al ragazzo, e ad ogni passo del medico gli cresceva l'affanno.
Finalmente arrivò al letto vicino. Il medico era un vecchio alto e curvo, col
viso grave. Prima ch'egli si staccasse dal letto vicino, il ragazzo si levò in
piedi, e quando gli s'avvicinò, si mise a piangere.
Il
medico lo guardò.
-
È il figliuolo del malato - disse la suora; - è arrivato questa mattina dal suo
paese.
Il
medico gli posò una mano sulla spalla, poi si chinò sul malato, gli tastò il
polso, gli toccò la fronte, e fece qualche domanda alla suora, la quale
rispose: - nulla di nuovo. Rimase un po' pensieroso, poi disse: - Continuate
come prima.
Allora
il ragazzo si fece coraggio e domandò con voce di pianto: - Che cos'ha mio
padre?
-
Fatti animo, figliuolo, - rispose il medico, rimettendogli una mano sulla
spalla. - Ha una risipola facciale. È grave, ma c'è ancora speranza. Assistilo.
La tua presenza gli può far del bene.
-
Ma non mi riconosce! - esclamò il ragazzo in tuono desolato.
-
Ti riconoscerà... domani, forse. Speriamo bene, fatti coraggio.
Il
ragazzo avrebbe voluto domandar altro; ma non osò. Il medico passò oltre. E
allora egli cominciò la sua vita d'infermiere. Non potendo far altro accomodava
le coperte al malato, gli toccava ogni tanto la mano, gli cacciava i moscerini,
si chinava su di lui ad ogni gemito, e quando la suora portava da bere, le
levava di mano il bicchiere o il cucchiaio, e lo porgeva in sua vece. Il malato
lo guardava qualche volta; ma non dava segno di riconoscerlo. Senonché il suo
sguardo si arrestava sempre più a lungo sopra di lui, specialmente quando si
metteva agli occhi il fazzoletto. E così passò il primo giorno. La notte il
ragazzo dormì sopra due seggiole, in un angolo del camerone, e la mattina
riprese il suo ufficio pietoso. Quel giorno parve che gli occhi del malato
rivelassero un principio di coscienza. Alla voce carezzevole del ragazzo pareva
che un'espressione vaga di gratitudine gli brillasse un momento nelle pupille,
e una volta mosse un poco le labbra come se volesse dir qualche cosa. Dopo ogni
breve assopimento, riaprendo gli occhi, sembrava che cercasse il suo piccolo
infermiere. Il medico, ripassato due volte, notò un poco di miglioramento.
Verso sera, avvicinandogli il bicchiere alle labbra, il ragazzo credette di
veder guizzare sulle sue labbra gonfie un leggerissimo sorriso. E allora
cominciò a riconfortarsi, a sperare. E con la speranza d'essere inteso, almeno
confusamente, gli parlava, gli parlava a lungo, della mamma, delle sorelle
piccole, del ritorno a casa, e lo esortava a farsi animo, con parole calde e
amorose. E benché dubitasse sovente di non esser capito, pure parlava, perché
gli pareva che, anche non comprendendo, il malato ascoltasse con un certo
piacere la sua voce, quell'intonazione insolita di affetto e di tristezza. E in
quella maniera passò il secondo giorno, e il terzo, e il quarto, in una vicenda
di miglioramenti leggieri e di peggioramenti improvvisi; e il ragazzo era così
tutto assorto nelle sue cure, che appena sbocconcellava due volte al giorno un
po' di pane e un po' di formaggio,
che gli portava la suora, e non vedeva quasi quel che seguiva intorno a lui, i
malati moribondi, l'accorrere improvviso delle suore di notte, i pianti e gli
atti di desolazione dei visitatori che uscivano senza speranza, tutte quelle
scene dolorose e lugubri della vita d'un ospedale, che in qualunque altra
occasione l'avrebbero sbalordito e atterrito. Le ore, i giorni passavano, ed
egli era sempre là col suo Tata, attento, premuroso, palpitante ad ogni suo
sospiro e ad ogni suo sguardo, agitato senza riposo tra una speranza che gli
allargava l'anima e uno sconforto che gli agghiacciava il cuore.
Il
quinto giorno, improvvisamente, il malato peggiorò.
Il
medico, interrogato, scrollò il capo, come per dire che era finita, e il
ragazzo s'abbandonò sulla seggiola, rompendo in singhiozzi. Eppure una cosa lo
consolava. Malgrado che peggiorasse, a lui sembrava che il malato andasse
riacquistando lentamente un poco d'intelligenza. Egli guardava il ragazzo
sempre più fissamente e con un'espressione crescente di dolcezza, non voleva
più prender bevanda o medicina che da lui, e sempre più spesso faceva quel
movimento forzato delle labbra, come se volesse pronunciare una parola; e lo
faceva così spiccato qualche volta, che il figliuolo gli afferrava il braccio
con violenza, sollevato da una speranza improvvisa, e gli diceva con accento
quasi di gioia: - Coraggio, coraggio, Tata, guarirai, ce n'andremo, torneremo a
casa con la mamma, ancora un po' di coraggio!
Erano
le quattro della sera, e allora appunto il ragazzo s'era abbandonato a uno di
quegli impeti di tenerezza e di speranza, quando di là dalla porta più vicina
del camerone udì un rumore di passi, e poi una voce forte, due sole parole: -
Arrivederci, suora! - che lo fecero balzare in piedi, con un grido strozzato
nella gola. Nello stesso momento entrò nel camerone un uomo, con un grosso
involto alla mano, seguito da una suora.
Il
ragazzo gettò un grido acuto e rimase inchiodato al suo posto.
L'uomo
si voltò, lo guardò un momento, gittò un grido anch'egli: - Cicillo! - e si
slanciò verso di lui.
Il
ragazzo cadde fra le braccia di suo padre, soffocato. Le suore, gl'infermieri,
l'assistente accorsero, e rimasero lì, pieni di stupore.
Il
ragazzo non poteva raccogliere la voce.
-
Oh Cicillo mio! - esclamò il padre, dopo aver fissato uno sguardo attento sul
malato, baciando e ribaciando il ragazzo. - Cicillo, figliuol mio, come va
questo? T'hanno condotto al letto d'un altro. E io che mi disperavo di non
vederti, dopo che mamma scrisse: l'ho mandato. Povero Cicillo! Da quanti giorni
sei qui? Com'è andato questo imbroglio? Io me la son cavata con poco. Sto bene
in gamba, sai! E la mamma? E Concettella? E 'u nennillo, come vanno? Io me
n'esco dall'ospedale. Andiamo dunque. O signore Iddio! Chi l'avrebbe mai detto!
Il
ragazzo stentò a spiccicar quattro parole per dar notizie della famiglia. - Oh
come sono contento! - balbettò. - Come sono contento! Che brutti giorni ho
passati! E non rifiniva di baciar suo padre.
Ma
non si muoveva.
-
Vieni dunque - gli disse il padre. - Arriveremo ancora a casa stasera. Andiamo.
- E lo tirò a sé.
Il
ragazzo si voltò a guardare il suo malato.
-
Ma... vieni o non vieni? - gli domandò il padre, stupito.
Il
ragazzo diede ancora uno sguardo al malato, il quale, in quel momento, aperse
gli occhi e lo guardò fissamente.
Allora
gli sgorgò dall'anima un torrente di parole. - No, Tata, aspetta... ecco... non
posso. C'è quel vecchio. Da cinque giorni son qui. Mi guarda sempre. Credevo
che fossi tu. Gli volevo bene. Mi guarda, io gli do da bere, mi vuol sempre
accanto, ora sta molto male, abbi pazienza, non ho coraggio, non so, mi fa
troppo pena, tornerò a casa domani, lasciami star qui un altro po', non va mica
bene che lo lasci, vedi in che maniera mi guarda, io non so chi sia, ma mi
vuole, morirebbe solo, lasciami star qui, caro Tata!
-
Bravo, piccerello! - gridò l'assistente.
Il
padre rimase perplesso, guardando il ragazzo; poi guardò il malato. - Chi è? -
domandò.
-
Un contadino come voi - rispose l'assistente, - venuto di fuori, entrato
all'ospedale lo stesso giorno che c'entraste voi. Lo portaron qui ch'era fuor
di senso, e non poté dir nulla. Forse ha una famiglia lontana, dei figliuoli.
Crederà che sia un dei suoi, il vostro.
Il
malato guardava sempre il ragazzo.
Il
padre disse a Cicillo: - Resta.
-
Non ha più da restar che per poco, - mormorò l'assistente.
-
Resta -, ripeté il padre. - Tu hai cuore. Io vado subito a casa a levar di pena
la mamma. Ecco uno scudo pei tuoi bisogni. Addio, bravo figliuolo mio. A
rivederci.
Lo
abbracciò, lo guardò fisso, lo ribaciò in fronte, e partì.
Il
ragazzo tornò accanto al letto, e l'infermo parve racconsolato. E Cicillo
ricominciò a far l'infermiere, non piangendo più, ma con la stessa premura, con
la stessa pazienza di prima; ricominciò a dargli da bere, ad accomodargli le
coperte, a carezzargli la mano, a parlargli dolcemente, per fargli coraggio. Lo
assistette tutto quel giorno, lo assistette tutta la notte, gli restò ancora
accanto il giorno seguente. Ma il malato s'andava sempre aggravando; il suo
viso diventava color violaceo, il suo respiro ingrossava, gli cresceva
l'agitazione, gli sfuggivan dalla bocca delle grida inarticolate, l'enfiagione
si faceva mostruosa. Alla visita della sera, il medico disse che non avrebbe
passata la notte. E allora Cicillo raddoppiò le sue cure e non lo perdette più
d'occhio un minuto. E il malato lo guardava, lo guardava, e muoveva ancora le
labbra, tratto tratto, con un grande sforzo, come se volesse dir qualche cosa,
e un'espressione di dolcezza straordinaria passava a quando a quando nei suoi
occhi, che sempre più si rimpiccolivano e s'andavano velando. E quella notte il
ragazzo lo vegliò fin che vide biancheggiare alle finestre il primo barlume di
giorno, e comparire la suora. La suora s'avvicinò al letto, diede un'occhiata
al malato e andò via a rapidi passi. Pochi momenti dopo ricomparve col medico
assistente e con un infermiere, che portava una lanterna.
-
È all'ultimo momento, - disse il medico.
Il
ragazzo afferrò la mano del malato. Questi aprì gli occhi, lo fissò, e li
richiuse.
In
quel punto parve al ragazzo di sentirsi stringere la mano.
-
M'ha stretta la mano! - esclamò.
Il
medico rimase un momento chino sul malato, poi s'alzò. La suora staccò un
crocifisso dalla parte.
-
E morto! - gridò il ragazzo.
-
Va', figliuolo, - disse il medico. - La tua santa opera è compiuta. Va' e abbi
fortuna, che la meriti. Dio ti proteggerà. Addio.
La
suora che s'era allontanata un momento, tornò con un mazzettino di viole, tolte
da un bicchiere sulla finestra, e lo porse al ragazzo, dicendo: - Non ho altro
da darti. Tieni questo per memoria dell'ospedale.
-
Grazie, - rispose il ragazzo, - pigliando il mazzetto con una mano e
asciugandosi gli occhi con l'altra; - ma ho tanta strada da fare a piedi... lo
sciuperei. - E sciolto il mazzolino sparpagliò le viole sul letto, dicendo: -
Le lascio per ricordo al mio povero morto. Grazie, sorella. Grazie, signor
dottore. - Poi, rivolgendosi al morto: - Addio... - E mentre cercava un nome da
dargli, gli rivenne dal cuore alle labbra il dolce nome che gli aveva dato per
cinque giorni: - Addio, povero Tata!
Detto
questo, si mise sotto il braccio il suo involtino di panni, e a lenti passi,
rotto dalla stanchezza, se n'andò. L'alba spuntava.
L'officina
18,
sabato
Precossi
venne ieri sera a rammentarmi che andassi a vedere la sua officina, che è sotto
nella strada, e questa mattina, uscendo con mio padre, mi ci feci condurre un
momento. Mentre noi ci avvicinavamo all'officina, ne usciva di corsa Garoffi,
con un pacco in mano, facendo svolazzare il suo gran mantello, che copre le
mercanzie. Ah! ora lo so dove va a raspare la limatura di ferro, che vende per
dei giornali vecchi, quel trafficone di Garoffi! Affacciandoci alla porta,
vedemmo Precossi, seduto sur una torricella di mattoni, che studiava la
lezione, col libro sulle ginocchia. S'alzò subito e ci fece entrare: era uno
stanzone pien di polvere di carbone, colle pareti tutte irte di martelli, di
tanaglie, di spranghe, di ferracci d'ogni forma, e in un angolo ardeva il fuoco
d'un fornello, in cui soffiava un mantice, tirato da un ragazzo. Precossi padre
era vicino all'incudine, e un garzone teneva una spranga di ferro nel fuoco. -
Ah! eccolo qui, - disse il fabbro appena ci vide, levandosi la berretta, - il
bravo ragazzo che regala i treni delle strade ferrate! È venuto a vedere un po'
lavorare, non è vero? Eccolo servito sul momento. - E dicendo questo sorrideva,
non aveva più quella faccia torva, quegli occhi biechi dell'altre volte. Il
garzone gli porse una lunga spranga di ferro arroventata da un capo, e il
fabbro l'appoggiò sull'incudine. Faceva una di quelle spranghe a voluta per le
ringhiere a gabbia dei terrazzini. Alzò un grosso martello e cominciò a
picchiare, spingendo la parte rovente ora di qua ora di là tra una punta
dell'incudine e il mezzo, e rigirandola in vari modi, ed era una meraviglia a
vedere come sotto ai colpi rapidi e precisi del martello il ferro s'incurvava,
s'attorceva, pigliava via via la forma graziosa della foglia arricciata d'un
fiore, come un cannello di pasta, ch'egli avesse modellato con le mani. E
intanto il suo figliuolo ci guardava, con una cert'aria altera, come per dire:
- Vedete come lavora mio padre! - Ha visto come si fa, il signorino? - mi
domandò il fabbro, quand'ebbe finito,
mettendomi davanti la spranga, che pareva il pastorale d'un vescovo. Poi la
mise in disparte e ne ficcò un'altra nel fuoco. - Ben fatto davvero, - gli
disse mio padre. E soggiunse: - Dunque... si lavora, eh? La buona voglia è
tornata. - È tornata, sì - rispose l'operaio, asciugandosi il sudore, e
arrossendo un poco. - E sa chi me l'ha fatta tornare? - Mio padre finse di non
capire. - Quel bravo ragazzo, - disse il fabbro, accennando il figliuolo col
dito, - quel bravo figliuolo là, che studiava e faceva onore a suo padre mentre
suo padre... faceva baldoria e lo trattava come una bestia. Quando ho visto
quella medaglia... Ah! il piccinetto mio, alto come un soldo di cacio, vieni un
po' qua che ti guardi bene nel muso! - Il ragazzo corse subito, il fabbro lo
prese e lo mise diritto sull'incudine, tenendolo sotto le ascelle, e gli disse:
- Pulite un poco il frontespizio a questo bestione di babbo. - E allora
Precossi coprì di baci il viso nero di suo padre fin che fu anche lui tutto
nero. - Così va bene, - disse il fabbro, e lo rimise in terra. - Così va bene
davvero, Precossi! - esclamò mio padre, contento. E detto a rivederci al fabbro
e al figliuolo, mi condusse fuori. Mentre uscivo, Precossino mi disse: -
Scusami, - e mi cacciò in tasca un pacchetto di chiodi; io l'invitai a venir a
vedere il carnevale da casa mia. - Tu gli hai regalato il tuo treno di strada
ferrata, - mi disse mio padre per la strada; - ma se fosse stato d'oro e pieno
di perle, sarebbe stato ancora un piccolo regalo per quel santo figliuolo che
ha rifatto il cuore a suo padre.
Il
piccolo pagliaccio
20,
lunedì
Tutta
la città è in ribollimento per il carnevale, che è sul finire, in ogni piazza
si rizzan baracche di saltimbanchi e giostre, e noi abbiamo sotto le finestre
un circo di tela, dove dà spettacolo una piccola compagnia veneziana, con
cinque cavalli. Il circo è nel mezzo della piazza, e in un angolo ci son tre
carrozzoni grandi, dove i saltimbanchi dormono e si travestono; tre casette con
le ruote, coi loro finestrini e un caminetto ciascuna, che fuma sempre; e tra
finestrino e finestrino sono stese delle fasce da bambini. C'è una donna che
allatta un putto, fa da mangiare e balla sulla corda. Povera gente! Si dice
saltimbanco come un'ingiuria; eppure si guadagnano il pane onestamente,
divertendo tutti; e come faticano! Tutto il giorno corrono tra il circo e i
carrozzoni, in maglia, con questi freddi; mangian due bocconi a scappa e fuggi,
in piedi, tra una rappresentazione e l'altra, e a volte, quando hanno già il
circo affollato, si leva un vento che strappa le tele e spegne i lumi, e addio
spettacolo! debbon rendere i denari e lavorar tutta la sera a rimetter su la
baracca. Ci hanno due ragazzi che lavorano; e mio padre riconobbe il più
piccolo mentre attraversava la piazza: è il figliuolo del padrone lo stesso che
vedemmo fare i giochi a cavallo l'anno passato, in un circo di piazza Vittorio
Emanuele. È cresciuto, avrà otto anni, è un bel ragazzo, un bel visetto rotondo
e bruno di monello, con tanti riccioli neri che gli scappan fuori dal cappello
a cono. È vestito da pagliaccio, ficcato dentro a una specie di saccone con le
maniche, bianco ricamato di nero, e ha le scarpette di tela. È un diavoletto.
Piace a tutti. Fa di tutto. Lo vediamo ravvolto in uno scialle, la mattina
presto, che porta il latte alla sua casetta di legno; poi va a prendere i
cavalli alla rimessa di via Bertola; tiene in braccio il bimbo piccolo;
trasporta cerchi cavalletti, sbarre, corde; pulisce i carrozzoni, accende il
fuoco, e nei momenti di riposo è sempre appiccicato a sua madre. Mio padre lo
guarda sempre dalla finestra, e non
fa che parlar di lui e dei suoi, che han l'aria di buona gente, e di voler bene
ai figliuoli. Una sera ci siamo andati, al circo; faceva freddo, non c'era
quasi nessuno; ma tanto il pagliaccino si dava un gran moto per tener allegra
quella po' di gente: faceva dei salti mortali, s'attaccava alla coda dei
cavalli, camminava con le gambe per aria, tutto solo, e cantava, sempre
sorridente, col suo visetto bello e bruno; e suo padre che aveva un vestito
rosso e i calzoni bianchi, con gli stivali alti e la frusta in mano, lo guardava;
ma era triste. Mio padre n'ebbe compassione, e ne parlò il dì dopo col pittore
Delis, che venne a trovarci. Quella povera gente s'ammazza a lavorare e fa così
cattivi affari! Quel ragazzino gli piaceva tanto! Che cosa si poteva fare per
loro? Il pittore ebbe un'idea. - Scrivi un bell'articolo sulla Gazzetta, - gli
disse, - tu che sai scrivere: tu racconti i miracoli del piccolo pagliaccio e
io faccio il suo ritratto; la Gazzetta la leggon tutti, e almeno per una volta
accorrerà gente. - E così fecero. Mio padre scrisse un articolo, bello e pieno
di scherzi, che diceva tutto quello che noi vediamo dalla finestra, e metteva
voglia di conoscere e di carezzare il piccolo artista; e il pittore schizzò un
ritrattino somigliante e grazioso, che fu pubblicato sabato sera. Ed ecco, alla
rappresentazione di domenica, una gran folla che accorre al circo. Era
annunziato: Rappresentazione a beneficio del pagliaccino; del pagliaccino,
com'era chiamato nella Gazzetta. Mio padre mi condusse nei primi posti. Accanto
all'entrata avevano affisso la Gazzetta. Il circo era stipato; molti spettatori
avevano la Gazzetta in mano, e la mostravano al pagliaccino, che rideva e
correva or dall'uno or dall'altro, tutto felice. Anche il padrone era contento.
Figurarsi! Nessun giornale gli aveva mai fatto tanto onore, e la cassetta dei
soldi era piena. Mi padre sedette accanto a me. Tra gli spettatori trovammo
delle persone di conoscenza. C'era vicino all'entrata dei cavalli,
in piedi, il maestro di Ginnastica, quello che è stato con Garibaldi; e in
faccia a noi, nei secondi posti, il muratorino, col suo visetto tondo, seduto
accanto a quel gigante di suo padre... e appena mi vide, mi fece il muso di
lepre. Un po' più in là vidi Garoffi, che contava gli spettatori, calcolando
sulle dita quanto potesse aver incassato la Compagnia. C'era anche nelle
seggiole dei primi posti, poco lontano da noi, il povero Robetti, quello che
salvò il bimbo dall'omnibus, con le sue stampelle fra le ginocchia, stretto al
fianco di suo padre, capitano d'artiglieria, che gli teneva una mano sulla
spalla. La rappresentazione cominciò. Il pagliaccino fece meraviglie sul
cavallo, sul trapezio e sulla corda, e ogni volta che saltava giù, tutti gli
battevan le mani e molti gli tiravano i riccioli. Poi fecero gli esercizi vari
altri, funamboli, giocolieri e cavallerizzi, vestiti di cenci e scintillanti
d'argento. Ma quando non c'era il ragazzo, pareva che la gente si seccasse. A
un certo punto vidi il maestro di ginnastica, fermo all'entrata dei cavalli,
che parlò nell'orecchio del padrone del circo, e questi subito girò lo sguardo
sugli spettatori, come se cercasse qualcuno. Il suo sguardo si fermò su di noi.
Mio padre se ne accorse, capì che il maestro aveva detto ch'era lui l'autor
dell'articolo, e per non esser ringraziato se ne scappò via, dicendomi: -
Resta, Enrico; io t'aspetto fuori. - Il pagliaccino, dopo aver scambiato
qualche parola col suo babbo, fece ancora un esercizio: ritto sul cavallo che
galoppava, si travestì quattro volte, da pellegrino, da marinaio, da soldato,
da acrobata, e ogni volta che mi passava vicino, mi guardava. Poi, quando
scese, cominciò a fare il giro del circo col cappello da pagliaccio tra le
mani, e tutti ci gettavan dentro soldi e confetti. Io tenni pronti due soldi;
ma quando fu in faccia a me, invece di porgere il cappello, lo tirò indietro,
mi guardò e passò avanti. Rimasi mortificato. Perché m'aveva fatto quello
sgarbo? La rappresentazione terminò, il padrone ringraziò
il pubblico, e tutta la gente s'alzò, affollandosi verso l'uscita. Io ero
confuso tra la folla, e stavo già per uscire, quando mi sentii toccare una
mano. Mi voltai: era il pagliaccino, col suo bel visetto bruno e i suoi
riccioli neri, che mi sorrideva: aveva le mani piene di confetti. Allora capii.
- Voresistu - mi disse - agradir sti confeti del pagiazzeto? - Io accennai di
sì, e ne presi tre o quattro. - Alora, - soggiunse - ciapa anca un baso. -
Dammene due -, risposi, e gli porsi il viso. Egli si pulì con la manica la
faccia infarinata, mi pose un braccio intorno al collo, e mi stampò due baci
sulle guance, dicendomi: - Tò, e portighene uno a to pare.
L'ultimo
giorno di carnevale
21,
martedì
Che
triste scena vedemmo oggi al corso delle maschere! Finì bene; ma poteva seguire
una grande disgrazia. In piazza San Carlo, tutta decorata di festoni gialli,
rossi e bianchi, s'accalcava una grande moltitudine; giravan maschere d'ogni
colore; passavano carri dorati e imbandierati, della forma di padiglioni di
teatrini e di barche, pieni d'arlecchini e di guerrieri, di cuochi, di marinai
e di pastorelle; era una confusione da non saper dove guardare; un frastuono di
trombette, di corni e di piatti turchi che lacerava le orecchie; e le maschere
dei carri trincavano e cantavano, apostrofando la gente a piedi e la gente alle
finestre, che rispondevano a squarciagola, e si tiravano a furia arancie e
confetti; e al di sopra delle carrozze e della calca, fin dove arrivava
l'occhio, si vedevano sventolar bandierine, scintillar caschi, tremolare
pennacchi, agitarsi testoni di cartapesta, gigantesche cuffie, tube enormi,
armi stravaganti, tamburelli, crotali, berrettini rossi e bottiglie: parevan
tutti pazzi. Quando la nostra carrozza entrò nella piazza, andava dinanzi a noi
un carro magnifico, tirato da quattro cavalli coperti di gualdrappe ricamate
d'oro, e tutto inghirlandato di rose finte, sul quale c'erano quattordici o
quindici signori, mascherati da gentiluomini della corte di Francia, tutti
luccicanti di seta, col parruccone bianco, un cappello piumato sotto il braccio
e lo spadino, e un arruffio di nastri e di trine sul petto: bellissimi.
Cantavano tutti insieme una canzonetta francese, e gettavan dolci alla gente, e
la gente batteva le mani e gridava. Quando a un tratto, sulla nostra sinistra,
vedemmo un uomo sollevare sopra le teste della folla una bambina di cinque o
sei anni, una poverella che piangeva disperatamente, agitando le braccia, come
presa dalle convulsioni. L'uomo si fece largo verso il carro dei signori, uno
di questi si chinò, e quell'altro disse forte: - Prenda questa bimba, ha
perduto sua madre nella folla, la tenga in braccio; la madre non può essere
lontana, e la vedrà, non c'è altra maniera.
- Il signore prese la bimba in braccio; tutti gli altri cessarono di cantare,
la bimba urlava e si dibatteva, il signore si tolse la maschera; il carro
continuò a andare lentamente. In quel mentre, come ci fu detto poi,
all'estremità opposta della piazza, una povera donna mezzo impazzita rompeva la
calca a gomitate e a spintoni, urlando: - Maria! Maria! Maria! Ho perduto la
mia figliuola! Me l'hanno rubata! Mi hanno soffocato la mia bambina! - E da un
quarto d'ora smaniava, si disperava a quel modo, andando un po' di qua e un po'
di là, oppressa dalla folla, che stentava ad aprirle il passo. Il signore del
carro, intanto, si teneva la bimba stretta contro i nastri e le trine del
petto, girando lo sguardo per la piazza, e cercando di quietare la povera
creatura, che si copriva il viso con le mani, non sapendo dove fosse, e
singhiozzava da schiantarsi il cuore. Il signore era commosso, si vedeva che
quelle grida gli andavano all'anima; tutti gli altri offrivano alla bimba
arancie e confetti; ma quella respingeva tutto, sempre più spaventata e
convulsa. - Cercate la madre! gridava il signore alla folla, - cercate la madre!
- E tutti si voltavano a destra e a sinistra; ma la madre non si trovava.
Finalmente, a pochi passi dall'imboccatura di via Roma, si vide una donna
slanciarsi verso il carro... Ah! mai più la dimenticherò! Non pareva più una
creatura umana, aveva i capelli sciolti, la faccia sformata, le vesti lacere,
si slanciò avanti mettendo un rantolo che non si capì se fosse di gioia,
d'angoscia o di rabbia, e avventò le mani come due artigli per afferrar la
figliuola. Il carro si fermò. - Eccola qui -, disse il signore, porgendo la
bimba, dopo averla baciata, e la mise tra le braccia di sua madre, che se la
strinse al seno come una furia... Ma una delle due manine restò un minuto
secondo tra le mani del signore, e questi strappatosi dalla destra un anello
d'oro con un grosso diamante, e infilatolo con un rapido movimento in un dito
della piccina: - Prendi, - le disse, - sarà la tua dote di sposa. - La madre
restò lì come incantata, la folla proruppe in applausi, il signore si rimise la
maschera, i suoi compagni ripresero il canto, e il carro ripartì lentamente in
mezzo a una tempesta di battimani e d'evviva.
I
ragazzi ciechi
23,
giovedì
Il
maestro è molto malato e mandarono in vece sua quello della quarta, che è stato
maestro nell'Istituto dei ciechi; il più vecchio di tutti, così bianco che par
che abbia in capo una parrucca di cotone, e parla in un certo modo, come se
cantasse una canzone malinconica; ma bene, e sa molto. Appena entrato nella
scuola, vedendo un ragazzo con un occhio bendato, s'avvicinò al banco e gli
domandò che cos'aveva. - Bada agli occhi, ragazzo, - gli disse. - E allora
Derossi gli domandò: - È vero, signor maestro, che è stato maestro dei ciechi?
- Sì, per vari anni, - rispose. E Derossi disse a mezza voce: - Ci dica qualche
cosa.
Il
maestro s'andò a sedere a tavolino.
Coretti
disse forte: - L'istituto dei ciechi è in via Nizza.
-
Voi dite ciechi, ciechi, - disse il maestro, - così, come direste malati e
poveri o che so io. Ma capite bene il significato di quella parola? Pensateci
un poco. Ciechi! Non veder nulla, mai! Non distinguere il giorno dalla notte,
non veder né il cielo né il sole né i propri parenti, nulla di tutto quello che
s'ha intorno e che si tocca; essere immersi in una oscurità perpetua, e come
sepolti nelle viscere della terra! Provate un poco a chiudere gli occhi e a
pensare di dover rimanere per sempre così: subito vi prende un affanno, un
terrore, vi pare che vi sarebbe impossibile di resistere, che vi mettereste a
gridare, che impazzireste o morireste. Eppure... poveri ragazzi, quando s'entra
per la prima volta nell'Istituto dei ciechi, durante la ricreazione, a sentirli
suonar violini e flauti da tutte le parti, e parlar forte e ridere, salendo e
scendendo le scale a passi lesti, e girando liberamente per i corridoi e pei dormitori,
non si direbbe mai che son quegli sventurati che sono. Bisogna osservarli bene.
C'è dei giovani di sedici o diciott'anni, robusti e allegri, che portano la
cecità con una certa disinvoltura, con una certa baldanza quasi; ma si capisce
dall'espressione risentita e fiera dei visi, che debbono aver sofferto
tremendamente prima di rassegnarsi a quella sventura. Ce n'è altri, dei visi
pallidi e dolci, in cui si vede una grande rassegnazione; ma triste, e si
capisce che qualche volta, in segreto, debbono piangere ancora. Ah! figliuoli
miei. Pensate che alcuni di essi hanno perduto la vista in pochi giorni, che
altri l'han perduta dopo anni di martirio, e molte operazioni chirurgiche
terribili, e che molti son nati così, nati in una notte che non ebbe mai alba
per loro, entrati nel mondo come in una tomba immensa, e che non sanno come sia
fatto il volto umano! Immaginate quanto debbono aver sofferto e quanto debbono
soffrire quando pensano così, confusamente, alla differenza tremenda che passa
fra loro e quelli che ci vedono, e domandano a sé medesimi: - Perché questa
differenza se non abbiamo alcuna colpa? - Io che son stato vari anni
fra loro, quando mi ricordo quella classe, tutti quegli occhi suggellati per
sempre, tutte quelle pupille senza sguardo e senza vita, e poi guardo voi
altri... mi pare impossibile che non siate tutti felici. Pensate: ci sono circa
ventisei mila ciechi in Italia! Ventisei mila persone che non vedono luce,
capite; un esercito che c'impiegherebbe quattro ore a sfilare sotto le nostre
finestre!
Il
maestro tacque; non si sentiva un alito nella scuola. Derossi domandò se era
vero che i ciechi hanno il tatto più fino di noi.
Il
maestro disse: - È vero. Tutti gli altri sensi si raffinano in loro, appunto
perché, dovendo supplire fra tutti a quello della vista, sono più e meglio
esercitati di quello che non siano da chi ci vede. La mattina, nei dormitori,
l'uno domanda all'altro: - C'è il sole? - e chi è più lesto a vestirsi scappa
subito nel cortile ad agitar le mani per aria, per sentire se c'è il tepore del
sole, e corre a dar la buona notizia: - C'è il sole! - Dalla voce d'una persona
si fanno un'idea della statura; noi giudichiamo l'animo d'un uomo dall'occhio,
essi dalla voce; ricordano le intonazioni e gli accenti per anni. S'accorgono
se in una stanza c'è più d'una persona, anche se una sola parla, e le altre
restano immobili. Al tatto s'accorgono se un cucchiaio è poco o molto pulito.
Le bimbe distinguono la lana tinta da quella di color naturale. Passando a due
a due per le strade, riconoscono quasi tutte le botteghe all'odore, anche
quelle in cui noi non sentiamo odori. Tirano la trottola, e a sentire il ronzìo
che fa girando, vanno diritti a pigliarla senza sbagliare. Fanno correre il
cerchio, giocano ai birilli, saltano con la funicella, fabbricano casette coi
sassi, colgono le viole come se le vedessero, fanno stuoie e canestrini
intrecciando paglia di vari colori, speditamente e bene; tanto hanno il tatto
esercitato! Il tatto è la loro vista, è uno dei più grandi piaceri per loro
quello di toccare, di stringere, d'indovinare la forma delle cose tastandole. È
commovente vederli, quando li conducono al museo industriale, dove li lascian
toccare quello che vogliono, veder con che festa si gettano sui corpi
geometrici, sui modellini di case, sugli strumenti, con che gioia palpano,
stropicciano, rivoltano fra le mani tutte le cose, per vedere come son fatte.
Essi dicono vedere!
Garoffi
interruppe il maestro per domandargli se era vero che i ragazzi ciechi imparano
a far di conto meglio degli altri.
Il
maestro rispose: - È vero. Imparano a far di conto e a leggere. Hanno dei libri
fatti apposta, coi caratteri rilevati; ci passano le dita sopra, riconoscon le
lettere, e dicon le parole; leggono corrente. E bisogna vedere, poveretti, come
arrossiscono quando commettono uno sbaglio. E scrivono pure, senza inchiostro.
Scrivono sur una carta spessa e dura con un punteruolo di metallo che fa tanti
punticini incavati e aggrappati secondo un alfabeto speciale; i quali punticini
riescono in rilievo sul rovescio della carta per modo che voltando il foglio e
strisciando le dita su quei rilievi, essi possono leggere quello che hanno
scritto, ed anche la scrittura d'altri, e così fanno delle composizioni, e si
scrivono delle lettere fra loro. Nella stessa maniera scrivono i numeri e fanno
i calcoli. E calcolano a mente con una facilità incredibile, non essendo
divagati dalla vista delle cose, come siamo noi. E se vedeste come sono
appassionati per sentir leggere, come stanno attenti, come ricordano tutto,
come discutono fra loro, anche i piccoli, di cose di storia e di lingua, seduti
quattro o cinque sulla stessa panca, senza voltarsi l'un verso l'altro, e
conversando il primo col terzo, il secondo col quarto, ad alta voce e tutti
insieme, senza perdere una sola parola, da tanto che han l'orecchio acuto e
pronto! E danno più importanza di voi altri agli esami, ve lo assicuro, e
s'affezionano di più ai loro maestri. Riconoscono il maestro al passo e
all'odore; s'accorgono se è di buono o cattivo umore, se sta bene o male,
nient'altro che dal suono d'una sua parola; vogliono che il maestro li tocchi,
quando gli incoraggia e li loda, e gli palpan le mani e le braccia per
esprimergli la loro gratitudine. E si voglion bene anche fra loro, sono buoni
compagni. Nel tempo della ricreazione sono quasi sempre insieme quei soliti.
Nella sezione delle ragazze, per esempio, formano tanti gruppi, secondo lo
strumento che suonano, le violiniste, le pianiste, le suonatrici di flauto, e
non si scompagnano mai. Quando hanno posto affetto a
uno, è difficile che se ne stacchino. Trovano un gran conforto nell'amicizia.
Si giudicano rettamente, fra loro. Hanno un concetto chiaro e profondo del bene
e del male. Nessuno s'esalta come loro al racconto d'un'azione generosa o d'un fatto
grande.
Votini
domandò se suonano bene.
-
Amano la musica ardentemente, - rispose il maestro. - È la loro gioia, è la
loro vita la musica. Dei ciechi bambini, appena entrati nell'Istituto, son
capaci di star tre ore immobili in piedi a sentir sonare. Imparano facilmente,
suonano con passione. Quando il maestro dice a uno che non ha disposizione alla
musica, quegli ne prova un grande dolore, ma si mette a studiare
disperatamente. Ah! se udiste la musica là dentro se li vedeste quando suonano
colla fronte alta col sorriso sulle labbra, accesi nel viso, tremanti dalla
commozione, estatici quasi ad ascoltar quell'armonia che rispandono
nell'oscurità infinita che li circonda, come sentireste che è una consolazione
divina la musica! E giubilano, brillano di felicità quando un maestro dice
loro: - Tu diventerai un artista. - Per essi il primo nella musica, quello che
riesce meglio di tutti al pianoforte o al violino, è come un re; lo amano, lo
venerano. Se nasce un litigio fra due di loro, vanno da lui; se due amici si
guastano, è lui che li riconcilia. I più piccini, a cui egli insegna a sonare,
lo tengono come un padre. Prima d'andare a dormire, vanno tutti a dargli la
buona notte. E parlano continuamente di musica. Sono già a letto, la sera
tardi, quasi tutti stanchi dallo studio e dal lavoro, e mezzo insonniti; e
ancora discorrono a bassa voce di opere, di maestri, di strumenti, d'orchestre.
Ed è un castigo così grande per essi l'esser privati della lettura o della
lezione di musica, ne soffrono tanto dolore, che non s'ha quasi mai il coraggio
di castigarli in quel modo. Quello che la luce è per i nostri occhi, la musica
è per il loro cuore.
Derossi
domandò se non si poteva andarli a vedere.
-
Si può, - rispose il maestro; - ma voi, ragazzi, non ci dovete andare per ora.
Ci andrete più tardi, quando sarete in grado di capire tutta la grandezza di
quella sventura, e di sentire tutta la pietà che essa merita. È uno spettacolo
triste, figliuoli. Voi vedete là qualche volta dei ragazzi seduti di contro a
una finestra spalancata, a godere l'aria fresca, col viso immobile, che par che
guardino la grande pianura verde e le belle montagne azzurre che vedete voi...;
e a pensare che non vedon nulla, che non vedranno mai nulla di tutta quella
immensa bellezza, vi si stringe l'anima come se fossero diventati ciechi in
quel punto. E ancora i ciechi nati, che non avendo mai visto il mondo, non
rimpiangono nulla, perché hanno l'immagine d'alcuna cosa, fanno meno
compassione. Ma c'è dei ragazzi ciechi da pochi mesi, che si ricordano ancora
di tutto, che comprendono bene tutto quello che han perduto, e questi hanno di
più il dolore di sentirsi oscurare nella mente, un poco ogni giorno, le
immagini più care, di sentirsi come morire nella memoria le persone più amate.
Uno di questi ragazzi mi diceva un giorno con una tristezza inesprimibile: -
Vorrei ancora aver la vista d'una volta, appena un momento, per rivedere il
viso della mamma, che non lo ricordo più - E quando la mamma va a trovarli, le
mettono le mani sul viso, la toccano bene dalla fronte al mento e alle
orecchie, per sentir com'è fatta, e quasi non si persuadono di non poterla
vedere, e la chiamano per nome molte volte come per pregarla che si lasci, che
si faccia vedere una volta. Quanti escono di là piangendo, anche uomini di cuor
duro! E quando s'esce, ci pare un'eccezione la nostra, un privilegio quasi non
meritato di veder la gente, le case, il cielo. Oh! non c'è nessuno di voi, ne
son certo, che uscendo di là non sarebbe disposto a privarsi d'un po' della
propria vista per darne un barlume almeno a tutti quei poveri fanciulli, per i
quali il sole non ha luce e la madre non ha viso!
Il
maestro malato
25,
sabato
Ieri
sera, uscendo dalla scuola, andai a visitare il mio maestro malato. Dal troppo
lavorare s'è ammalato. Cinque ore di lezione al giorno, poi un'ora di
ginnastica, poi altre due ore di scuola serale, che vuol dire dormir poco,
mangiare di scappata e sfiatarsi dalla mattina alla sera: s'è rovinata la
salute. Così dice mia madre. Mia madre m'aspettò sotto il portone, io salii
solo, e incontrai per le scale il maestro della barbaccia nera, - Coatti, -
quello che spaventa tutti e non punisce nessuno, egli mi guardò con gli occhi
larghi e fece la voce del leone, per celia, ma senza ridere. Io ridevo ancora
tirando il campanello, al quarto piano; ma rimasi male subito, quando la serva
mi fece entrare in una povera camera, mezz'oscura, dove era coricato il mio
maestro. Era in un piccolo letto di ferro, aveva la barba lunga. Si mise una
mano alla fronte, per vederci meglio, ed esclamò con la sua voce affettuosa: -
Oh Enrico! - Io m'avvicinai al letto, egli mi pose una mano sulla spalla, e
disse: - Bravo, figliuolo. Hai fatto bene a venir a trovare il tuo povero
maestro. Son ridotto a mal partito, come vedi, caro il mio Enrico. E come va la
scuola? come vanno i compagni? Tutto bene, eh? anche senza di me. Ne fate di
meno benissimo, è vero? del vostro vecchio maestro. - Io volevo dir di no; egli
m'interruppe: - Via, via, lo so che non mi volete male. - E mise un sospiro. Io
guardavo certe fotografie attaccate alla parete. - Vedi? - egli mi disse. - Son
tutti ragazzi che m'han dato i loro ritratti, da più di vent'anni in qua. Dei
buoni ragazzi, son le mie memorie quelle. Quando morirò, l'ultima occhiata la
darò lì, a tutti quei monelli, fra cui ho passata la vita. Mi darai il ritratto
tu pure, non è vero, quando avrai finito le elementari? Poi prese un'arancia
sul tavolino da notte e me la mise in mano. - Non ho altro da darti, - disse, -
è un regalo da malato. - Io lo guardavo e avevo il cuor triste, non so perché.
- Bada eh... - riprese a dire - io spero di cavarmela; ma se non guarissi
più... vedi di fortificarti
nell'aritmetica,
che è il tuo debole; fa' uno sforzo! non si tratta che d'un primo sforzo
perché, alle volte, non è mancanza di attitudine, è un preconcetto, è come chi
dicesse una fissazione. - Ma intanto respirava forte, si vedeva che soffriva. -
Ho una febbraccia, - sospirò, - son mezz'andato. Mi raccomando, dunque. Battere
sull'aritmetica, sui problemi. Non riesce alla prima? Si riposa un po' e poi si
ritenta. Non riesce ancora? Un altro po' di riposo e poi daccapo. E avanti, ma
tranquillamente, senza affannarsi, senza montarsi la testa. Va'. Saluta la
mamma. E non rifar più le scale, ci rivedremo alla scuola. E se non ci
rivedremo, ricordati qualche volta del tuo maestro di terza, che t'ha voluto
bene. - A quelle parole mi venne da piangere. - China la testa, - egli mi
disse. Io chinai la testa sul cappezzale; egli mi baciò sui capelli. Poi mi
disse: - Va', - e voltò il viso verso il muro. E io volai giù per le scale
perché avevo bisogno d'abbracciar mia madre.
La
strada
25,
sabato
Io
t'osservavo dalla finestra, questa sera, quando tornavi da casa del maestro, tu
hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini per la strada. Anche lì ci
sono dei doveri. Se misuri i tuoi passi e i tuoi gesti in una casa privata,
perché non dovresti far lo stesso nella strada, che è la casa di tutti?
Ricordati, Enrico. Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero, un
donna con un bimbo in braccio, uno storpio con le stampelle, un uomo curvo
sotto un carico, una famiglia vestita a lutto, cedile il passo con rispetto:
noi dobbiamo rispettare la vecchiaia, la miseria, l'amor materno, l'infermità,
la fatica, la morte.
Ogni
volta che vedi una persona a cui arriva addosso una carrozza, tiralo via, se è
un fanciullo, avvertilo, se è un uomo; domanda sempre che cos'ha al bambino che
piange, raccogli il bastone al vecchio che l'ha lasciato cadere. Se due
fanciulli rissano, dividili, se son due uomini allontànati, non assistere allo
spettacolo della violenza brutale, che offende e indurisce il cuore. E quando
passa un uomo legato fra due guardie, non aggiungere la tua alla curiosità
crudele della folla: egli può essere un innocente. Cessa di parlar col tuo
compagno e di sorridere quando incontri una lettiga d'ospedale, che porta forse
un moribondo, o un convoglio mortuario, ché ne potrebbe uscir uno domani di
casa tua. Guarda con riverenza tutti quei ragazzi degli istituti che passano a
due a due: i cechi, i muti, i rachitici, gli orfani, i fanciulli abbandonati:
pensa che è la sventura e la carità umana che passa. Fingi sempre di non vedere
chi ha una deformità ripugnante o ridicola. Spegni sempre ogni fiammifero
acceso che tu trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar la vita a qualcuno.
Rispondi sempre con gentilezza al passeggiero che ti domanda la via. Non
guardar nessuno ridendo, non correre senza bisogno, non gridare. Rispetta la
strada. L'educazione d'un popolo si giudica innanzi tutto dal contegno ch'egli
tien per la strada. Dove troverai la villania per le strade, troverai la
villania nelle case. E studiale, le strade, studia la città dove vivi; se
domani tu ne fossi sbalestrato lontano, saresti lieto d'averla presente bene
alla memoria, di poterla ripercorrere tutta col pensiero, - la tua città, la
tua piccola patria, - quella che è stata per tanti anni il tuo mondo, - dove
hai fatto i primi passi al fianco di tua madre, provato le prime commozioni,
aperto la mente alle prime idee, trovato i primi amici. Essa è stata una madre
per te: t'ha istruito, dilettato, protetto. Studiala nelle sue strade e nella
sua gente, - ed amala, - e quando la senti ingiuriare, difendila.
TUO PADRE
MARZO
Le
scuole serali
2,
giovedì
Mio
padre mi condusse ieri a vedere le scuole serali della nostra sezione Baretti,
che eran già tutte illuminate, e gli operai cominciavano ad entrare. Arrivando,
trovammo il Direttore e i maestri in gran collera perché poco prima era stato
rotto da una sassata il vetro d'una finestra: il bidello, saltato fuori, aveva
acciuffato un ragazzo che passava; ma allora s'era presentato Stardi, che sta
di casa in faccia alla scuola, e aveva detto: - Non è costui, ho visto coi miei
occhi: è Franti che ha tirato, e m'ha detto: - Guai se tu parli! - ma io non ho
paura. E il Direttore disse che Franti sarà scacciato per sempre. Intanto
badava agli operai che entravano a due a tre insieme, e n'eran già entrati più
di duecento. Non avevo mai visto come è bella una scuola serale! C'eran dei
ragazzi da dodici anni in su, e degli uomini con la barba, che tornavano dal
lavoro, portando libri e quaderni; c'eran dei falegnami, dei fochisti con la
faccia nera, dei muratori con le mani bianche di calcina, dei garzoni fornai
coi capelli infarinati e si sentiva odor di vernice, di coiami, di pece,
d'olio, odori di tutti i mestieri. Entrò anche una squadra d'operai
d'artiglieria vestiti da soldati, condotti da un caporale. S'infilavano tutti
lesti nei banchi, levavan l'assicella di sotto, dove noi mettiamo i piedi, e
subito chinavan la testa sul lavoro. Alcuni andavan dai maestri a chieder
spiegazioni coi quaderni aperti. Vidi quel maestro giovane e ben vestito -
«l'avvocatino» - che aveva tre o quattro operai intorno al tavolino, e faceva
delle correzioni con la penna; e anche quello zoppo, il quale rideva con un
tintore che gli aveva portato un quaderno tutto conciato di tintura rossa e
turchina. C'era pure il mio maestro, guarito, che domani tornerà alla scuola.
Le porte delle classi erano aperte. Rimasi meravigliato, quando cominciarono le
lezioni, a vedere come tutti stavano attenti, con gli occhi fissi. Eppure la
più parte, diceva il Direttore, per non arrivar troppo tardi, non eran nemmeno
passati a casa a mangiare un boccone di cena,
e avevano fame. I piccoli, però, dopo mezz'ora di scuola cascavan dal sonno,
qualcuno anche s'addormentava col capo sul banco; e il maestro lo svegliava,
stuzzicandogli un orecchio con la penna. Ma i grandi no, stavano svegli, con la
bocca aperta, a sentir la lezione, senza batter palpebra; e mi faceva specie
veder nei nostri banchi tutti quei barboni. Salimmo anche al piano di sopra, e
io corsi alla porta della mia classe, e vidi al mio posto un uomo con due
grandi baffi e una mano fasciata, che forse s'era fatto male attorno a una
macchina; eppure s'ingegnava di scrivere, adagio adagio. Ma quel che mi piacque
di più fu di vedere al posto del muratorino, proprio nello stesso banco e nello
stesso cantuccio, suo padre, quel muratore grande come un gigante, che se ne
stava là stretto aggomitolato, col mento sui pugni e gli occhi sul libro,
attento che non rifiatava. E non fu mica un caso, è lui proprio che la prima
sera che venne alla scuola disse al Direttore: - Signor Direttore, mi faccia il
piacere di mettermi al posto del mio muso di lepre; - perché sempre chiama il
suo figliuolo a quel modo... Mio padre mi trattenne là fino alla fine, e
vedemmo nella strada molte donne coi bambini in collo che aspettavano i mariti,
e all'uscita facevano il cambio: gli operai pigliavano in braccio i bambini, le
donne si facevan dare i libri e i quaderni, e andavano a casa così. La strada
fu per qualche momento piena di gente e di rumore. Poi tutto tacque e non
vedemmo più che la figura lunga e stanca del Direttore che s'allontanava.
La
lotta
5,
domenica
Era
da aspettarsela: Franti, cacciato dal Direttore volle vendicarsi, e aspettò
Stardi a una cantonata, dopo l'uscita della scuola, quand'egli passa con sua
sorella, che va a prendere ogni giorno a un istituto di via Dora Grossa. Mia
sorella Silvia, uscendo dalla sua sezione, vide tutto e tornò a casa piena di
spavento. Ecco quello che accadde. Franti, col suo berretto di tela cerata
schiacciato sur un orecchio, corse in punta di piedi dietro di Stardi, e per
provocarlo, diede una strappata alla treccia di sua sorella, una strappata così
forte che quasi la gittò in terra riversa. La ragazzina mise un grido, suo
fratello si voltò. Franti, che è molto più alto e più forte di Stardi pensava:
- O non rifiaterà, o gli darò le croste. - Ma Stardi non stette a pensare, e
così piccolo e tozzo com'è, si lanciò d'un salto su quel grandiglione, e
cominciò a mescergli fior di pugni. Non ce ne poteva però, e ne toccava più di
quel che ne desse. Nella strada non c'eran che ragazze, nessuno poteva
separarli. Franti lo buttò in terra; ma quegli su subito, e addosso daccapo, e
Franti picchia come sur un uscio: in un momento gli strappò mezz'orecchia, gli
ammaccò un occhio, gli fece uscir sangue dal naso. Ma Stardi duro; ruggiva: -
M'ammazzerai, ma te la fò pagare. - E Franti giù, calci e ceffoni, e Stardi
sotto, a capate e a pedate. Una donna gridò dalla finestra: - Bravo il piccolo!
- Altre dicevano: - È un ragazzo che difende sua sorella. - Coraggio! Dagliele
sode. - E gridavano a Franti: - Prepotente, vigliaccone. - Ma Franti pure s'era
inferocito, fece gambetta, Stardi cadde, ed egli addosso: - Arrenditi! - No! -
Arrenditi! - No! - e d'un guizzo Stardi si rimise in piedi, avvinghiò Franti
alla vita e con uno sforzo furioso lo stramazzò sul selciato e gli cascò con un
ginocchio sul petto. - Ah! l'infame che ha il coltello! - gridò un uomo
accorrendo per disarmare Franti. Ma già Stardi, fuori di sé, gli aveva
afferrato il braccio con due mani e dato al pugno un tal morso, che il coltello
gli era cascato, e la mano gli sanguinava.
Altri intanto erano accorsi, li divisero, li rialzarono; Franti se la dette a
gambe, malconcio; e Stardi rimase là, graffiato in viso, con l'occhio pesto, -
ma vincitore, - accanto alla sorella che piangeva, mentre alcune ragazze
raccoglievano i libri e i quaderni sparpagliati per la strada. - Bravo il
piccolo, - dicevano intorno, - che ha difeso sua sorella! - Ma Stardi, che si
dava più pensiero del suo zaino che della sua vittoria, si mise subito a
esaminare uno per uno i libri e i quaderni, se non c'era nulla di mancante o di
guasto, li ripulì con la manica, guardò il pennino, rimise a posto ogni cosa, e
poi, tranquillo e serio come sempre, disse a sua sorella: - Andiamo presto, che
ci ho un problema di quattro operazioni.
I
parenti dei ragazzi
Lunedì,
6
Questa
mattina c'era il grosso Stardi padre a aspettare il figliuolo, per paura che
incontrasse Franti un'altra volta, ma Franti dicono che non verrà più perché lo
metteranno all'Ergastolo. C'eran molti parenti questa mattina. C'era fra gli
altri il rivenditore di legna, il padre di Coretti, tutto il ritratto del suo
figliuolo, svelto, allegro, coi suoi baffetti aguzzi e un nastrino di due
colori all'occhiello della giacchetta. Io li conosco già quasi tutti i parenti
dei ragazzi, a vederli sempre lì. C'è una nonna curva, con la cuffia bianca,
che piova o nevichi o tempesti, viene quattro volte al giorno a accompagnare e
a prendere un suo nipotino di prima superiore, e gli leva il cappotto, glie lo
infila, gli accomoda la cravatta, lo spolvera, lo riliscia, gli guarda i
quaderni: si capisce che non ha altro pensiero, che non vede nulla di più bello
al mondo. Anche viene spesso il capitano d'artiglieria, padre di Robetti,
quello delle stampelle, che salvò un bimbo dall'omnibus; e siccome tutti i
compagni del suo figliuolo, passandogli davanti, gli fanno una carezza, egli a
tutti rende la carezza o il saluto, non c'è caso che ne scordi uno, su tutti si
china, e quanto più son poveri e vestiti male, e più pare contento, e li
ringrazia. Alle volte, pure, si vedono delle cose tristi: un signore che non
veniva più da un mese perché gli era morto un figliuolo, e mandava a prender
l'altro dalla fantesca, tornando ieri per la prima volta, e rivedendo la
classe, i compagni del suo piccino morto, andò in un canto e ruppe in
singhiozzi con tutt'e due le mani sul viso, e il Direttore lo pigliò per un
braccio e lo condusse nel suo ufficio. Ci son dei padri e delle madri che
conoscono per nome tutti i compagni dei loro figliuoli. Ci son delle ragazze
della scuola vicina, degli scolari del ginnasio che vengono a aspettare i
fratelli. C'è un signore vecchio, che era colonnello, e che quando un ragazzo
lascia cascare un quaderno o una penna in mezzo alla strada, glie la raccoglie.
Si vedono anche delle signore ben vestite che discorrono
delle cose della scuola con le altre, che hanno il fazzoletto in capo e la
cesta al braccio, e dicono: - Ah! è stato terribile questa volta il problema! -
C'era una lezione di grammatica che non finiva più questa mattina! - E quando
c'è un malato in una classe, tutte lo sanno; quando un malato sta meglio, tutte
si rallegrano. E appunto questa mattina c'erano otto o dieci, signore e operai,
che stavano attorno alla madre di Crossi, l'erbivendola, a domandarle notizie
d'un povero bimbo della classe di mio fratello, che sta di casa nel suo
cortile, ed è in pericolo di vita. Pare che li faccia tutti eguali e tutti
amici la scuola.
Il
numero 78
8,
mercoledì
Vidi
una scena commovente ieri sera. Eran vari giorni che l'erbivendola, ogni volta
che passava accanto a Derossi, lo guardava, lo guardava con una espressione di
grande affetto; perché Derossi, dopo che ha fatto quella scoperta del calamaio
e del prigioniero numero 78, ha preso a benvolere il suo figliuolo Crossi,
quello dei capelli rossi e del braccio morto, e l'aiuta a fare il lavoro in
iscuola, gli suggerisce le risposte, gli dà carta pennini, lapis: insomma, gli
fa come a un fratello, quasi per compensarlo di quella disgrazia di suo padre,
che gli è toccata, e ch'egli non sa. Eran vari giorni che l'erbivendola
guardava Derossi, e pareva gli volesse lasciar gli occhi addosso, perché è una
buona donna, che vive tutta per il suo ragazzo; e Derossi che glie l'aiuta e
gli fa far bella figura, Derossi che è un signore e il primo della scuola, le
pare un re, un santo a lei. Lo guardava sempre e pareva che volesse dirgli
qualcosa, e si vergognasse. Ma ieri mattina, finalmente, si fece coraggio e lo
fermò davanti a un portone e gli disse: - Scusi tanto lei, signorino, che è
così buono, che vuol tanto bene al mio figlio, mi faccia la grazia d'accettare
questo piccolo ricordo d'una povera mamma; - e tirò fuori dalla cesta degli
erbaggi una scatoletta di cartoncino bianco e dorato. Derossi arrossì tutto, e
rifiutò, dicendo risolutamente: - La dia al suo figliuolo; io non accetto
nulla. - La donna rimase mortificata e domandò scusa, balbettando: - Non
pensavo mica d'offenderlo... non sono che caramelle. - Ma Derossi ridisse di
no, scrollando il capo. - E allora, timidamente, essa levò dalla cesta un
mazzetto di ravanelli, e disse: - Accetti almeno questi che son freschi, da
portarli alla sua mamma. - Derossi sorrise, e rispose: - No, grazie, non voglio
nulla; farò sempre quello che posso per Crossi, ma non posso accettar nulla;
grazie lo stesso. - Ma non è mica offeso? - domandò la donna, ansiosamente.
Derossi le disse no, no, sorridendo, e se ne andò, mentre essa esclamava tutta
contenta: - Oh che buon ragazzo! Non ho mai
visto un bravo e bel ragazzo così! - E pareva finita. Ma eccoti la sera alle
quattro, che invece della mamma di Crossi, s'avvicina il padre, con quel viso
smorto e malinconico. Fermò Derossi, e dal modo come lo guardò capii subito
ch'egli sospettava che Derossi conoscesse il suo segreto; lo guardò fisso e gli
disse con voce triste e affettuosa: - Lei vuol bene al mio figliuolo... Perché
gli vuole così bene? - Derossi si fece color di fuoco nel viso. Egli avrebbe
voluto rispondere: - Gli voglio bene perché è stato disgraziato; perché anche
voi, suo padre, siete stato più disgraziato che colpevole, e avete espiato
nobilmente il vostro delitto, e siete un uomo di cuore. - Ma gli mancò l'animo
di dirlo perché, in fondo, egli provava ancora timore, e quasi ribrezzo davanti
a quell'uomo che aveva sparso il sangue d'un altro, ed era stato sei anni in
prigione. Ma quegli indovinò tutto, e abbassando la voce, disse nell'orecchio a
Derossi, quasi tremando: - Vuoi bene al figliuolo; ma non vuoi mica male... non
disprezzi mica il padre, non è vero? - Ah no! no! Tutto al contrario! - esclamò
Derossi Con uno slancio dell'anima. E allora l'uomo fece un atto impetuoso come
per mettergli un braccio intorno al collo; ma non osò, e invece gli prese con
due dita uno dei riccioli biondi, lo allungò e lo lasciò andare; poi si mise la
mano sulla bocca e si baciò la palma guardando Derossi con gli occhi umidi,
come per dirgli che quel bacio era per lui. Poi prese il figliuolo per mano e
se n'andò a passi lesti.
Un
piccolo morto
13,
lunedì
Il
bimbo che sta nel cortile dell'erbivendola, quello della prima superiore,
compagno di mio fratello, è morto. La maestra Delcati venne sabato sera, tutta
afflitta, a dar la notizia al maestro; e subito Garrone e Coretti si offersero
di aiutare a portar la cassa. Era un bravo ragazzino, aveva guadagnato la
medaglia la settimana scorsa; voleva bene a mio fratello, e gli aveva regalato
un salvadanaio rotto, mia madre lo carezzava sempre, quando lo incontrava.
Portava un berretto con due strisce di panno rosso. Suo padre è facchino alla
strada ferrata. Ieri sera, domenica, alle quattro e mezzo siano andati a casa
sua, per far l'accompagnamento alla chiesa. Stanno al pian terreno. Nel cortile
c'eran già molti ragazzi della prima superiore, con le loro madri, e con le
candele; cinque o sei maestre, alcuni vicini. La maestra della penna rossa e la
Delcati erano entrate dietro, e le vedevamo da una finestra aperta, che
piangevano: si sentiva la mamma del bimbo che singhiozzava forte. Due signore,
madri di due compagni di scuola del morto, avevano portato due ghirlande di
fiori. Alle cinque in punto ci mettemmo in cammino. Andava innanzi un ragazzo
che portava la croce, poi un prete, poi la cassa, una cassa piccola piccola,
povero bimbo! coperta d'un panno nero, e c'erano strette intorno le ghirlande
di fiori delle due signore. Al panno nero, da una parte, ci avevano attaccato
la medaglia, e tre menzioni onorevoli, che il ragazzino s'era guadagnate lungo
l'anno. Portavan la cassa Garrone, Coretti e due ragazzi del cortile. Dietro la
cassa veniva prima la Delcati, che piangeva come se il morticino fosse suo;
dietro di lei le altre maestre; e dietro alle maestre, i ragazzi, alcuni fra i
quali molto piccoli, che avevan dei mazzetti di viole in una mano, e guardavano
il feretro, stupiti, dando l'altra mano alle madri, che portavan le candele per
loro. Sentii uno che diceva: - E adesso non verrà più alla scuola? - Quando la
cassa uscì dal cortile, si sentì un grido disperato dalla finestra: era la
mamma del bimbo, ma subito la
fecero rientrar nelle stanze. Arrivati nella strada, incontrammo i ragazzi d'un
collegio, che passavano in doppia fila, e visto il feretro con la medaglia e le
maestre, si levaron tutti il berretto. Povero piccino, egli se n'andò a dormire
per sempre con la sua medaglia. Non lo vedremo mai più il suo berrettino rosso.
Stava bene; in quattro giorni morì. L'ultimo si sforzò ancora di levarsi per
fare il suo lavorino di nomenclatura, e volle tener la sua medaglia sul letto,
per paura che glie la pigliassero. Nessuno te la piglierà più, povero ragazzo!
Addio, addio. Ci ricorderemo sempre di te alla Sezione Baretti. Dormi in pace,
bambino.
La
vigilia del 14 marzo
Oggi
è stata una giornata più allegra di ieri. Tredici marzo! Vigilia della
distribuzione dei premi al teatro Vittorio Emanuele, la festa grande e bella di
tutti gli anni. Ma questa volta non sono più presi a caso i ragazzi che debbono
andar sul palcoscenico a presentar gli attestati dei premi ai signori che li
distribuiscono. Il Direttore venne questa mattina al finis, e disse: - Ragazzi,
una bella notizia. - Poi chiamò: - Coraci! - il calabrese. Il calabrese s'alzò.
- Vuoi essere di quelli che portano gli attestati dei premi alle Autorità,
domani al teatro? - Il calabrese rispose di sì. - Sta bene, - disse il
Direttore; - così ci sarà anche un rappresentante della Calabria. E sarà una
bella cosa. Il municipio, quest'anno, ha voluto che i dieci o dodici ragazzi
che porgono i premi siano ragazzi di tutte le parti d'Italia, presi nelle varie
sezioni delle scuole pubbliche. Abbiamo venti sezioni con cinque succursali:
settemila alunni: in un numero così grande non si stentò a trovare un ragazzo
per ciascuna regione italiana. Si trovarono nella sezione Torquato Tasso due
rappresentanti delle isole: un sardo e un siciliano, la scuola Boncompagni
diede un piccolo fiorentino, figliuolo d'uno scultore in legno; c'era un
romano, nativo di Roma, nella sezione Tommaseo, veneti, lombardi, romagnoli se
ne trovarono parecchi; un napoletano ce lo dà la sezione Monviso, figliuolo
d'un ufficiale; noi diamo un genovese e un calabrese, te, Coraci. Col
piemontese, saranno dodici. È bello, non vi pare? Saranno i vostri fratelli di
tutte le parti d'Italia che vi daranno i premi. Badate: compariranno sul
palcoscenico tutti e dodici insieme. Accoglieteli con un grande applauso. Sono
ragazzi; ma rappresentano il paese come se fossero uomini: una piccola bandiera
tricolore è simbolo dell'Italia altrettanto che una grande bandiera, non è
vero? Applauditeli calorosamente, dunque. Fate vedere che anche i vostri
piccoli cuori s'accendono, che anche le vostre anime di dieci anni s'esaltano
dinanzi alla santa immagine della patria. - Ci
ò
detto, se n'andò, e il maestro disse sorridendo: - Dunque, Coraci, tu sei il
deputato della Calabria. - E allora tutti batterono le mani, ridendo, e quando
fummo nella strada, circondarono Coraci, lo presero per le gambe, lo levaron
su, e cominciarono a portarlo in trionfo, gridando: - Viva il deputato della
Calabria! - così, per chiasso, s'intende, ma non mica per ischerno, tutt'altro,
anzi per fargli festa, di cuore, ché è un ragazzo che piace a tutti; ed egli
sorrideva. E lo portaron così fino alla cantonata dove s'imbatterono in un
signore con la barba nera, che si mise a ridere. Il calabrese disse: - È mio
padre. - E allora i ragazzi gli misero il figliuolo tra le braccia e scapparono
da tutte le parti.
La
distribuzione dei premi
14,
marzo
Verso
le due il teatro grandissimo era affollato; platea, galleria, palchetti,
palcoscenico, tutto pieno gremito, migliaia di visi, ragazzi, signore, maestri,
operai, donne del popolo, bambini era un agitarsi di teste e di mani, un
tremolio di penne, di nastri e di riccioli, un mormorio fitto e festoso, che
metteva allegrezza. Il teatro era tutto addobbato a festoni di panno rosso,
bianco e verde. Nella platea avevan fatto due scalette: una a destra, per la
quale i premiati dovevan salire sul palcoscenico; l'altra a sinistra, per cui
dovevan discendere, dopo aver ricevuto il premio. Sul davanti del palco c'era
una fila di seggioloni rossi, e dalla spalliera di quel di mezzo pendevano due
coroncine d'alloro; in fondo al palco, un trofeo di bandiere; da una parte un
tavolino verde, con su tutti gli attestati di premio legati coi nastrini
tricolori. La banda musicale stava in platea, sotto il palco; i maestri e le
maestre riempivano tutta una metà della prima galleria, che era stata riservata
a loro; i banchi e le corsie della platea erano stipati di centinaia di
ragazzi, che dovevan cantare, e avevan la musica scritta tra le mani. In fondo
e tutto intorno si vedevano andare e venire maestri e maestre che mettevano in
fila i premiati, e c'era pieno di parenti che davan loro l'ultima ravviata ai
capelli e l'ultimo tocco alle cravattine.
Appena
entrato coi miei nel palchetto, vidi in un palchetto di fronte la maestrina
della penna rossa, che rideva, con le sue belle pozzette nelle guancie, e con
lei la maestra di mio fratello, e la «monachina» tutta vestita di nero, e la
mia buona maestra di prima superiore; ma così pallida, poveretta e tossiva così
forte, che si sentiva da una parte all'altra del teatro. In platea trovai
subito quel caro faccione di Garrone e il piccolo capo biondo di Nelli, che
stava stretto contro la sua spalla. Un po' più in là vidi Garoffi, col suo naso
a becco di civetta, che si dava un gran moto per raccogliere gli elenchi
stampati dei premiandi, e n'aveva già un grosso fascio, per farne qualche suo
traffico... che sapremo domani. Vicino alla porta c'era il venditor di legna
con sua moglie, vestiti a festa, insieme al loro ragazzo, che ha un terzo
premio di seconda: rimasi stupito a non vedergli più il berretto di pel di
gatto e la maglia color cioccolata: questa volta era vestito come un signorino.
In una galleria vidi per un momento Votini, con un gran colletto di trina; poi
disparve. C'era in un palchetto del proscenio, pieno di gente, il capitano
d'artiglieria, il padre di Robetti, quello delle stampelle, che salvò un
bambino dall'omnibus.
Allo
scoccar delle due la banda sonò, e salirono nello stesso tempo per la scaletta
di destra il sindaco, il prefetto, l'assessore, il provveditore, e molti altri
signori, tutti vestiti di nero, che s'andarono a sedere sui seggioloni rossi,
sul davanti del palcoscenico. La banda cessò di suonare. S'avanzò il Direttore
delle scuole di canto con una bacchetta in mano. A un suo cenno, tutti i
ragazzi della platea s'alzarono in piedi; a un altro cenno, cominciarono a
cantare. Erano settecento che cantavano una canzone bellissima, settecento voci
di ragazzi che cantano insieme, com'è bello! Tutti ascoltavano, immobili: era
un canto dolce, limpido, lento, che pareva un canto di chiesa. Quando tacquero,
tutti applaudirono: poi tutti zitti. La distribuzione dei premi stava per
cominciare. Già s'era fatto innanzi sul palco il mio piccolo maestro di
seconda, col suo capo rosso e i suoi occhi vispi, che doveva leggere i nomi dei
premiati. S'aspettava che entrassero i dodici ragazzi per porgere gli
attestati. I giornali l'avevan già detto che sarebbero stati ragazzi di tutte
le provincie d'Italia. Tutti lo sapevano e li aspettavano, guardando
curiosamente dalla parte donde dovevano entrare, anche il sindaco, e gli altri
signori, e il teatro intero taceva...
Tutt'a
un tratto arrivarono di corsa fin sul proscenio, e rimasero schierati lì, tutti
e dodici, sorridenti. Tutto il teatro, tremila persone, saltaron su, d'un
colpo, prorompendo in un applauso che parve uno scoppio di tuono. I ragazzi
restarono un momento come sconcertati. - Ecco l'Italia! - disse una voce sul
palco. Riconobbi subito Coraci, il calabrese, vestito di nero, come sempre. Un
signore del municipio, ch'era con noi, e li conosceva tutti, li indicava a mia
madre: - Quel piccolo biondo è il rappresentante di Venezia. Il romano è quello
alto e ricciuto. - Ce n'eran due o tre vestiti da signori; gli altri eran figliuoli
d'operai, ma tutti messi bene e puliti. Il fiorentino, ch'era il più piccolo,
aveva una sciarpa azzurra intorno alla vita. Passarono tutti davanti al
sindaco, che li baciò in fronte uno per uno, mentre un signore accanto a lui
gli diceva piano e sorridendo i nomi delle città: - Firenze, Napoli, Bologna,
Palermo... - e a ognuno che passava, tutto il teatro batteva le mani. Poi
corsero tutti al tavolino verde a pigliar gli attestati, il maestro cominciò a
leggere l'elenco, dicendo le sezioni, le classi e i nomi, e i premiandi
principiarono a salire e a sfilare.
Erano
appena saliti i primi, quando si sentì di dietro alle scene una musica leggiera
leggiera di violini, che non cessò più per tutta la durata dello sfilamento,
un'aria gentile e sempre eguale, che pareva un mormorìo di molte voci sommesse,
le voci di tutte le madri e di tutti i maestri e le maestre, che tutti insieme
dessero dei consigli e pregassero e facessero dei rimproveri amorevoli. E
intanto i premiati passavano l'un dopo l'altro davanti a quei signori seduti,
che porgevano gli attestati, e a ciascuno dicevano una parola o facevano una
carezza. Dalla platea e dalle gallerie i ragazzi applaudivano ogni volta che
passava uno molto piccolo, o uno che dai vestiti paresse povero, e anche quelli
che avevano delle gran capigliature ricciolute o eran vestiti di rosso o di
bianco. Ne passavano di quelli di prima superiore che arrivati là, si
confondevano e non sapevano più dove voltarsi, e tutto il teatro rideva. Ne
passò uno alto tre palmi, con un gran nodo di nastro rosa sulla schiena, che a
mala pena camminava, e incespicò nel tappeto, cadde, il Prefetto lo rimise in
piedi, e tutti risero e batteron le mani. Un altro ruzzolò giù per la scaletta,
ridiscendendo in platea; si sentiron delle grida; ma non s'era fatto male. Ne
passaron d'ogni sorta, dei visi di birichini, dei visi di spaventati, di quelli
rossi in viso come ciliegie, dei piccini buffi, che ridevano in faccia a tutti
quanti, e appena ridiscesi in platea erano acchiappati dai babbi e dalle mamme
che se li portavano via. Quando venne la volta della nostra sezione, allora sì
che mi divertii! Passarono molti che conoscevo. Passò Coretti, vestito di nuovo
da capo a piedi, col suo bel sorriso allegro, che mostrava tutti i denti
bianchi: eppure chi sa quanti miriagrammi di legna aveva già portati la
mattina! Il sindaco, nel dargli l'attestato, gli domandò che cos'era un segno
rosso che aveva sulla fronte, e intanto gli teneva una mano sopra una spalla:
io cercai in platea suo padre e sua madre, e vidi che ridevano, coprendosi la
bocca con una mano. Poi pas
sò
Derossi, tutto vestito di turchino, coi bottoni luccicanti, con tutti quei
riccioli d'oro, svelto, disinvolto, con la fronte alta, così bello, così
simpatico, che gli avrei mandato un bacio, e tutti quei signori gli vollero
parlare e stringer le mani. Poi il maestro gridò: - Giulio Robetti! - e si vide
venire innanzi il figliuolo del capitano d'artiglieria, con le stampelle.
Centinaia di ragazzi sapevano il fatto, la voce si sparse in un attimo scoppiò
una salva d'applausi e di grida che fece tremare il teatro, gli uomini
s'alzarono in piedi, le signore si misero a sventolare i fazzoletti, e il
povero ragazzo si fermò in mezzo al palcoscenico, sbalordito e tremante... Il
Sindaco lo tirò a sé, gli diede il premio e un bacio, e staccata dalla
spalliera del seggiolone la coroncina d'alloro che v'era appesa, glie la infilò
nella traversina d'una stampella... Poi lo accompagnò fino al palchetto del
proscenio, dov'era il capitano suo padre, e questi lo sollevò di peso e lo mise
dentro, in mezzo a un gridìo di bravo e d'evviva. E intanto continuava quella
musica leggiera e gentile di violini, e i ragazzi seguitavano a passare: quelli
della Sezione della Consolata, quasi tutti figli di mercatini; quelli della
Sezione di Vanchiglia, figliuoli d'operai; quelli della Sezione Boncompagni, di
cui molti son figliuoli di contadini; quelli della scuola Raineri, che fu
l'ultima. Appena finito, i settecento ragazzi della platea cantarono un'altra
canzone bellissima, poi parlò il Sindaco, e dopo di lui l'assessore, che
terminò il suo discorso dicendo ai ragazzi: - ...Ma non uscite di qui senza
mandare un saluto a quelli che faticano tanto per voi, che hanno consacrato a
voi tutte le forze della loro intelligenza e del loro cuore, che vivono e
muoiono per voi. Eccoli là! - E segnò la galleria dei maestri. E allora dalle
gallerie, dai palchi, dalla platea tutti i ragazzi s'alzarono e tesero le
braccia gridando verso le maestre e i maestri, i quali risposero agitando le
mani, i cappelli, i fazzoletti, tutti ritti in p
iedi
e commossi. Dopo di che la banda sonò ancora una volta e il pubblico mandò un
ultimo saluto fragoroso ai dodici ragazzi di tutte le provincie d'Italia, che
si presentarono al proscenio schierati, con le mani intrecciate, sotto una
pioggia di mazzetti di fiori.
Litigio
20,
lunedì
Eppure,
no, non fu per invidia ch'egli abbia avuto il premio ed io no, che mi
bisticciai con Coretti questa mattina. Non fu per invidia. Ma ebbi torto. Il
maestro l'aveva messo accanto a me, io scrivevo sul mio quaderno di
calligrafia: egli mi urtò col gomito e mi fece fare uno sgorbio e macchiare
anche il racconto mensile, Sangue romagnolo, che dovevo copiare per il
«muratorino» che è malato. Io m'arrabbiai e gli dissi una parolaccia. Egli mi
rispose sorridendo: - Non l'ho fatto apposta. - Avrei dovuto credergli perché
lo conosco; ma mi spiacque che sorridesse, e pensai: - Oh! adesso che ha avuto
il premio, sarà montato in superbia! - e poco dopo, per vendicarmi, gli diedi un
urtone che gli fece sciupare la pagina. Allora, tutto rosso dalla rabbia: - Tu
sì che l'hai fatto apposta! - mi disse, e alzò la mano, - il maestro vide, - la
ritirò. Ma soggiunse: - T'aspetto fuori! - Io rimasi male, la rabbia mi sbollì,
mi pentii. No, Coretti non poteva averlo fatto apposta. È buono, pensai. Mi
ricordai di quando l'avevo visto in casa sua, come lavorava, come assisteva sua
madre malata, e poi che festa gli avevo fatto in casa mia, e come era piaciuto
a mio padre. Quanto avrei dato per non avergli detto quella parola, per non
avergli fatto quella villania! E pensavo al consiglio che m'avrebbe dato mio
padre.
- Hai torto? - Sì. - E allora domandagli
scusa. - Ma questo io non osavo di farlo, avevo vergogna d'umiliarmi. Lo
guardavo di sott'occhio, vedevo la sua maglia scucita alla spalla, forse perché
aveva portato troppe legna, e sentivo che gli volevo bene, e mi dicevo: -
Coraggio! - ma la parola - scusami - mi restava nella gola. Egli mi guardava di
traverso, di tanto in tanto, e mi pareva più addolorato che arrabbiato. Ma
allora anch'io lo guardavo bieco, per mostrargli che non avevo paura. Egli mi
ripeté: - Ci rivedremo fuori! - Ed io: - Ci rivedremo fuori! - Ma pensavo a
quello che mio padre m'aveva detto una volta: - Se hai torto difenditi; ma non
battere! - Ed io dicevo tra me: - mi difenderò, ma non batterò. - Ma ero
scontento, triste, non sentivo più il maestro. Infine, arrivò il momento
d'uscire. Quando fui solo nella strada, vidi ch'egli mi seguitava. Mi fermai, e
lo aspettai con la riga in mano. Egli s'avvicinò, io alzai la riga. - No,
Enrico, - disse egli, col suo buon sorriso, facendo in là la riga con la mano,
- torniamo amici come prima. - Io rimasi stupito un momento, e poi sentii come
una mano che mi desse uno spintone nelle spalle, e mi trovai tra le sue
braccia. Egli mi baciò e disse: - Mai più baruffe tra di noi, non è vero? - Mai
più! mai più! - risposi. E ci separammo, contenti. Ma quando arrivai a casa e
raccontai tutto a mio padre, credendo di fargli piacere, egli si rabbruscò e
disse: - Dovevi esser tu il primo a tendergli la mano, poiché avevi torto. -
Poi soggiunse: - Non dovevi alzar la riga sopra un compagno migliore di te,
sopra il figliuolo d'un soldato! - E strappatami la riga di mano, la fece in
due pezzi e la sbatté nel muro.
Mia
sorella
24,
venerdì
Perché,
Enrico, dopo che nostro padre t'aveva già rimproverato d'esserti portato male
con Coretti, hai fatto ancora quello sgarbo a me? Tu non immagini la pena che
n'ho provata. Non sai che quand'eri bambino ti stavo per ore e ore accanto alla
culla, invece di divertirmi con le mie compagne, e che quand'eri malato
scendevo da letto ogni notte per sentire se ti bruciava la fronte? Non lo sai,
tu che offendi tua sorella, che se una sventura tremenda ci colpisse, ti farei
da madre io, e ti vorrei bene come a un figliuolo? Non sai che quando nostro
padre e nostra madre non ai saranno più, sarò io la tua migliore amica, la sola
con cui potrai parlare dei nostri morti e della tua infanzia, e che se ci fosse
bisogno lavorerei per te, Enrico, per guadagnarti il pane e farti studiare, e
che ti amerò sempre quando sarai grande, che ti seguirò col mio pensiero quando
andrai lontano, sempre, perché siamo cresciuti insieme e abbiamo lo stesso
sangue? O Enrico, stanne pur sicuro, quando sarai un uomo, se t'accadrà una
disgrazia, se sarai solo, sta pur sicuro che mi cercherai, che verrai da me a
dirmi: - Silvia, sorella, lasciami stare con te, parliamo di quando eravamo
felici, ti ricordi? parliamo di nostra madre, della nostra casa, di quei bei
giorni tanto lontani. - O Enrico, tu troverai sempre tua sorella con le braccia
aperte. Sì, caro Enrico, e perdonami anche il rimprovero che ti faccio ora. Io
non mi ricorderò di alcun torto tuo, e se anche tu mi dessi altri dispiaceri,
che m'importa? Tu sarai sempre mio fratello lo stesso, io non mi ricorderò mai
d'altro che d'averti tenuto in braccio bambino, d'aver amato padre e madre con
te, d'averti visto crescere, d'essere stata per tanti anni la tua più fida
compagna. Ma tu scrivimi una buona parola sopra questo stesso quaderno e io
ripasserò a leggerla prima di sera. Intanto, per mostrarti che non sono in
collera con te, vedendo che eri stanco, ho copiato per te il racconto mensile
Sangue romagnolo, che tu dovevi copiare per il muratorino malato: cercalo nel
cassetto di sinis
tra
del tuo tavolino. L'ho scritto tutto questa notte mentre dormivi. Scrivimi una
buona parola, Enrico, te ne prego.
TUA SORELLA SILVIA
Non
sono degno di baciarti le mani.
ENRICO
Sangue
romagnolo
Racconto
mensile
Quella
sera la casa di Ferruccio era più quieta del solito. Il padre, che teneva una
piccola bottega di merciaiolo, era andato a Forlì a far delle compere, e sua
moglie l'aveva accompagnato con Luigina, una bimba, per portarla da un medico, che
doveva operarle un occhio malato; e non dovevano ritornare che la mattina dopo.
Mancava poco alla mezzanotte. La donna che veniva a far dei servizi di giorno
se n'era andata sull'imbrunire. In casa non rimaneva che la nonna, paralitica
delle gambe, e Ferruccio, un ragazzo di tredici anni. Era una casetta col solo
piano terreno, posta sullo stradone, a un tiro di fucile da un villaggio, poco
lontano da Forlì, città di Romagna; e non aveva accanto che una casa
disabitata, rovinata due mesi innanzi da un incendio, sulla quale si vedeva
ancora l'insegna d'un'osteria. Dietro la casetta c'era un piccolo orto
circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della
bottega, che serviva anche da porta di casa, s'apriva sullo stradone. Tutt'intorno
si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi.
Mancava
poco alla mezzanotte, pioveva, tirava vento. Ferruccio e la nonna, ancora
levati, stavano nella stanza da mangiare, tra la quale e l'orto c'era uno
stanzino ingombro di mobili vecchi. Ferruccio non era rientrato in casa che
alle undici, dopo una scappata di molte ore, e la nonna l'aveva aspettato a
occhi aperti, piena d'ansietà, inchiodata sopra un largo seggiolone a
bracciuoli, sul quale soleva passar tutta la giornata, e spesso anche l'intera
notte, poiché un'oppressione di respiro non la lasciava star coricata.
Pioveva
e il vento sbatteva la pioggia contro le vetrate: la notte era oscurissima.
Ferruccio era rientrato stanco, infangato, con la giacchetta lacera, e col
livido d'una sassata sulla fronte; aveva fatto la sassaiola coi compagni, eran
venuti alle mani, secondo il solito; e per giunta aveva giocato e perduto tutti
i suoi soldi, e lasciato il berretto in un fosso.
Benché
la cucina non fosse rischiarata che da una piccola lucerna a olio, posta
sull'angolo d'un tavolo, accanto al seggiolone, pure la povera nonna aveva
visto subito in che stato miserando si trovava il nipote, e in parte aveva
indovinato, in parte gli aveva fatto confessare le sue scapestrerie.
Essa
amava con tutta l'anima quel ragazzo. Quando seppe ogni cosa, si mise a
piangere.
-
Ah! no, - disse poi, dopo un lungo silenzio; - tu non hai cuore per la tua
povera nonna. Non hai cuore a profittare in codesto modo dell'assenza di tuo
padre e di tua madre per darmi dei dolori. Tutto il giorno m'hai lasciata sola!
Non hai avuto un po' di compassione. Bada, Ferruccio! Tu ti metti per una
cattiva strada che ti condurrà a una triste fine. Ne ho visti degli altri
cominciar come te e andar a finir male. Si comincia a scappar di casa, a
attaccar lite cogli altri ragazzi, a perdere i soldi; poi, a poco a poco, dalle
sassate si passa alle coltellate, dal gioco agli altri vizi, e dai vizi... al
furto.
Ferruccio
stava a ascoltare, ritto a tre passi di distanza, appoggiato a una dispensa,
col mento sul petto, con le sopracciglia aggrottate, ancora tutto caldo
dell'ira della rissa. Aveva una ciocca di bei capelli castagni a traverso alla
fronte e gli occhi azzurri immobili.
-
Dal gioco al furto, - ripeté la nonna, continuando a piangere. - Pensaci,
Ferruccio. Pensa a quel malanno qui del paese, a quel Vito Mozzoni, che ora è
in città a fare il vagabondo; che a ventiquattr'anni è stato due volte in
prigione, e ha fatto morir di crepacuore quella povera donna di sua madre, che
io conoscevo, e suo padre è fuggito in Svizzera per disperazione. Pensa a quel
tristo soggetto, che tuo padre si vergogna di rendergli il saluto, sempre in
giro con dei scellerati peggio di lui, fino al giorno che cascherà in galera.
Ebbene, io l'ho conosciuto ragazzo, ha cominciato come te. Pensa che ridurrai
tuo padre e tua madre a far la stessa fine dei suoi.
Ferruccio
taceva. Egli non era mica tristo di cuore, tutt'altro; la sua scapestrataggine
derivava piuttosto da sovrabbondanza di vita e d'audacia che da mal animo; e
suo padre l'aveva avvezzato male appunto per questo, che ritenendolo capace, in
fondo, dei sentimenti più belli, ed anche, messo a una prova, d'un'azione forte
e generosa gli lasciava la briglia sul collo e aspettava che mettesse giudizio
da sé. Buono era, piuttosto che tristo; ma caparbio, e difficile molto, anche
quando aveva il cuore stretto dal pentimento, a lasciarsi sfuggire dalla bocca
quelle buone parole che ci fanno perdonare: - Sì, ho torto, non lo farò più, te
lo prometto, perdonami. - Aveva l'anima piena di tenerezza alle volte; ma
l'orgoglio non la lasciava uscire.
-
Ah Ferruccio! - continuò la nonna, vedendolo così muto.
-
Non una parola di pentimento mi dici! Tu vedi in che stato mi trovo ridotta,
che mi potrebbero sotterrare. Non dovresti aver cuore di farmi soffrire, di far
piangere la mamma della tua mamma, così vecchia, vicina al suo ultimo giorno;
la tua povera nonna, che t'ha sempre voluto tanto bene; che ti cullava per
notti e notti intere quand'eri bimbo di pochi mesi, e che non mangiava per
baloccarti, tu non lo sai! Io dicevo sempre:
-
Questo sarà la mia consolazione! - E ora tu mi fai morire! Io darei volentieri
questo po' di vita che mi resta, per vederti tornar buono, obbediente come a
quei giorni... quando ti conducevo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? che mi
empivi le tasche di sassolini e d'erbe, e io ti riportavo a casa in braccio,
addormentato? Allora volevi bene alla tua povera nonna. E ora che sono
paralitica e che avrei bisogno della tua affezione come dell'aria per
respirare, perché non ho più altro al mondo, povera donna mezza morta che sono,
Dio mio!...
Ferruccio
stava per lanciarsi verso la nonna, vinto dalla commozione, quando gli parve di
sentire un rumor leggiero, uno scricchiolìo nello stanzino accanto, quello che
dava sull'orto. Ma non capì se fossero le imposte scosse dal vento, o altro.
Tese
l'orecchio.
La
pioggia scrosciava.
Il
rumore si ripeté. La nonna lo sentì pure.
-
Cos'è? - domandò la nonna dopo un momento, turbata.
-
La pioggia, - mormorò il ragazzo.
-
Dunque, Ferruccio, - disse la vecchia, asciugandosi gli occhi, - me lo prometti
che sarai buono, che non farai mai più piangere la tua povera nonna...
Un
nuovo rumor leggiero la interruppe.
-
Ma non mi pare la pioggia! - esclamò, impallidendo - ... va' a vedere!
Ma
soggiunse subito: - No, resta qui! - e afferrò Ferruccio per la mano.
Rimasero
tutti e due col respiro sospeso. Non sentivan che il rumore dell'acqua.
Poi
tutti e due ebbero un brivido.
All'uno
e all'altra era parso di sentire uno stropiccìo di piedi nello stanzino.
-
Chi c'è? - domandò il ragazzo, raccogliendo il fiato a fatica.
Nessuno
rispose.
-
Chi c'è? - ridomandò Ferruccio, agghiacciato dalla paura.
Ma
aveva appena pronunciato quelle parole, che tutt'e due gettarono un grido di
terrore. Due uomini erano balzati nella stanza; l'uno afferrò il ragazzo e gli
cacciò una mano sulla bocca; l'altro strinse la vecchia alla gola; il primo
disse: - Zitto, se non vuoi morire! - il secondo: - Taci! - e levò un coltello.
L'uno e l'altro avevano una pezzuola scura sul viso, con due buchi davanti agli
occhi.
Per
un momento non si sentì altro che il respiro affannoso di tutti e quattro e lo
scrosciar della pioggia; la vecchia metteva dei rantoli fitti, e aveva gli
occhi fuor del capo.
Quello
che teneva il ragazzo, gli disse nell'orecchio: - Dove tiene i danari tuo
padre?
Il
ragazzo rispose con un fil di voce, battendo i denti: - Di là... nell'armadio.
-
Vieni con me, - disse l'uomo.
E
lo trascinò nello stanzino, tenendolo stretto alla gola. Là c'era una lanterna
cieca, sul pavimento.
-
Dov'è l'armadio? - domandò.
Il
ragazzo, soffocato, accennò l'armadio.
Allora,
per esser sicuro del ragazzo, l'uomo lo gittò in ginocchio, davanti
all'armadio, e serrandogli forte il collo fra le proprie gambe, in modo da
poterlo strozzare se urlava, e tenendo il coltello fra i denti e la lanterna da
una mano, cavò di tasca con l'altra un ferro accuminato, lo ficcò nella
serratura, frugò, ruppe, spalancò i battenti, rimescolò in furia ogni cosa,
s'empì le tasche, richiuse, tornò ad aprire, rifrugò: poi riafferrò il ragazzo
alla strozza, e lo risospinse di là, dove l'altro teneva ancora agguantata la
vecchia, convulsa, col capo arrovesciato e la bocca aperta.
Costui
domandò a bassa voce: - Trovato?
Il
compagno rispose: - Trovato.
E
soggiunse: - Guarda all'uscio.
Quello
che teneva la vecchia corse alla porta dell'orto a vedere se c'era nessuno, e
disse dallo stanzino, con una voce che parve un fischio: - Vieni.
Quello
che era rimasto, e che teneva ancora Ferruccio mostrò il coltello al ragazzo e
alla vecchia che riapriva gli occhi, e disse: - Non una voce, o torno indietro
e vi sgozzo!
E
li fisso un momento tutti e due.
In
quel punto si sentì lontano, per lo stradone, un canto di molte voci.
Il
ladro voltò rapidamente il capo verso l'uscio, e in quel moto violento gli
cadde la pezzuola dal viso.
La
vecchia gettò un urlo: - Mozzoni!
-
Maledetta! - ruggì il ladro, riconosciuto. - Devi morire!
E
si avventò a coltello alzato contro la vecchia, che svenne sull'atto.
L'assassino
menò il colpo.
Ma
con un movimento rapidissimo, gettando un grido disperato, Ferruccio s'era
lanciato sulla nonna, e l'aveva coperta col proprio corpo.
L'assassino
fuggì urtando il tavolo e rovesciando il lume, che si spense.
Il
ragazzo scivolò lentamente di sopra alla nonna, e cadde in ginocchio, e rimase
in quell'atteggiamento, con le braccia intorno alla vita di lei e il capo sul
suo seno.
Qualche
momento passò; era buio fitto; il canto dei contadini s'andava allontanando per
la campagna. La vecchia rinvenne.
-
Ferruccio! - chiamò con voce appena intelligibile, battendo i denti.
-
Nonna, - rispose il ragazzo.
La
vecchia fece uno sforzo per parlare; ma il terrore le paralizzava la lingua.
Stette
un pezzo in silenzio, tremando violentemente. Poi riuscì a domandare:
-
Non ci son più?
-
No.
-
Non m'hanno uccisa, - mormorò la vecchia con voce soffocata.
-
No... siete salva, - disse Ferruccio, con voce fioca. - Siete salva, cara
nonna. Hanno portato via dei denari. Ma il babbo... aveva preso quasi tutto con
sé.
La
nonna mise un respiro.
-
Nonna, - disse Ferruccio, sempre in ginocchio, stringendola alla vita, - cara
nonna... mi volete bene, non è vero?
-
Oh Ferruccio! povero figliuol mio! - rispose quella, mettendogli le mani sul
capo, - che spavento devi aver avuto! Oh Signore Iddio misericordioso! Accendi
un po' di lume... No, restiamo al buio, ho ancora paura.
-
Nonna, - riprese il ragazzo, - io v'ho sempre dato dei dispiaceri...
-
No, Ferruccio, non dir queste cose; io non ci penso più, ho scordato tutto, ti
voglio tanto bene!
-
V'ho sempre dato dei dispiaceri, - continuò Ferruccio, a stento, con la voce
tremola; - ma... vi ho sempre voluto bene. Mi perdonate?... Perdonatemi, nonna
-
Sì, figliuolo, ti perdono, ti perdono con tutto il cuore. Pensa un po' se non
ti perdono. Levati d'in ginocchio, bambino mio. Non ti sgriderò mai più. Sei
buono, sei tanto buono! Accendiamo il lume. Facciamoci un po' di coraggio.
Alzati, Ferruccio.
-
Grazie, nonna, - disse il ragazzo, con la voce sempre più debole. - Ora... sono
contento. Vi ricorderete di me, nonna... non è vero? vi ricorderete sempre di
me... del vostro Ferruccio.
-
Ferruccio mio! - esclamò la nonna, stupita e inquieta, mettendogli le mani
sulle spalle e chinando il capo, come per guardarlo nel viso.
-
Ricordatevi di me, - mormorò ancora il ragazzo con una voce che pareva un
soffio. - Date un bacio a mia madre... a mio padre... a Luigina... Addio,
nonna...
-
In nome del cielo, cos'hai! - gridò la vecchia palpando affannosamente il capo
del ragazzo che le si era abbandonato sulle ginocchia; e poi con quanta voce
avea in gola disperatamente: - Ferruccio! Ferruccio! Ferruccio! Bambino mio!
Amor mio! Angeli del paradiso, aiutatemi!
Ma
Ferruccio non rispose più. Il piccolo eroe, il salvatore della madre di sua madre,
colpito d'una coltellata nel dorso, aveva reso la bella e ardita anima a Dio.
Il
muratorino moribondo
18,
martedì
Il
povero muratorino è malato grave; il maestro ci disse d'andarlo a vedere, e
combinammo d'andarci insieme Garrone, Derossi ed io. Stardi pure sarebbe
venuto, ma siccome il maestro ci diede per lavoro la descrizione del Monumento
a Cavour, egli ci disse che doveva andar a vedere il monumento, per far la
descrizione più esatta. Così per prova invitammo anche quel gonfionaccio di
Nobis, che ci rispose: - No, - senz'altro. Votini pure si scusò, forse per
paura di macchiarsi il vestito di calcina. Ci andammo all'uscita delle quattro.
Pioveva a catinelle. Per la strada Garrone si fermò e disse con la bocca piena
di pane: - Cosa si compera? - e faceva sonare due soldi nella tasca. Mettemmo
due soldi ciascuno e comperammo tre arancie grosse. Salimmo alla soffitta.
Davanti all'uscio Derossi si levò la medaglia e se la mise in tasca: gli
domandai perché: - Non so, rispose, - per non aver l'aria... mi par più
delicato entrare senza medaglia. - Picchiammo, ci aperse il padre, quell'omone
che pare un gigante: aveva la faccia stravolta che pareva spaventato. - Chi
siete? - domandò. - Garrone rispose: - Siamo compagni di scuola d'Antonio, che
gli portiamo tre arancie. - Ah! povero Tonino, - esclamò il muratore scotendo
il capo, - ho paura che non le mangerà più le vostre arancie! - e si asciugò
gli occhi col rovescio della mano. Ci fece andar avanti: entrammo in una camera
a tetto, dove vedemmo il «muratorino» che dormiva in un piccolo letto di ferro:
sua madre stava abbandonata sul letto col viso nelle mani, e si voltò appena a
guardarci: da una parte pendevan dei pennelli, un piccone e un crivello da
calcina; sui piedi del malato era distesa la giacchetta del muratore, bianca di
gesso. Il povero ragazzo era smagrito, bianco bianco, col naso affilato, e
respirava corto. O caro Tonino, tanto buono e allegro, piccolo compagno mio,
come mi fece pena, quanto avrei dato per rivedergli fare il muso di lepre, povero
muratorino! Garrone gli mise un'arancia sul cuscino, accanto al viso: l'odore
lo svegliò, la pigliò subito, ma
poi la lasciò andare, e guardò fisso Garrone.
- Son io, - disse questi, - Garrone: mi conosci? - Egli fece un sorriso che si
vide appena, e levò a stento dal letto la sua mano corta e la porse a Garrone,
che la prese fra le sue e vi appoggiò sopra la guancia dicendo: - Coraggio,
coraggio, muratorino; tu guarirai presto e tornerai alla scuola e il maestro ti
metterà vicino a me, sei contento? - Ma il muratorino non rispose. La madre
scoppiò in singhiozzi: - Oh il mio povero Tonino! il mio povero Tonino! Così
bravo e buono, e Dio che ce lo vuol prendere! - Chétati! - le gridò il
muratore, disperato, - chetati per amor di Dio, o perdo la testa! - Poi disse a
noi affannosamente: - Andate, andate, ragazzi; grazie; andate; che volete far
qui? Grazie; andatevene a casa. - Il ragazzo aveva richiuso gli occhi e pareva
morto. - Ha bisogno di qualche servizio? - domandò Garrone. - No, buon
figliuolo, grazie, rispose il muratore; - andatevene a casa. - E così dicendo
ci spinse sul pianerottolo e richiuse l'uscio. Ma non eravamo a metà delle
scale, che lo sentimmo gridare: - Garrone! Garrone! - Risalimmo in fretta tutti
e tre. - Garrone! - gridò il muratore col viso mutato, - t'ha chiamato per
nome, due giorni che non parlava, t'ha chiamato due volte, vuole te, vieni
subito. Ah santo Iddio, se fosse un buon segno! - A rivederci, - disse Garrone
a noi, - io rimango, - e si lanciò in casa col padre. Derossi aveva gli occhi
pieni di lacrime. Io gli dissi: - Piangi per il muratorino? Egli ha parlato,
guarirà. - Lo credo, - rispose Derossi; - ma non pensavo a lui... Pensavo com'è
buono, che anima bella è Garrone!
Il
conte Cavour
29,
mercoledì
È
la descrizione del monumento al conte Cavour che tu devi fare. Puoi farla. Ma
chi sia stato il conte Cavour non lo puoi capire per ora. Per ora sappi questo
soltanto. egli fu per molti anni il primo ministro del Piemonte, è lui che
mandò l'esercito piemontese in Crimea a rialzare con la vittoria della Cernaia
la nostra gloria militare caduta con la sconfitta di Novara; è lui che fece
calare dalle Alpi centocinquantamila Francesi a cacciar gli Austriaci dalla
Lombardia, è lui che governò l'Italia nel periodo più solenne della nostra
rivoluzione, che diede in quegli anni il più potente impulso alla santa impresa
dell'unificazione della patria, lui con l'ingegno luminoso, con la costanza
invincibile, con l'operosità più che umana. Molti generali passarono ore
terribili sul campo di battaglia; ma egli ne passò di più terribili nel suo
gabinetto quando l'enorme opera sua poteva rovinare di momento in momento come
un fragile edifizio a un crollo di terremoto, ore, notti di lotta e d'angoscia
passò, da uscirne con la ragione stravolta o con la morte nel cuore. E fu
questo gigantesco e tempestoso lavoro che gli accorciò di vent'anni la vita.
Eppure, divorato dalla febbre che lo doveva gettar nella fossa, egli lottava
ancora disperatamente con la malattia, per far qualche cosa per il suo paese. -
È strano, diceva con dolore dal suo letto di morte, - non so più leggere, non
posso più leggere. - Mentre gli cavavan sangue e la febbre aumentava, pensava
alla sua patria, diceva imperiosamente: - Guaritemi, la mia mente s'oscura, ho
bisogno di tutte le mie facoltà per trattare dei gravi affari. - Quando era già
ridotto agli estremi, e tutta la città s'agitava, e il Re stava al suo
capezzale, egli diceva con affanno. - Ho molte cose da dirvi, Sire, molte cose
da farvi vedere; ma son malato, non posso, non posso; - e si desolava. E sempre
il suo pensiero febbrile rivolava allo Stato, alle nuove provincie italiane che
s'erano unite a noi; alle tante cose che rimanevan da farsi. Quando lo prese il
d
elirio.
- Educate l'infanzia, - esclamava fra gli aneliti, - educate l'infanzia e la
gioventù... governate con la libertà. - Il delirio cresceva, la morte gli era
sopra, ed egli invocava con parole ardenti il generale Garibaldi, col quale
aveva avuto dei dissensi, e Venezia e Roma che non erano ancor libere, aveva
delle vaste visioni dell'avvenire d'Italia e d'Europa, sognava un'invasione
straniera, domandava dove fossero i corpi dell'esercito e i generali, trepidava
ancora per noi, per il suo popolo. Il suo grande dolore, capisci, non era di
sentirsi mancare la vita, era di vedersi sfuggire la patria, che aveva ancora
bisogno di lui, e per la quale aveva logorato in pochi anni le forze smisurate
del suo miracoloso organismo. Morì col grido della battaglia nella gola, e la
sua morte fu grande come la sua vita. Ora pensa un poco, Enrico, che cosa è il
nostro lavoro, che pure ci pesa tanto, che cosa sono i nostri dolori, la nostra
morte stessa, a confronto delle fatiche, degli affanni formidabili, delle
agonie tremende di quegli uomini; a cui pesa un mondo sul cuore! Pensa a
questo, figliuolo, quando passi davanti a quell'immagine di marmo, e dille: -
Gloria! - in cuor tuo.
TUO PADRE
APRILE
Primavera
1,
sabato
Primo
d'aprile! Tre soli mesi ancora. Questa è stata una delle più belle mattinate
dell'anno. Io ero contento, nella scuola, perché Coretti m'aveva detto d'andar
dopo domani a veder arrivare il Re, insieme con suo padre che lo conosce; e
perché mia madre m'avea promesso di condurmi lo stesso giorno a visitar l'Asilo
infantile di Corso Valdocco. Anche ero contento perché il «muratorino» sta
meglio, e perché ieri sera, passando, il maestro disse a mio padre: - Va bene,
va bene. - E poi era una bella mattinata di primavera. Dalle finestre della
scuola si vedeva il cielo azzurro, gli alberi del giardino tutti coperti di
germogli, e le finestre delle case spalancate, colle cassette e i vasi già
verdeggianti. Il maestro non rideva, perché non ride mai, ma era di buon umore,
tanto che non gli appariva quasi più quella ruga diritta in mezzo alla fronte;
e spiegava un problema sulla lavagna, celiando. E si vedeva che provava piacere
a respirar l'aria del giardino che veniva per le finestre aperte, piena d'un
buon odor fresco di terra e di foglie, che faceva pensare alle passeggiate in
campagna. Mentre egli spiegava, si sentiva in una strada vicina un fabbro
ferraio che batteva sull'incudine, e nella casa di faccia una donna che cantava
per addormentare il bambino: lontano, nella caserma della Cernaia, suonavano le
trombe. Tutti parevano contenti, persino Stardi. A un certo momento il fabbro
si mise a picchiar più forte, la donna a cantar più alto. Il maestro
s'interruppe e prestò l'orecchio. Poi disse lentamente guardando per la
finestra: - Il cielo che sorride, una madre che canta, un galantuomo che lavora,
dei ragazzi che studiano... ecco delle cose belle. - Quando uscimmo dalla
classe, vedemmo che anche tutti gli altri erano allegri; tutti camminavano in
fila pestando i piedi forte e canticchiando, come alla vigilia d'una vacanza di
quattro giorni; le maestre scherzavano; quella della penna rossa saltellava
dietro i suoi bimbi come una scolaretta; i parenti dei ragazzi discorrevano fra
loro ridendo, e la madre d
i
Crossi, l'erbaiola, ci aveva nelle ceste tanti mazzi di violette, che empivano
di profumo tutto il camerone. Io non sentii mai tanta contentezza come questa
mattina a veder mia madre che mi aspettava nella strada. E glielo dissi
andandole incontro: - Sono contento: cos'è mai che mi fa così contento questa
mattina? - E mia madre mi rispose sorridendo che era la bella stagione e la
buona coscienza.
Re
Umberto
3,
lunedì
Alle
dieci in punto mio padre vide dalla finestra Coretti, il rivenditore di legna,
e il figliuolo, che m'aspettavano sulla piazza, e mi disse: - Eccoli, Enrico;
va' a vedere il tuo re.
Io
andai giù lesto come un razzo. Padre e figliuolo erano anche più vispi del
solito e non mi parve mai che si somigliassero tanto l'uno all'altro come
questa mattina: il padre aveva alla giacchetta la medaglia al valore in mezzo
alle due commemorative, e i baffetti arricciati e aguzzi come due spilli.
Ci
mettemmo subito in cammino verso la stazione della strada ferrata, dove il re
doveva arrivare alle dieci e mezzo. Coretti padre fumava la pipa e si fregava
le mani. - Sapete, - diceva - che non l'ho più visto dalla guerra del
sessantasei? La bagatella di quindici anni e sei mesi. Prima tre anni in
Francia, poi a Mondovì; e qui che l'avrei potuto vedere, non s'è mai dato il
maledetto caso che mi trovassi in città quando egli veniva. Quando si dice le
combinazioni.
Egli
chiamava il re: - Umberto - come un camerata. - Umberto comandava la 16a
divisione, Umberto aveva ventidue anni e tanti giorni, Umberto montava a
cavallo così e così.
-
Quindici anni! - diceva forte, allungando il passo. - Ho proprio desiderio di
rivederlo. L'ho lasciato principe, lo rivedo re. E anch'io ho cambiato: son
passato da soldato a rivenditor di legna. - E rideva.
Il
figliuolo gli domandò: - Se vi vedesse, vi riconoscerebbe?
Egli
si mise a ridere.
-
Tu sei matto, - rispose. - Ci vorrebbe altro. Lui, Umberto, era uno solo; noi
eravamo come le mosche. E poi sì che ci stette a guardare uno per uno.
Sboccammo
sul corso Vittorio Emanuele; c'era molta gente che s'avviava alla stazione.
Passava una compagnia d'Alpini, con le trombe. Passarono due carabinieri a
cavallo, di galoppo. Era un sereno che smagliava.
-
Sì! - esclamò Coretti padre, animandosi; - mi fa proprio piacere di rivederlo,
il mio generale di divisione. Ah! come sono invecchiato presto! Mi pare l'altro
giorno che avevo lo zaino sulle spalle e il fucile tra le mani in mezzo a quel
tramestio, la mattina del 24 giugno, quando s'era per venire ai ferri. Umberto
andava e veniva coi suoi ufficiali, mentre tonava il cannone, lontano; e tutti
lo guardavano e dicevano: - Purché non ci sia una palla anche per lui! - Ero a
mille miglia dal pensare che di lì a poco me gli sarei trovato tanto vicino,
davanti alle lance degli ulani austriaci; ma proprio a quattro passi l'un
dall'altro, figliuoli. Era una bella giornata, il cielo come uno specchio, ma
un caldo! Vediamo se si può entrare.
Eravamo
arrivati alla stazione; c'era una gran folla, carrozze, guardie, carabinieri,
società con bandiere. La banda d'un reggimento suonava. Coretti padre tentò di
entrare sotto il porticato; ma gli fu impedito. Allora pensò di cacciarsi in
prima fila nella folla che facea ala all'uscita, e aprendosi il passo coi
gomiti, riuscì a spingere innanzi anche noi. Ma la folla, ondeggiando, ci
sbalzava un po' di qua e un po' di là. Il venditor di legna adocchiava il primo
pilastro del porticato, dove le guardie non lasciavano stare nessuno. - Venite
con me, - disse a un tratto, e tirandoci per le mani, attraversò in due salti
lo spazio vuoto e s'andò a piantar là, con le spalle al muro.
Accorse
subito un brigadiere di Polizia e gli disse:
-
Qui non si può stare.
-
Son del quarto battaglione del '49, - rispose Coretti, toccandosi la medaglia.
Il
brigadiere lo guardò e disse: - Restate.
-
Ma se lo dico io! - esclamò Coretti trionfante; - è una parola magica quel
quarto del quarantanove! Non ho diritto di vederlo un po' a mio comodo il mio
generale, io che son stato nel quadrato! Se l'ho visto da vicino allora, mi par
giusto di vederlo da vicino adesso. E dico generale! È stato mio comandante di
battaglione, per una buona mezz'ora, perché in quei momenti lo comandava lui il
battaglione, mentre c'era in mezzo, e non il maggiore Ubrich, sagrestia!
Intanto
si vedeva nel salone dell'arrivo e fuori un gran rimescolio di signori e
d'ufficiali, e davanti alla porta si schieravano le carrozze, coi servitori
vestiti di rosso.
Coretti
domandò a suo padre se il principe Umberto aveva la sciabola in mano quand'era
nel quadrato.
-
Avrà ben avuto la sciabola in mano, - rispose, - per parare una lanciata, che
poteva toccare a lui come a un altro. Ah! i demoni scatenati! Ci vennero
addosso come l'ira di Dio, ci vennero. Giravano tra i gruppi, i quadrati, i
cannoni, che parevan mulinati da un uragano, sfondando ogni cosa. Era una
confusione di cavalleggeri d'Alessandria, di lancieri di Foggia, di fanteria,
di ulani, di bersaglieri, un inferno che non se ne capiva più niente. Io intesi
gridare: - Altezza! Altezza! - vidi venir le lancie calate, scaricammo i
fucili, un nuvolo di polvere nascose tutto... Poi la polvere si diradò... La
terra era coperta di cavalli e di ulani feriti e morti. Io mi voltai indietro,
e vidi in mezzo a noi Umberto, a cavallo, che guardava intorno, tranquillo, con
l'aria di domandare: - C'è nessuno graffiato dei miei ragazzi? - E noi gli
gridammo: - Evviva! - sulla faccia, come matti. Sacro Dio che momento!... Ecco
il treno che arriva.
La
banda suonò, gli ufficiali accorsero, la folla s'alzò in punta di piedi.
-
Eh, non esce mica subito, - disse una guardia; - ora gli fanno un discorso.
Coretti
padre non stava più nella pelle. - Ah! quando ci penso, - disse, - io lo vedo
sempre là. Sta bene tra i colerosi e i terremoti e che so altro: anche là è
stato bravo; ma io l'ho sempre in mente come l'ho visto allora, in mezzo a noi,
con quella faccia tranquilla. E son sicuro che se ne ricorda anche lui del
quarto del '49, anche adesso che è re, e che gli farebbe piacere di averci una
volta a tavola tutti insieme, quelli che s'è visto intorno in quei momenti.
Adesso ci ha generali e signoroni e galloni; allora non ci aveva che dei poveri
soldati. Se ci potessi un po' barattare quattro parole, a quattr'occhi! Il
nostro generale di ventidue anni, il nostro principe, che era affidato alle
nostre baionette... Quindici anni che non lo vedo... Il nostro Umberto, va'.
Ah! questa musica mi rimescola il sangue, parola d'onore.
Uno
scoppio di grida l'interruppe, migliaia di cappelli s'alzarono in aria, quattro
signori vestiti di nero salirono nella prima carrozza
-
È lui! - gridò Coretti, e rimase come incantato.
Poi
disse piano: - Madonna mia, come s'è fatto grigio! - Tutti e tre ci scoprimmo
il capo: la carrozza veniva innanzi lentamente, in mezzo alla folla che gridava
e agitava i cappelli. Io guardai Coretti padre. Mi parve un altro: pareva
diventato più alto, serio, un po' pallido, ritto appiccicato contro il
pilastro.
La
carrozza arrivò davanti a noi, a un passo dal pilastro.
-
Evviva! - gridarono molte voci. - Evviva! - gridò Coretti, dopo gli altri.
Il
re lo guardò in viso e arrestò un momento lo sguardo sulle tre medaglie.
Allora
Coretti perdé la testa e urlò: - Quarto battaglione del quarantanove!
Il
re, che s'era già voltato da un'altra parte, si rivoltò verso di noi, e
fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuor della carrozza.
Coretti
fece un salto avanti e gliela strinse. La carrozza passò, la folla irruppe e ci
divise, perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un momento. Subito lo
ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il figliuolo,
tenendo la mano in alto. Il figliuolo si slanciò verso di lui, ed egli gridò: -
Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! - e gli passò la mano intorno al
viso, dicendo: - Questa è una carezza del re.
E
rimase lì come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana,
sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo
guardavano. - È uno del quadrato del '49, - dicevano. - È un soldato che
conosce il re. - È il re che l'ha riconosciuto. - È lui che gli ha teso la
mano. - Ha dato una supplica al re, - disse uno più forte.
-
No, - rispose Coretti, voltandosi bruscamente; - non gli ho dato nessuna
supplica, io. Un'altra cosa gli darei, se me la domandasse...
Tutti
lo guardarono.
Ed
egli disse semplicemente: - Il mio sangue.
L'asilo
infantile
4,
martedì
Mia
madre, come m'aveva promesso, mi condusse ieri dopo colazione all'asilo
infantile di Corso Valdocco, per raccomandare alla direttrice una sorella
piccola di Precossi. Io non avevo mai visto un asilo. Quanto mi divertirono!
Duecento c'erano tra bimbi e bimbe, così piccoli, che i nostri della prima inferiore
sono uomini appetto a quelli. Arrivammo appunto che entravano in fila nel
refettorio, dove erano due tavole lunghissime con tante buche rotonde, e in
ogni buca una scodella nera, piena di riso e fagioli, e un cucchiaio di stagno
accanto. Entrando alcuni piantavano un melo, e restavan lì sul pavimento, fin
che accorrevan le maestre a tirarli su. Molti si fermavano davanti a una
scodella, credendo che fosse quello il loro posto, e ingollavano subito una
cucchiaiata, quando arrivava una maestra e diceva: - Avanti! - e quelli avanti
tre o quattro passi e giù un'altra cucchiaiata, e avanti ancora, fin che
arrivavano al proprio posto, dopo aver beccato a scrocco una mezza minestrina.
Finalmente, a furia di spingere, di gridare: - Sbrigatevi! Sbrigatevi! - li misero
in ordine tutti, e cominciarono la preghiera. Ma tutti quelli delle file di
dentro, i quali per pregare dovevan voltar la schiena alla scodella, torcevano
il capo indietro per tenerla d'occhio, che nessuno ci pescasse, e poi pregavano
così, con le mani giunte e con gli occhi al cielo, ma col cuore alla pappa. Poi
si misero a mangiare. Ah che ameno spettacolo! Uno mangiava con due cucchiai,
l'altro s'ingozzava con le mani, molti levavano i fagioli un per uno e se li
ficcavano in tasca; altri invece li rinvoltavano stretti nel grembiulino e ci
picchiavan su, per far la pasta. Ce n'erano anche che non mangiavano per veder
volar le mosche, e alcuni tossivano e spandevano una pioggia di riso tutto
intorno. Un pollaio, pareva. Ma era grazioso. Facevano una bella figura le due
file delle bambine, tutte coi capelli legati sul cocuzzolo con tanti nastrini
rossi, verdi, azzurri. Una maestra domandò a una fila di otto bambine: - Dove
nasce il riso? Tutte otto spa
lancaron
la bocca piena di minestra, e risposero tutte insieme cantando: - Na-sce
nel-l'ac-qua, - Poi la maestra comandò: - Le mani in alto! - E allora fu bello
vedere scattar su tutti quei braccini, che mesi fa erano ancor nelle fascie, e
agitarsi tutte quelle mani piccole, che parevan tante farfalle bianche e
rosate.
Poi
andarono alla ricreazione; ma prima presero tutti i loro panierini con dentro
la colazione, che erano appesi ai muri. Uscirono nel giardino e si
sparpagliarono, tirando fuori le loro provvigioni: pane, prune cotte, un
pezzettino di formaggio, un ovo sodo, delle mele piccole, una pugnata di ceci
lessi, un'ala di pollo. In un momento tutto il giardino fu coperto di
bricioline come se ci avessero sparso del becchime per uno stormo d'uccelli.
Mangiavano in tutte le più strane maniere, come i conigli, i topi, i gatti,
rosicchiando, leccando, succhiando. C'era un bimbo che si teneva appuntato un
grissino sul petto e lo andava ungendo con una nespola, come se lustrasse una
sciabola. Delle bambine spiaccicavano nel pugno delle formaggiole molli, che
colavano fra le dita, come latte, e filavan giù dentro alle maniche; ed esse
non se n'accorgevano mica. Correvano e s'inseguivano con le mele e i panini
attaccati ai denti, come i cani. Ne vidi tre che scavavano con un fuscello
dentro a un ovo sodo credendo di scoprirvi dei tesori, e lo spandean mezzo per
terra, e poi lo raccoglievano briciolo per briciolo, con grande pazienza, come
se fossero perle. E a quelli che avevan qualcosa di straordinario, c'erano
intorno otto o dieci col capo chino a guardar nel paniere, come avrebber
guardato la luna nel pozzo. Ci saranno stati venti intorno a un batuffoletto
alto così, che aveva in mano un cartoccino di zucchero, tutti a fargli
cerimonie per aver il permesso d'intingere il pane, e lui a certi lo dava, ed
ad altri, pregato bene, non imprestava che il dito da succhiare.
Intanto
mia madre era venuta nel giardino e accarezzava ora l'uno ora l'altro. Molti le
andavano intorno, anzi addosso, a chiederle un bacio col viso in su, come se
guardassero a un terzo piano, aprendo e chiudendo la bocca, come per domandare
la cioccia. Uno le offerse uno spicchio d'arancia morsicchiato, un altro una
crostina di pane, una bimba le diede una foglia; un'altra bimba le mostrò con
grande serietà la punta dell'indice dove, a guardar bene, si vedeva un
gonfiettino microscopico, che s'era fatto il giorno prima toccando la fiammella
della candela. Le mettevan sotto gli occhi, come grandi meraviglie,
degl'insetti piccolissimi, che non so come facessero a vederli e a
raccoglierli, dei mezzi tappi di sughero, dei bottoncini di camicia, dei
fiorellini strappati dai vasi. Un bambino con la testa fasciata, che voleva
esser sentito a ogni costo, le tartagliò non so che storia d'un capitombolo,
che non se ne capì una parola; - un altro volle che mia madre si chinasse, e le
disse nell'orecchio: - Mio padre fa le spazzole. - E in quel frattempo
accadevano qua e là mille disgrazie, che facevano accorrere le maestre: bambine
che piangevano perché non potevano disfare un nodo del fazzoletto, altre che si
disputavano a unghiate e a strilli due semi di mela, un bimbo che era caduto
bocconi sopra un panchettino rovesciato, e singhiozzava su quella rovina, senza
potersi rialzare.
Prima
d'andar via, mia madre ne prese in braccio tre o quattro, e allora accorsero da
tutte le parti per farsi pigliare, coi visi tinti di torlo d'ovo e di sugo
d'arancia, e chi a afferrarle le mani, chi a prenderle un dito per veder
l'anello, l'uno a tirarle la catenella dell'orologio, l'altro a volerla
acchiappare per le trecce. - Badi, - dicevano le maestre, - che le sciupan
tutto il vestito. - Ma a mia madre non importava nulla del vestito, e continuò
a baciarli, e quelli sempre più a serrarlesi addosso, i primi con le braccia
tese come se volessero arrampicarsi, i lontani cercando di farsi innanzi tra la
calca, e tutti gridando: - Addio! Addio! Addio! - infine le riuscì di scappar
dal giardino. E allora corsero tutti a mettere il viso tra i ferri della
cancellata, per vederla passare, e a cacciar le braccia fuori per salutarla, offrendo
ancora tozzi di pane, bocconcini di nespola e croste di formaggio, e gridando
tutti insieme: - Addio! Addio! Addio! Ritorna domani! Vieni un'altra volta! -
Mia madre, scappando, fece ancora scorrere una mano su quelle cento manine
tese, come sopra una ghirlanda di rose vive, e finalmente riuscì in salvo sulla
strada, tutta coperta di briciole e di macchie, sgualcita e scarmigliata, con
una mano piena di fiori e gli occhi gonfi di lacrime, contenta, come se fosse
uscita da una festa. E si sentiva ancora il vocìo di dentro, come un gran
pispigliare d'uccelli, che dicevano: - Addio! Addio! Vieni un'altra volta,
madama!
Alla
ginnastica
5,
mercoledì
Il
tempo continuando bellissimo, ci hanno fatto passare dalla ginnastica del
camerone a quella degli attrezzi, in giardino. Garrone era ieri nell'ufficio
del Direttore quando venne la madre di Nelli, quella signora bionda e vestita
di nero, per far dispensare il figliuolo dai nuovi esercizi. Ogni parola le
costava uno sforzo, e parlava tenendo una mano sul capo del suo ragazzo. - Egli
non può... - disse al Direttore. Ma Nelli si mostrò così addolorato di essere
escluso dagli attrezzi, d'aver quella umiliazione di più... - Vedrai, mamma, -
diceva, - che farò come gli altri. - Sua madre lo guardava, in silenzio, con
un'aria di pietà e di affetto. Poi osservò con esitazione: - Temo dei suoi
compagni. - Voleva dire: - Temo che lo burlino. - Ma Nelli rispose: - Non mi fa
nulla... e poi c'è Garrone. Mi basta che ci sia lui che non rida. - E allora lo
lasciaron venire. Il maestro, quello della ferita al collo, che è stato con
Garibaldi, ci condusse subito alle sbarre verticali, che sono alte molto, e
bisognava arrampicarsi fino in cima, e mettersi ritti sull'asse trasversale.
Derossi e Coretti andaron su come due bertucce; anche il piccolo Precossi salì
svelto, benché impacciato da quel giacchettone che gli dà alle ginocchia, e per
farlo ridere, mentre saliva tutti gli ripeteano il suo intercalare: - Scusami,
scusami! - Stardi sbuffava, diventava rosso come un tacchino, stringeva i denti
che pareva un cane arrabbiato; ma anche a costo di scoppiare sarebbe arrivato
in cima, e ci arrivò infatti; e Nobis pure, e quando fu lassù prese
un'impostatura da imperatore, ma Votini sdrucciolò due volte, nonostante il suo
bel vestito nuovo a righette azzurre, fatto apposta per la ginnastica. Per
salir più facile s'eran tutti impiastrati le mani di pece greca, colofonia,
come la chiamano; e si sa che è quel trafficone di Garoffi che la provvede a
tutti, in polvere, vendendola un soldo al cartoccio e guadagnandoci un tanto.
Poi toccò a Garrone, che salì masticando pane, come se niente fosse, e credo
che sarebbe stato capace di portar
su
un di noi sulle spalle, da tanto ch'è tarchiato e forte, quel toretto. Dopo
Garrone, ecco Nelli. Appena lo videro attaccarsi alla sbarra con quelle mani
lunghe e sottili molti cominciarono a ridere e a canzonare; ma Garrone incrociò
le sue grosse braccia sul petto, e saettò intorno un'occhiata così espressiva,
fece intender così chiaro che avrebbe allungato subito quattro briscole anche
in presenza del maestro, che tutti smisero di ridere sul momento. Nelli
cominciò a arrampicarsi stentava, poverino, faceva il viso pavonazzo, respirava
forte, gli colava il sudore dalla fronte. Il maestro disse: - Vieni giù. - Ma
egli no, si sforzava, s'ostinava: io m'aspettavo da un momento all'altro di
vederlo ruzzolar giù mezzo morto. Povero Nelli! Pensavo se fossi stato come lui
e m'avesse visto mia madre, come n'avrebbe sofferto, povera mia madre, e
pensando a questo, gli volevo così bene a Nelli, avrei dato non so che perché
riuscisse a salire, per poterlo sospinger io per di sotto, senz'esser veduto.
Intanto Garrone, Derossi, Coretti dicevano: - Su, su, Nelli, forza, ancora un
tratto, coraggio! - E Nelli fece ancora uno sforzo violento, mettendo un
gemito, e si trovò a due palmi dall'asse. - Bravo! - gridarono gli altri. -
Coraggio! Ancora una spinta! - Ed ecco Nelli afferrato all'asse. Tutti batteron
le mani. - Bravo! - disse il maestro, - ma ora basta; scendi pure. - Ma Nelli
volle salir fino in cima come gli altri, e dopo un po' di stento riuscì a
mettere i gomiti sull'asse, poi le ginocchia, poi i piedi: infine si levò
ritto, e ansando e sorridendo, ci guardò. Noi tornammo a batter le mani, e
allora egli guardò nella strada. Io mi voltai da quella parte, e a traverso
alle piante che copron la cancellata del giardino, vidi sua madre che
passeggiava sul marciapiede, senz'osar di guardare. Nelli discese e tutti gli
fecero festa: era eccitato, roseo, gli splendevan gli occhi, non pareva più
quello. Poi, all'uscita, quando sua madre gli venne incontro e gli domandò un
po' inquieta, abbracciandolo: - Ebbene, povero figliuo
lo,
com'è andata? com'è andata? - tutti i compagni risposero insieme: - Ha fatto
bene! - È salito come noi. - È forte, sa. - È lesto. - Fa tale e quale come gli
altri. - Bisognò vederla, allora, la gioia di quella signora! Ci volle
ringraziare e non poté, strinse la mano a tre o quattro, fece una carezza a
Garrone, si portò via il figliuolo, e li vedemmo per un pezzo camminare in
fretta, discorrendo e gestendo fra loro, tutti e due contenti, come non li avea
mai visti nessuno.
Il
maestro di mio padre
11,
martedì
Che
bella gita feci ieri con mio padre! Ecco come. Ieri l'altro, a desinare,
leggendo il giornale, mio padre uscì tutt'a un tratto in una esclamazione di
meraviglia. Poi disse: - E io che lo credevo morto da vent'anni! Sapete che è
ancora vivo il mio primo maestro elementare, Vincenzo Crosetti, che ha
ottantaquattro anni? Vedo qui che il Ministero gli ha dato la medaglia di
benemerenza per sessant'anni d'insegnamento. Ses-san-t'an-ni,
capite? E non
son che due anni che ha smesso di far scuola. Povero Crosetti! Sta a un'ora di
strada ferrata di qui, a Condove, nel paese della nostra antica giardiniera
della villa di Chieri. - E soggiunse: - Enrico, noi andremo a vederlo. - E per
tutta la sera non parlò più che di lui. Il nome del suo maestro elementare gli
richiamava alla memoria mille cose di quand'era ragazzo, dei suoi primi
compagni, della sua mamma morta. - Crosetti! - esclamava. - Aveva quarant'anni
quando ero con lui. Mi pare ancor di vederlo. Un ometto già un po' curvo, cogli
occhi chiari, col viso sempre sbarbato. Severo, ma di buone maniere, che ci
voleva bene come un padre e non ce ne perdonava una. Era venuto su da
contadino, a furia di studio e di privazioni. Un galantuomo. Mia madre gli era
affezionata e mio padre lo trattava come un amico. Com'è andato a finire a
Condove, da Torino? Non mi riconoscerà più, certamente. Non importa, io riconoscerò
lui. Quarantaquattro anni son passati. Quarantaquattro anni, Enrico, andremo a
vederlo domani.
E
ieri mattina alle nove eravamo alla stazione della strada ferrata di Susa. Io
avrei voluto che venisse anche Garrone; ma egli non poté perché ha la mamma
malata. Era una bella giornata di primavera. Il treno correva fra i prati verdi
e le siepi in fiore, e si sentiva un'aria odorosa. Mio padre era contento, e
ogni tanto mi metteva un braccio intorno al collo, e mi parlava come a un
amico, guardando la campagna. - Povero Crosetti! - diceva. - È lui il primo
uomo che mi volle bene e che mi fece del bene dopo mio padre. Non li ho mai più
dimenticati certi suoi buoni consigli, e anche certi rimproveri secchi, che mi
facevan tornare a casa con la gola stretta. Aveva certe mani grosse e corte. Lo
vedo ancora quando entrava nella scuola, che metteva la canna in un canto e
appendeva il mantello all'attaccapanni, sempre con quello stesso gesto. E tutti
i giorni il medesimo umore, sempre coscienzioso, pieno di buon volere e
attento, come se ogni giorno facesse scuola per la prima volta. Lo ricordo come
lo sentissi adesso quando mi gridava:
-
Bottini, eh, Bottini! L'indice e il medio su quella penna! - Sarà molto
cambiato, dopo quarantaquattro anni.
Appena
arrivati a Condove, andammo a cercare la nostra antica giardiniera di Chieri,
che ha una botteguccia, in un vicolo. La trovammo coi suoi ragazzi, ci fece
molta festa, ci diede notizie di suo marito, che deve tornare dalla Grecia,
dov'è a lavorare da tre anni, e della sua prima figliuola, che è nell'Istituto
dei sordomuti a Torino. Poi c'insegnò la strada per andar dal maestro, che è
conosciuto da tutti.
Uscimmo
dal paese, e pigliammo per una viottola in salita, fiancheggiata di siepi
fiorite.
Mio
padre non parlava più, pareva tutto assorto nei suoi ricordi, e ogni tanto
sorrideva e poi scoteva la testa.
All'improvviso
si fermò, e disse: - Eccolo. Scommetto che è lui.
Veniva
giù verso di noi, per la viottola, un vecchio piccolo, con la barba bianca, con
un cappello largo, appoggiandosi a un bastone: strascicava i piedi e gli
tremavan le mani.
-
È lui, - ripeté mio padre, affrettando il passo.
Quando
gli fummo vicini, ci fermammo. Il vecchio pure si fermò, e guardò mio padre.
Aveva il viso ancora fresco, e gli occhi chiari e vivi.
-
È lei - domandò mio padre, levandosi il cappello, - il maestro Vincenzo
Crosetti?
Il
vecchio pure si levò il cappello e rispose: - Son io, - con una voce un po'
tremola, ma piena.
-
Ebbene, - disse mio padre, pigliandogli una mano, - permetta a un suo antico
scolaro di stringerle la mano e di domandarle come sta. Io son venuto da Torino
per vederla.
Il
vecchio lo guardò stupito. Poi disse: - Mi fa troppo onore... non so... Quando,
mio scolaro? mi scusi. Il suo nome, per piacere.
Mio
padre disse il suo nome, Alberto Bottini, e l'anno che era stato a scuola da
lui, e dove; e soggiunse: - Lei non si ricorderà di me, è naturale. Ma io
riconosco lei così bene!
Il
maestro chinò il capo e guardò in terra, pensando, e mormorò due o tre volte il
nome di mio padre; il quale, intanto, lo guardava con gli occhi fissi e
sorridenti.
A
un tratto il vecchio alzò il viso, con gli occhi spalancati, e disse
lentamente: - Alberto Bottini? il figliuolo dell'ingegnere Bottini? quello che
stava in piazza della Consolata?
-
Quello, - rispose mio padre, tendendo le mani.
-
Allora... - disse il vecchio, - mi permetta, caro signore, mi permetta, - e
fattosi innanzi, abbracciò mio padre: la sua testa bianca gli arrivava appena
alla spalla. Mio padre appoggiò la guancia sulla sua fronte.
-
Abbiate la bontà di venir con me, - disse il maestro.
E
senza parlare, si voltò e riprese il cammino verso casa sua. In pochi minuti
arrivammo a un'aia, davanti a una piccola casa con due usci, intorno a uno dei
quali c'era un po' di muro imbiancato.
Il
maestro aperse il secondo, e ci fece entrare in una stanza. Eran quattro pareti
bianche: in un canto un letto a cavalletti con una coperta a quadretti bianchi
e turchini, in un altro un tavolino con una piccola libreria; quattro seggiole
e una vecchia carta geografica inchiodata a una parete: si sentiva un buon
odore di mele.
Sedemmo
tutti e tre. Mio padre e il maestro si guardarono per qualche momento, in
silenzio.
-
Bottini! - esclamò poi il maestro, fissando gli occhi sul pavimento a mattoni, dove
il sole faceva uno scacchiere. - Oh! mi ricordo bene. La sua signora madre era
una così buona signora! Lei, il primo anno, è stato per un pezzo nel primo
banco a sinistra, vicino alla finestra. Guardi un po' se mi ricordo. Vedo
ancora la sua testa ricciuta. - Poi stette un po' pensando. - Era un ragazzo
vivo, eh? molto. Il secondo anno è stato malato di crup. Mi ricordo quando lo
riportarono alla scuola, dimagrato, ravvolto in uno scialle. Son passati
quarant'anni, non è vero? È stato buono tanto a ricordarsi del suo povero
maestro. E ne vennero degli altri, sa, gli anni addietro, a trovarmi qui, dei
miei antichi scolari: un colonnello, dei sacerdoti, vari signori. - Domandò a
mio padre qual'era la sua professione. Poi disse: - Mi rallegro, mi rallegro di
cuore. La ringrazio. Ora poi era un pezzo che non vedevo più nessuno. E ho ben
paura che lei sia l'ultimo, caro signore.
-
Che dice mai! - esclamò mio padre. - Lei sta bene, è ancora vegeto. Non deve
dir questo.
-
Eh no, - rispose il maestro, - vede questo tremito? - e mostrò le mani. -
Questo è un cattivo segno. Mi prese tre anni fa, quando facevo ancora scuola.
Da principio non ci badai; credevo che sarebbe passato. Ma invece restò, e andò
crescendo. Venne un giorno che non potei più scrivere. Ah! quel giorno, quella
prima volta che feci uno sgorbio sul quaderno d'un mio scolaro, fu un colpo al
cuore per me, caro signore. Tirai bene ancora avanti per un po' di tempo; ma
poi non potei più. Dopo sessant'anni d'insegnamento dovetti dare un addio alla
scuola, agli scolari, al lavoro. E fu dura, sa, fu dura. L'ultima volta che
feci lezione mi accompagnarono tutti a casa, mi fecero festa; ma io ero triste,
capivo che la mia vita era finita. Già l'anno prima avevo perso mia moglie e il
mio figliuolo unico. Non restai che con due nipoti contadini. Ora vivo di
qualche centinaio di lire di pensione. Non faccio più nulla; le giornate mi par
che non finiscano mai. La mia sola occupazione, vede, è di sfogliare i miei
vecchi libri di scuola, delle raccolte di giornali scolastici, qualche libro
che mi hanno regalato. Ecco lì, - disse accennando la piccola libreria; - lì ci
sono i miei ricordi, tutto il mio passato... Non mi resta altro al mondo.
Poi
in tono improvvisamente allegro: - Io le voglio fare una sorpresa, caro signor
Bottini.
S'alzò,
e avvicinatosi al tavolino, aperse un cassetto lungo che conteneva molti
piccoli pacchi tutti legati con un cordoncino, e su ciascuno c'era scritta una
data di quattro cifre. Dopo aver cercato un poco. ne aperse uno, sfogliò molte
carte, tirò fuori un foglio ingiallito e lo porse a mio padre. Era un suo
lavoro di scuola di quarant'anni fa! C'era scritto in testa: Alberto Bottini.
Dettato. 3 Aprile 1838. Mio padre riconobbe subito la sua grossa scrittura di
ragazzo, e si mise a leggere, sorridendo. Ma a un tratto gli si inumidirono gli
occhi. Io m'alzai, domandandogli che cos'aveva.
Egli
mi passò un braccio intorno alla vita e stringendomi al suo fianco mi disse: -
Guarda questo foglio. Vedi? Queste sono le correzioni della mia povera madre.
Essa mi rinforzava sempre gli elle e i ti. E le ultime righe son tutte sue.
Aveva imparato a imitare i miei caratteri, e quando io ero stanco e avevo
sonno, terminava il lavoro per me. Santa madre mia!
E
baciò la pagina.
-
Ecco, - disse il maestro, mostrando gli altri pacchi, - le mie memorie. Ogni
anno io ho messo da parte un lavoro di ciascuno dei miei scolari, e son tutti
qui ordinati e numerati. Alle volte li sfoglio, così, e leggo una riga qua e
una là, e mi tornano in mente mille cose, mi par di rivivere nel tempo andato.
Quanti ne son passati, caro signore! Io chiudo gli occhi, e vedo visi dietro
visi, classi dietro classi, centinaia e centinaia di ragazzi, che chi sa quanti
sono già morti. Di molti mi ricordo bene. Mi ricordo bene dei più buoni e dei
più cattivi, di quelli che m'han dato molte soddisfazioni e di quelli che m'han
fatto passare dei momenti tristi; perché ci ho avuto anche dei serpenti, si sa,
in un così gran numero! Ma oramai, lei capisce è come se fossi già nel mondo di
là, e voglio bene a tutti egualmente.
Si
rimise a sedere e prese una delle mie mani fra le sue.
-
E di me, - domandò mio padre sorridendo, - non si ricorda nessuna monelleria?
-
Di lei, signore? - rispose il vecchio, sorridendo pure. - No, per il momento.
Ma questo non vuol mica dire che non me n'abbia fatte. Lei però aveva giudizio,
era serio per l'età sua. Mi ricordo la grande affezione che le aveva la sua
signora madre... Ma è stato ben buono, ben gentile a venirmi a trovare! Come ha
potuto lasciare le sue occupazioni per venire da un povero vecchio maestro?
-
Senta, signor Crosetti, - rispose mio padre, vivamente. - Io mi ricordo la
prima volta che la mia povera madre m'accompagnò alla sua scuola. Era la prima
volta che doveva separarsi da me per due ore, e lasciarmi fuori di casa, in
altre mani che quelle di mio padre; nelle mani d'una persona sconosciuta,
insomma. Per quella buona creatura la mia entrata nella scuola era come
l'entrata nel mondo, la prima di una lunga serie di separazioni necessarie e
dolorose: era la società che le strappava per la prima volta il figliuolo, per
non renderglielo mai più tutto intero. Era commossa, ed io pure. Mi raccomandò
a lei con la voce che le tremava, e poi, andandosene, mi salutò ancora per lo
spiraglio dell'uscio, con gli occhi pieni di lacrime. E proprio in quel punto
lei fece un atto con una mano, mettendosi l'altra sul petto come per dirle:
«Signora, si fidi di me.» Ebbene, quel suo atto, quel suo sguardo, da cui mi
accorsi che lei aveva capito tutti i sentimenti, tutti i pensieri di mia madre,
quello sguardo che voleva dire: «Coraggio!» quell'atto che era un'onesta
promessa di protezione, d'affetto, d'indulgenza, io non l'ho mai scordato m'è
rimasto scolpito nel cuore per sempre; ed è quel ricordo che m'ha fatto partir da
Torino. Ed eccomi qui, dopo quarantaquattro anni, a dirle: Grazie, caro
maestro.
Il
maestro non rispose: mi accarezzava i capelli con la mano, e la sua mano
tremava, tremava, mi saltava dai capelli sulla fronte, dalla fronte sulla
spalla.
Intanto
mio padre guardava quei muri nudi, quel povero letto, un pezzo di pane e
un'ampollina d'olio ch'eran sulla finestra, e pareva che volesse dire: - Povero
maestro, dopo sessant'anni di lavoro, è questo tutto il tuo premio?
Ma
il buon vecchio era contento e ricominciò a parlare con vivacità della nostra
famiglia, di altri maestri di quegli anni, e dei compagni di scuola di mio
padre; il quale di alcuni si ricordava e di altri no, e l'uno dava all'altro
delle notizie di questo e di quello; quando mio padre ruppe la conversazione
per pregare il maestro di scendere in paese a far colazione con noi. Egli
rispose con espansione: - La ringrazio, la ringrazio; - ma pareva incerto. Mio
padre gli prese tutt'e due le mani e lo ripregò. - Ma come farò a mangiare, -
disse il maestro - con queste povere mani che ballano in questa maniera? È una
penitenza anche per gli altri! - Noi l'aiuteremo, maestro - disse mio padre. E
allora accettò, tentennando il capo e sorridendo.
-
Una bella giornata questa, - disse chiudendo l'uscio di fuori, - una bella
giornata, caro signor Bottini! Le accerto che me ne ricorderò fin che avrò
vita.
Mio
padre diede il braccio al maestro, questi prese per mano me, e discendemmo per
la viottola. Incontrammo due ragazzine scalze che conducevan le vacche, e un
ragazzo che passò correndo, con un gran carico di paglia sulle spalle. Il
maestro ci disse che eran due scolare e uno scolaro di seconda, che la mattina
menavan le bestie a pasturare e lavoravan nei campi a piedi nudi, e la sera si
mettevano le scarpe e andavano a scuola. Era quasi mezzogiorno. Non incontrammo
nessun altro. In pochi minuti arrivammo all'albergo, ci sedemmo a una gran
tavola, mettendo in mezzo il maestro, e cominciammo subito a far colazione.
L'albergo era silenzioso come un convento. Il maestro era molto allegro, e la
commozione gli accresceva il tremito; non poteva quasi mangiare. Ma mio padre
gli tagliava la carne, gli rompeva il pane, gli metteva il sale nel tondo. Per
bere bisognava che tenesse il bicchiere con due mani, e ancora gli batteva nei
denti. Ma discorreva fitto, con calore, dei libri di lettura di quando era
giovane, degli orari d'allora, degli elogi che gli avevan fatto i superiori,
dei regolamenti di quest'ultimi anni, sempre con quel viso sereno, un poco più
rosso di prima, e con una voce gaia, e il riso quasi d'un giovane. E mio padre
lo guardava, lo guardava, con la stessa espressione con cui lo sorprendo
qualche volta a guardar me, in casa, quando pensa e sorride da sé, col viso
inclinato da una parte. Il maestro si lasciò andar del vino sul petto; mio
padre s'alzò e lo ripulì col tovagliolo. - Ma no, signore, non permetto! - egli
disse, e rideva. Diceva delle parole in latino. E in fine alzò il bicchiere,
che gli ballava in mano, e disse serio serio: - Alla sua salute, dunque, caro
signor ingegnere, ai suoi figliuoli, alla memoria della sua buona madre! - Alla
vostra, mio buon maestro! - rispose mio padre, stringendogli la mano. E in
fondo alla stanza c'era l'albergatore ed altri, che guardavano, e sorridevano
in una maniera, come se fossero contenti di quella festa che si faceva al
maestro del loro paese.
Alle
due passate uscimmo e il maestro ci volle accompagnare alla stazione. Mio padre
gli diede di nuovo il braccio ed egli mi riprese per la mano: io gli portai il
bastone. La gente si soffermava a guardare, perché tutti lo conoscevano, alcuni
lo salutavano. A un certo punto della strada sentimmo da una finestra molte
voci di ragazzi, che leggevano insieme, compitando. Il vecchio si fermò e parve
che si rattristasse.
-
Ecco, caro signor Bottini, - disse, - quello che mi fa pena. È sentir la voce
dei ragazzi nella scuola, e non esserci più, pensare che c'è un altro. L'ho
sentita per sessant'anni questa musica, e ci avevo fatto il cuore... Ora son
senza famiglia. Non ho più figliuoli.
-
No, maestro, - gli disse mio padre, ripigliando il cammino, - lei ce n'ha
ancora molti figliuoli, sparsi per il mondo, che si ricordano di lei, come io
me ne son sempre ricordato.
-
No, no, - rispose il maestro, con tristezza, - non ho più scuola, non ho più
figliuoli. E senza figliuoli non vivrò più un pezzo. Ha da sonar presto la mia
ora.
-
Non lo dica, maestro, non lo pensi, - disse mio padre. - In ogni modo, lei ha
fatto tanto bene! Ha impiegato la vita così nobilmente!
Il
vecchio maestro inclinò un momento la testa bianca sopra la spalla di mio
padre, e mi diede una stretta alla mano.
Eravamo
entrati nella stazione. Il treno stava per partire.
-
Addio, maestro! - disse mio padre, baciandolo sulle due guancie.
-
Addio, grazie, addio, - rispose il maestro, prendendo con le sue mani tremanti
una mano di mio padre, e stringendosela sul cuore.
Poi
lo baciai io, e gli sentii il viso bagnato. Mio padre mi spinse nel vagone, e
al momento di salire levò rapidamente il rozzo bastone di mano al maestro, e
gli mise invece la sua bella canna col pomo d'argento e le sue iniziali,
dicendogli: - La conservi per mia memoria.
Il
vecchio tentò di renderla e di riprender la sua; ma mio padre era già dentro, e
aveva richiuso lo sportello.
-
Addio, mio buon maestro!
-
Addio, figliuolo, - rispose il maestro, mentre il treno si moveva, - e Dio la
benedica per la consolazione che ha portato a un povero vecchio.
-
A rivederci! - gridò mio padre, con voce commossa.
Ma
il maestro crollò il capo come per dire: - Non ci rivedremo più.
-
Sì, sì, - ripeté mio padre, - a rivederci.
E
quegli rispose alzando la mano tremola al cielo: - Lassù.
E
disparve al nostro sguardo così, con la mano in alto.
Convalescenza
20,
giovedì
Chi
m'avrebbe detto quando tornavo così allegro da quella bella gita con mio padre
che per dieci giorni non avrei più visto né campagna né cielo! Son stato molto
malato, in pericolo di vita. Ho sentito mia madre singhiozzare, ho visto mio
padre pallido pallido, che mi guardava fisso, e mia sorella Silvia e mio
fratello che discorrevano a bassa voce, e il medico, con gli occhiali, che era
ogni momento lì, e mi diceva delle cose che non capivo. Proprio, son stato a un
punto dal dare un addio a tutti. Ah povera mia madre! Son passati almeno tre o
quattro giorni di cui non mi ricordo quasi nulla, come se avessi fatto un sogno
imbrogliato e oscuro. Mi sembra d'aver visto accanto al mio letto la mia buona
maestra di prima superiore che si sforzava di soffocar la tosse col fazzoletto,
per non disturbarmi; ricordo così in confuso il mio maestro che si chinò a
baciarmi e mi punse un poco il viso con la barba; e ho visto passare come in
una nebbia la testa rossa di Crossi, i riccioli biondi di Derossi, il calabrese
vestito di nero, e Garrone che mi portò un mandarino con le foglie e scappò
subito perché sua madre stava male. Poi mi destai come da un sonno lunghissimo,
e capii che stavo meglio vedendo mio padre e mia madre che sorridevano, e
sentendo Silvia che canterellava. Oh che triste sogno è stato! Poi ho
cominciato a migliorare ogni giorno. È venuto il «muratorino» che m'ha rifatto
ridere per la prima volta col suo muso lepre; e come lo fa bene ora che gli s'è
allungato un po' il viso per la malattia, poveretto! È venuto Coretti, è venuto
Garoffi a regalarmi due biglietti della sua nuova lotteria per «un temperino a
cinque sorprese» che comprò da un rigattiere di via Bertola. Ieri poi, mentre
dormivo, è venuto Precossi, e ha messo la guancia sopra la mia mano, senza
svegliarmi, e come veniva dall'officina di suo padre col viso impolverato di
carbone, mi lasciò l'impronta nera sulla manica, che mi ha fatto un gran
piacere a vederla, quando mi sono svegliato. Come son diventati verdi gli
alberi in questi pochi giorni! E
che invidia mi fanno i ragazzi che vedo
correre alla scuola coi loro libri, quando mio padre mi porta alla finestra! Ma
fra poco ci tornerò io pure. Sono tanto impaziente di rivedere tutti quei
ragazzi, il mio banco, il giardino, quelle strade; di sapere tutto quello che è
accaduto in questo tempo; di rimettermi ai miei libri e ai miei quaderni, che
mi pare un anno che non li vedo più! Povera mia madre, com'è dimagrata e
impallidita. Povero padre mio, come ha l'aria stanca. E i miei buoni compagni,
che son venuti a trovarmi e camminavano in punta di piedi e mi baciavano in
fronte! Mi fa tristezza ora a pensare che un giorno ci separeremo. Con Derossi,
con qualche altro, continueremo a far gli studi insieme, forse; ma tutti gli
altri? Una volta finita la quarta, addio; non ci vedremo più; non li vedrò più
accanto al mio letto quando sarò malato; Garrone, Precossi, Coretti, tanti
bravi ragazzi, tanti buoni e cari compagni, mai più!
Gli
amici operai
20,
giovedì
Perché,
Enrico, mai più? Questo dipenderà da te. Finita la quarta, tu andrai al
Ginnasio ed essi faranno gli operai, ma rimarrete nella stessa città, forse per
molti anni. E perché, allora, non v'avrete più a rivedere? Quando tu sarai
all'Università o al Liceo, li andrai a cercare nelle loro botteghe o nelle loro
officine, e ti sarà un grande piacere il ritrovare i tuoi compagni d'infanzia,
- uomini, - al lavoro. Vorrei vedere che tu non andassi a cercar Coretti e
Precossi; dovunque fossero. Tu ci andrai, e passerai delle ore in loro
compagnia, e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai imparare
da loro, che nessun altri ti saprà insegnare, e sulle loro arti e sulla loro
società e sul tuo paese. E bada che se non conserverai queste amicizie, sarà
ben difficile che tu ne acquisti altre simili in avvenire, delle amicizie,
voglio dire, fuori della classe a cui appartieni; e così vivrai in una classe
sola, e l'uomo che pratica una sola classe sociale, è come lo studioso che non
legge altro che un libro. Proponiti quindi fin d'ora di conservarti quei buoni
amici anche dopo che sarete divisi; e coltivali fin d'ora di preferenza,
appunto perché son figliuoli d'operai. Vedi: gli uomini delle classi superiori
sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati del lavoro, ma così nella
società come nell'esercito, non solo il soldato non è men nobile dell'ufficiale,
perché la nobiltà sta nel lavoro e non nel guadagno, nel valore e non nel
grado, ma se c'è una superiorità di merito è dalla parte del soldato,
dell'operaio, i quali ricavan dall'opera propria minor profitto. Ama dunque,
rispetta sopra tutti, fra i tuoi compagni, i figliuoli dei soldati del lavoro;
onora in essi le fatiche e i sacrifici dei loro parenti; disprezza le
differenze di fortuna e di classe, sulle quali i vili soltanto regolano i
sentimenti e la cortesia; pensa che uscì quasi tutto dalle vene dei lavoratori
delle officine e dei campi il sangue benedetto che ci ha redento la patria, ama
Garrone, ama Precossi, ama Coretti, ama il t
uo
«muratorino» che nei loro petti di piccoli operai chiudono dei cuori di
principi, e giura a te medesimo che nessun cangiamento di fortuna potrà mai
strappare queste sante amicizie infantili dall'anima tua. Giura che se fra
quarant'anni; passando in una stazione di strada ferrata, riconoscerai nei
panni d'un macchinista il tuo vecchio Garrone col viso nero... ah, non
m'occorre che tu lo giuri: son sicuro che salterai sulla macchina e che gli
getterai le braccia al collo, fossi anche Senatore del Regno.
TUO PADRE
La
madre di Garrone
29,
sabato
Tornato
alla scuola, subito una triste notizia. Da vari giorni Garrone non veniva più
perché sua madre era malata grave. Sabato sera è morta. Ieri mattina, appena
entrato nella scuola, il maestro ci disse: - Al povero Garrone è toccata la più
grande disgrazia che possa colpire un fanciullo. Gli è morta la madre. Domani
egli ritornerà in classe. Vi prego fin d'ora, ragazzi: rispettate il terribile
dolore che gli strazia l'anima. Quando entrerà, salutatelo con affetto, e seri:
nessuno scherzi, nessuno rida con lui, mi raccomando. - E questa mattina, un
po' più tardi degli altri, entrò il povero Garrone. Mi sentii un colpo al cuore
a vederlo. Era smorto in viso, aveva gli occhi rossi, e si reggeva male sulle
gambe: pareva che fosse stato un mese malato: quasi non si riconosceva più: era
vestito tutto di nero: faceva compassione. Nessuno fiatò; tutti lo guardarono.
Appena entrato, al primo riveder quella scuola, dove sua madre era venuta a
prenderlo quasi ogni giorno, quel banco sul quale s'era tante volte chinata i
giorni d'esame a fargli l'ultima raccomandazione, e dove egli aveva tante volte
pensato a lei, impaziente d'uscire per correrle incontro, diede in uno scoppio
di pianto disperato. Il maestro lo tirò vicino a sé, se lo strinse al petto e
gli disse: - Piangi, piangi pure, povero ragazzo; ma fatti coraggio. Tua madre
non è più qua, ma ti vede, t'ama ancora, vive ancora accanto a te, e un giorno
tu la rivedrai, perché sei un'anima buona e onesta come lei. Fatti coraggio. -
Detto questo, l'accompagnò al banco, vicino a me. Io non osavo di guardarlo.
Egli tirò fuori i suoi quaderni e i suoi libri che non aveva aperti da molti
giorni; e aprendo il libro di lettura dove c'è una vignetta che rappresenta una
madre col figliuolo per mano, scoppiò in pianto un'altra volta, e chinò la
testa sul banco. Il maestro ci fece segno di lasciarlo stare così, e cominciò
la lezione. Io avrei voluto dirgli qualche cosa, ma non sapevo. Gli misi una
mano sul braccio e gli dissi all'orecchio: - Non piangere, Garrone. - Egli non
ris
pose,
e senz'alzar la testa dal banco, mise la sua mano nella mia e ve la tenne un
pezzo. All'uscita nessuno gli parlò tutti gli girarono intorno, con rispetto, e
in silenzio. Io vidi mia madre che m'aspettava e corsi ad abbracciarla, ma essa
mi respinse, e guardava Garrone. Subito non capii perché, ma poi m'accorsi che
Garrone, solo in disparte, guardava me; e mi guardava con uno sguardo
d'inesprimibile tristezza, che voleva dire: - Tu abbracci tua madre, e io non
l'abbraccerò più! Tu hai ancora tua madre, e la mia è morta! - E allora capii
perché mia madre m'aveva respinto e uscii senza darle la mano.
Giuseppe
Mazzini
29,
sabato
Anche
questa mattina Garrone venne alla scuola pallido e con gli occhi gonfi di
pianto; e diede appena un'occhiata ai piccoli regali che gli avevamo messi sul
banco per consolarlo. Ma il maestro aveva portato una pagina d'un libro, da
leggergli, per fargli animo. Prima ci avvertì che andassimo tutti domani al
tocco al Municipio a veder dare la medaglia del valor civile a un ragazzo che
ha salvato un bambino dal Po, e che lunedì egli ci avrebbe dettato la
descrizione della festa, in luogo del racconto mensile. Poi, rivoltosi a
Garrone, che stava col capo basso, gli disse: - Garrone, fa uno sforzo, e
scrivi anche tu quello che io detto. - Tutti pigliammo la penna. Il maestro
dettò.
«Giuseppe
Mazzini, nato a Genova nel 1805, morto a Pisa nel 1872, grande anima di
patriotta, grande ingegno di scrittore, ispiratore ed apostolo primo della
rivoluzione italiana; il quale per amore della patria visse quarant'anni
povero, esule, perseguitato, ramingo, eroicamente immobile nei suoi principii e
nei suoi propositi; Giuseppe Mazzini che adorava sua madre, e che aveva attinto
da lei quanto nella sua anima fortissima e gentile v'era di più alto e di più
puro, così scriveva a un suo fedele amico, per consolarlo della più grande
delle sventure. Son presso a poco le sue parole: "Amico, tu non vedrai mai
più tua madre su questa terra. Questa è la tremenda verità. Io non mi reco a
vederti, perché il tuo è uno di quei dolori solenni e santi che bisogna soffrire
e vincere da sé soli. Comprendi ciò che voglio dire con queste parole: -
Bisogna vincere il dolore? - Vincere quello che il dolore ha di meno santo, di
meno purificatore; quello che, invece di migliorare l'anima, la indebolisce e
l'abbassa. Ma l'altra parte del dolore, la parte nobile, quella che ingrandisce
e innalza l'anima, quella deve rimanere con te, non lasciarti più mai. Quaggiù
nulla si sostituisce a una buona madre. Nei dolori, nelle consolazioni che la
vita può darti ancora, tu non la dimenticherai mai più. Ma tu devi ricordarla,
amarla, rattristarti della sua morte in un modo degno di lei. O amico,
ascoltami. La morte non esiste, non è nulla. Non si può nemmeno comprendere. La
vita è vita, e segue la legge della vita: il progresso. Tu avevi ieri una madre
in terra: oggi hai un angelo altrove. Tutto ciò che è bene sopravvive,
cresciuto di potenza, alla vita terrena. Quindi anche l'amore di tua madre.
Essa t'ama ora più che mai. E tu sei responsabile delle tue azioni a Lei più di
prima. Dipende da te, dalle opere tue d'incontrarla, di rivederla in un'altra
esistenza. Tu devi dunque, per amore e riverenza a tua madre, diventar migliore
e darle gioia di te. Tu dovrai d'ora innanzi, ad ogni atto tuo, dire a te
stesso: - Lo approverebbe mia
madre? - La sua trasformazione ha messo per
te nel mondo un angelo custode al quale devi riferire ogni cosa tua. Sii forte
e buono; resisti al dolore disperato e volgare; abbi la tranquillità dei grandi
patimenti nelle grandi anime: è ciò che essa vuole.»
-
Garrone! - soggiunse il maestro: - sii forte e tranquillo, è ciò che essa
vuole. Intendi?
Garrone
accennò di sì col capo, e intanto gli cadevan delle lacrime grosse e fitte
sulle mani, sul quaderno, sul banco.
Valor
civile
Racconto
mensile
Al
tocco eravamo col maestro davanti al Palazzo di città per veder dare la
medaglia del valor civile al ragazzo che salvò il suo compagno dal Po.
Sul
terrazzo della facciata sventolava una grande bandiera tricolore.
Entrammo
nel cortile del Palazzo.
Era
già pieno di gente. Si vedeva in fondo un tavolo col tappeto rosso, e delle
carte sopra, e dietro una fila di seggioloni dorati per il Sindaco e per la
Giunta: c'erano gli uscieri del Municipio con la sottoveste azzurra e le calze
bianche. A destra del cortile stava schierato un drappello di guardie civiche,
che avevano molte medaglie, e accanto a loro un drappello di guardie daziarie;
dall'altra parte i pompieri, in divisa festiva, e molti soldati senz'ordine,
venuti là per vedere: soldati di cavalleria, bersaglieri, artiglieri. Poi
tutt'intorno dei signori, dei popolani, alcuni ufficiali, e donne e ragazzi,
che si accalcavano. Noi ci stringemmo in un angolo dov'erano già affollati
molti alunni d'altre sezioni, coi loro maestri, e c'era vicino a noi un gruppo
di ragazzi del popolo, tra i dieci e i diciott'anni, che ridevano e parlavan
forte, e si capiva ch'erano tutti di Borgo Po, compagni o conoscenti di quello
che doveva aver la medaglia. Su, a tutte le finestre, c'erano affacciati degli
impiegati del Municipio; la loggia della biblioteca pure era piena di gente,
che si premeva contro la balaustrata; e in quella del lato opposto, che è sopra
il portone d'entrata, stavano pigiate un gran numero di ragazze delle scuole
pubbliche, e molte ragazze militari, coi loro bei veli celesti. Pareva un
teatro. Tutti discorrevano allegri, guardando a ogni tratto dalla parte del
tavolo rosso, se comparisse nessuno. La banda musicale suonava piano in fondo
al portico. Sui muri alti batteva il sole. Era bello.
All'improvviso
tutti si misero a batter le mani dal cortile, dalle logge, dalle finestre.
Io
m'alzai in punta di piedi per vedere.
La
folla che stava dietro al tavolo rosso s'era aperta, ed eran venuti avanti un
uomo e una donna. L'uomo teneva per mano un ragazzo.
Era
quello che aveva salvato il compagno.
L'uomo
era suo padre, un muratore, vestito a festa. La donna, - sua madre, - piccola e
bionda, aveva una veste nera. Il ragazzo, anche biondo e piccolo, aveva una
giacchetta grigia.
A
veder tutta quella gente e a sentir quello strepito d'applausi, rimasero lì
tutti e tre, che non osavano più né guardare né muoversi. Un usciere municipale
li spinse accanto al tavolo, a destra.
Tutti
stettero zitti un momento, e poi un'altra volta scoppiarono gli applausi da
tutte le parti. Il ragazzo guardò su alle finestre e poi alla loggia delle
Figlie dei militari; teneva il cappello fra le mani, sembrava che non capisse
bene dove fosse. Mi parve che somigliasse un poco a Coretti, nel viso; ma più
rosso. Suo padre e sua madre tenevan gli occhi fissi sul tavolo.
Intanto
tutti i ragazzi di borgo Po, che eran vicini a noi, si sporgevano avanti,
facevano dei gesti verso il loro compagno per farsi vedere, chiamandolo a voce
bassa: - Pin! Pin! Pinot! - A furia di chiamarlo si fecero sentire. Il ragazzo
li guardò, e nascose il sorriso dietro il cappello.
A
un dato punto tutte le guardie si misero sull'attenti.
Entrò
il Sindaco, accompagnato da molti signori.
Il
Sindaco, tutto bianco, con una gran sciarpa tricolore, si mise al tavolino, in
piedi; tutti gli altri dietro e dai lati.
La
banda cessò di suonare, il Sindaco fece un cenno, tutti tacquero.
Cominciò
a parlare. Le prime parole non le intesi bene; ma capii che raccontava il fatto
del ragazzo. Poi la sua voce s'alzò, e si sparse così chiara e sonora per tutto
il cortile, che non perdetti più una parola. - ...Quando vide dalla sponda il
compagno che si dibatteva nel fiume, già preso dal terrore della morte, egli si
strappò i panni di dosso e accorse senza titubare un momento. Gli gridarono: -
T'anneghi!, - non rispose; lo afferrarono, si svincolò; lo chiamaron per nome,
era già nell'acqua. Il fiume era gonfio, il rischio terribile, anche per un
uomo. Ma egli si slanciò contro la morte con tutta la forza del suo piccolo
corpo e del suo grande cuore; raggiunse e afferrò in tempo il disgraziato, che
già era sott'acqua, e lo tirò a galla; lottò furiosamente con l'onda che li
volea travolgere, col compagno che tentava d'avvinghiarlo; e più volte sparì
sotto e rivenne fuori con uno sforzo disperato; ostinato, invitto nel suo santo
proposito, non come un ragazzo che voglia salvare un altro ragazzo, ma come un
uomo, come un padre che lotti per salvare un figliuolo, che è la sua speranza e
la sua vita. Infine, Dio non permise che una così generosa prodezza fosse
inutile. Il nuotatore fanciullo strappò la vittima al fiume gigante, e la recò
a terra, e le diè ancora, con altri, i primi conforti; dopo di che se ne tornò
a casa solo e tranquillo, a raccontare ingenuamente l'atto suo. Signori! Bello,
venerabile è l'eroismo nell'uomo. Ma nel fanciullo, in cui nessuna mira
d'ambizione o d'altro interesse è ancor possibile; nel fanciullo che tanto deve
aver più d'ardimento quanto ha meno di forza; nel fanciullo a cui nulla
domandiamo, che a nulla è tenuto, che ci pare già tanto nobile e amabile, non
quando compia, ma solo quando comprenda e riconosca il sacrificio altrui;
l'eroismo nel fanciullo è divino. Non dirò altro, signori. Non voglio ornar di
lodi superflue una così semplice grandezza. Eccolo qui davanti a voi il
salvatore valoroso e gentile. Soldati, salutatelo come un fratello; madri,
beneditelo come un figliuo
lo;
fanciulli, ricordatevi il suo nome, stampatevi nella mente il suo viso, ch'egli
non si cancelli mai più dalla vostra memoria e dal vostro cuore. Avvicinati,
ragazzo. In nome del Re d'Italia, io ti do la medaglia al valor civile.
Un
evviva altissimo, lanciato insieme da molte voci, fece echeggiare il palazzo.
Il
Sindaco prese sul tavolo la medaglia e l'attaccò al petto del ragazzo. Poi lo
abbracciò e lo baciò.
La
madre si mise una mano sugli occhi, il padre teneva il mento sul petto.
Il
Sindaco strinse la mano a tutti e due, e preso il decreto della decorazione,
legato con un nastro, lo porse alla donna.
Poi
si rivolse al ragazzo e disse: - Che il ricordo di questo giorno così glorioso
per te, così felice per tuo padre e per tua madre, ti mantenga per tutta la
vita sulla via della virtù e dell'onore. Addio!
Il
Sindaco uscì, la banda sonò e tutto parea finito, quando il drappello dei
pompieri s'aperse, e un ragazzo di otto o nove anni, spinto innanzi da una
donna che subito si nascose, si slanciò verso il decorato e gli cascò fra le
braccia.
Un
altro scoppio d'evviva e d'applausi fece rintronare il cortile; tutti avevan
capito alla prima: quello era il ragazzo stato salvato dal Po, che veniva a
ringraziare il suo salvatore. Dopo averlo baciato, gli si attaccò a un braccio
per accompagnarlo fuori. Essi due primi, e il padre e la madre dietro,
s'avviarono verso l'uscita, passando a stento fra la gente che faceva ala al
loro passaggio, guardie, ragazzi, soldati, donne, alla rinfusa. Tutti si
spingevano avanti e s'alzavano in punta di piedi per vedere il ragazzo. Quelli
che eran sul passaggio gli toccavan la mano. Quando passò davanti ai ragazzi
delle scuole, tutti agitarono i berretti per aria. Quelli di borgo Po fecero un
grande schiamazzo, tirandolo per le braccia e per la giacchetta, e gridando: -
Pin, viva Pin! Bravo Pinot! - Io lo vidi passar proprio vicino. Era tutto
acceso nel viso, contento: la medaglia aveva il nastro bianco, rosso e verde.
Sua madre piangeva e rideva; suo padre si torceva un baffo con una mano, che
gli tremava forte, come se avesse la febbre. E su dalle finestre e dalle logge
seguitavano a sporgersi fuori e ad applaudire. Tutt'a un tratto, quando furono
per entrar sotto il portico, venne giù dalla loggia delle Figlie dei militari
una vera pioggia di pensieri, di mazzettini di viole e di margherite, che
caddero sulla testa del ragazzo, del padre, della madre, e si sparsero in
terra. Molti si misero a raccoglierli in fretta e li porgevano alla madre. E la
banda in fondo al cortile sonava piano piano un'aria bellissima, che pareva il
canto di tante voci argentine che s'allontanassero lente giù per le rive d'un
fiume.
MAGGIO
I
bambini rachitici
5,
venerdì
Oggi
ho fatto vacanza perché non stavo bene, e mia madre m'ha condotto con sé
all'istituto dei ragazzi rachitici, dov'è andata a raccomandare una bimba del
portinaio; ma non mi ha lasciato entrar nella scuola...
Non
hai capito perché, Enrico, non ti lasciai entrare? Per non mettere davanti a
quei disgraziati, lì nel mezzo della scuola, quasi come in mostra, un ragazzo
sano e robusto: troppe occasioni hanno già di trovarsi a dei paragoni dolorosi.
Che triste cosa! Mi venne su il pianto dal cuore a entrar là dentro. Erano una
sessantina, tra bambini e bambine... Povere ossa torturate! Povere mani, poveri
piedini rattrappiti e scontorti! Poveri corpicini contraffatti! Subito osservai
molti visi graziosi; degli occhi pieni d'intelligenza e di affetto: c'era un
visetto di bimba, col naso affilato e il mento aguzzo, che pareva una
vecchietta, ma aveva un sorriso d'una soavità celeste. Alcuni, visti davanti,
son belli, e paion senza difetti, ma si voltano... e vi danno una stretta
all'anima. C'era il medico, che li visitava. Li metteva ritti sui banchi, e
alzava i vestitini per toccare i ventri enfiati e le giunture grosse, ma non si
vergognavano punto, povere creature; si vedeva ch'eran bambini assuefatti a
essere svestiti, esaminati, rivoltati per tutti i versi. E pensare che ora son
nel periodo migliore della loro malattia, ché quasi non soffron più. Ma chi può
dire quello che soffrirono durante il primo deformarsi del corpo, quando col
crescere della loro infermità, vedevano diminuire l'affetto intorno a sé,
poveri bambini, lasciati soli per ore ed ore nell'angolo d'una stanza o d'un
cortile, mal nutriti, e a volte anche scherniti, o tormentati per mesi da
bendaggi e da apparecchi ortopedici inutili! Ora però, grazie alle cure, alla
buona alimentazione e alla ginnastica, molti migliorano. La maestra fece fare
la ginnastica. Era una pietà, a certi comandi, vederli distender sotto i banchi
tutte quelle gambe fasciate, strette fra le stecche, nocchierute, sformate,
delle gambe che si sarebbero coperte di baci! Parecchi non potevano alzarsi dal
banco, e rimanevan lì, col capo ripiegato sul braccio, accarezzando le
stampelle con la mano; altri, facendo la spinta delle braccia, si sentivan
mancare il respiro, e ricascavano a s
edere,
pallidi, ma sorridevano, per dissimulare l'affanno. Ah! Enrico, voi altri che
non pregiate la salute, e vi sembra così poca cosa lo star bene! Io pensavo ai
bei ragazzi forti e fiorenti, che le madri portano in giro come in trionfo,
superbe della loro bellezza, e mi sarei prese tutte quelle povere teste, me le
sarei strette tutte sul cuore, disperatamente, avrei detto, se fossi stata
sola: non mi movo più di qui; voglio consacrare la vita a voi, servirvi, farvi
da madre a tutti fino al mio ultimo giorno... E intanto cantavano, cantavano
con certe vocine esili, dolci, tristi, che andavano all'anima, e la maestra
avendoli lodati, si mostraron contenti; e mentre passava tra i banchi, le
baciavano le mani e le braccia, perché senton tanta gratitudine per chi li
benefica, e sono molto affettuosi. E anche hanno ingegno, quegli angioletti; e
studiano, mi disse la maestra. Una maestra giovane e gentile, che ha sul viso
pieno di bontà una certa espressione di mestizia, come un riflesso delle
sventure che essa accarezza e consola. Cara ragazza! Fra tutte le creature
umane che si guadagnan la vita col lavoro, non ce n'è una che se la guadagni
più santamente di te, figliuola mia.
TUA MADRE
Sacrificio.
9,
martedì
Mia
madre è buona, e mia sorella Silvia è come lei, ha lo stesso cuore grande e
gentile. Io stavo copiando ieri sera una parte del racconto mensile Dagli
Appennini alle Ande, che il maestro ci ha dato a copiare un poco a tutti, tanto
è lungo; quando Silvia entrò in punta di piedi e mi disse in fretta e piano: -
Vieni con me dalla mamma. Li ho sentiti stamani che discorrevano: al babbo è
andato male un affare, era addolorato, la mamma gli faceva coraggio; siamo
nelle strettezze, capisci? non ci sono più denari. Il babbo diceva che
bisognerà fare dei sacrifici per rimettersi. Ora bisogna che ne facciamo anche
noi dei sacrifici, non è vero? Sei pronto? Bene, parlo alla mamma, e tu accenna
di sì e promettile sul tuo onore che farai tutto quello che dirò io. Detto
questo, mi prese per mano, e mi condusse da nostra madre, che stava cucendo,
tutta pensierosa; io sedetti da una parte del sofà, Silvia sedette dall'altra,
e subito disse: - Senti, mamma, ho da parlarti. Abbiamo da parlarti tutti e
due. - La mamma ci guardò meravigliata. E Silvia cominciò: - Il babbo è senza
denari, è vero? - Che dici? - rispose la mamma arrossendo, - Non è vero! Che ne
sai tu? Chi te l'ha detto? - Lo so, disse Silvia, risoluta. - Ebbene, senti,
mamma; dobbiamo fare dei sacrifici anche noi. Tu m'avevi promesso un ventaglio
per la fin di maggio, e Enrico aspettava la sua scatola di colori; non vogliamo
più nulla; non vogliamo che si sprechino i soldi; saremo contenti lo stesso,
hai capito? - La mamma tentò di parlare, ma Silvia disse: - No, sarà così.
Abbiamo deciso. E fin che il babbo non avrà dei denari, non vogliamo più né
frutta né altre cose; ci basterà la minestra, e la mattina a colazione
mangeremo del pane; così si spenderà meno a tavola, ché già spendiamo troppo, e
noi ti promettiamo che ci vedrai sempre contenti ad un modo. Non è vero,
Enrico? - Io risposi di sì. - Sempre contenti ad un modo, - ripeté Silvia,
chiudendo la bocca alla mamma con una mano; - e se c'è altri sacrifici da fare,
o nel vestire, o in altro, noi li fare
mo
volentieri, e vendiamo anche i nostri regali: io do tutte le mie cose, ti servo
io di cameriera, non daremo più nulla a fare fuor di casa, lavorerò con te
tutto il giorno, farò tutto quello che vorrai, sono disposta a tutto! A tutto!
- esclamò gettando le braccia al collo a mia madre; - pur che il babbo e la
mamma non abbian più dispiaceri, pur ch'io torni a vedervi tutti e due
tranquilli, di buon umore come prima, in mezzo alla vostra Silvia e al vostro
Enrico, che vi vogliono tanto bene, che darebbero la loro vita per voi! - Ah!
io non vidi mai mia madre così contenta come a sentir quelle parole; non ci
baciò mai in fronte a quel modo, piangendo e ridendo, senza poter parlare. E
poi assicurò Silvia che aveva capito male, che non eravamo mica ridotti come
essa credeva, per fortuna, e cento volte ci disse grazie, e fu allegra tutta la
sera, fin che rientrò mio padre, a cui disse tutto. Egli non aperse bocca,
povero padre mio! Ma questa mattina sedendo a tavola... provai insieme un gran
piacere e una gran tristezza: io trovai sotto il tovagliolo la mia scatola, e
Silvia ci trovò il suo ventaglio.
L'incendio
11,
giovedì
Questa
mattina io avevo finito di copiare la mia parte del racconto Dagli Appennini
alle Ande, e stavo cercando un tema per la composizione libera che ci diede da
fare il maestro, quando udii un vocìo insolito per le scale, e poco dopo entrarono
in casa due pompieri, i quali domandarono a mio padre il permesso di visitar le
stufe e i camini, perché bruciava un fumaiolo sui tetti, e non si capiva di chi
fosse. Mio padre disse: - Facciano pure, - e benché non avessimo fuoco acceso
da nessuna parte, essi cominciarono a girar per le stanze e a metter l'orecchio
alle pareti, per sentire se rumoreggiasse il foco dentro alle gole che vanno su
agli altri piani della casa.
E
mio padre mi disse, mentre giravan per le stanze: - Enrico, ecco un tema per la
tua composizione: i pompieri. Provati un po' a scrivere quello che ti racconto.
Io li vidi all'opera due anni fa, una sera che uscivo dal teatro Balbo, a notte
avanzata. Entrando in via Roma, vidi una luce insolita, e un'onda di gente che
accorreva: una casa era in fuoco: lingue di fiamma e nuvoli di fumo rompevan
dalle finestre e dal tetto; uomini e donne apparivano ai davanzali e sparivano,
gettando grida disperate, c'era gran tumulto davanti al portone; la folla
gridava: - Brucian vivi! Soccorso! I pompieri! - Arrivò in quel punto una
carrozza, ne saltaron fuori quattro pompieri, i primi che s'eran trovati al
Municipio, e si slanciarono dentro alla casa. Erano appena entrati, che si vide
una cosa orrenda: una donna s'affacciò urlando a una finestra del terzo piano,
s'afferrò alla ringhiera, la scavalcò, e rimase afferrata così, quasi sospesa
nel vuoto, con la schiena in fuori, curva sotto il fumo e le fiamme che
fuggendo dalla stanza le lambivan quasi la testa. La folla gettò un grido di
raccapriccio. I pompieri, arrestati per isbaglio al secondo piano dagli
inquilini atterriti, avevan già sfondato un muro e s'eran precipitati in una
camera; quando cento grida li avvertirono: - Al terzo piano! Al terzo piano! -
Volarono al terzo piano. Qui era un rovinio d'inferno, travi di tetto che
crollavano, corridoi pieni di fiamme, un fumo che soffocava. Per arrivare alle
stanze dov'eran gl'inquilini rinchiusi, non restava altra via che passar pel
tetto.
Si
lanciaron subito su, e un minuto dopo si vide come un fantasma nero saltar sui
coppi, tra il fumo. Era il caporale, arrivato il primo. Ma per andare dalla
parte del tetto che corrispondeva al quartierino chiuso dal fuoco, gli
bisognava passare sopra un ristrettissimo spazio compreso tra un abbaino e la
grondaia; tutto il resto fiammeggiava, e quel piccolo tratto era coperto di
neve e di ghiaccio, e non c'era dove aggrapparsi. - È impossibile che passi! -
gridava la folla di sotto. Il caporale s'avanzò sull'orlo del tetto: - tutti
rabbrividirono, e stettero a guardar col respiro sospeso: - passò: - un immenso
evviva salì al cielo. Il caporale riprese la corsa, e arrivato al punto
minacciato, cominciò a spezzare furiosamente a colpi d'accetta coppi, travi,
correntini, per aprirsi una buca da scender dentro. Intanto la donna era sempre
sospesa fuor della finestra, il fuoco le infuriava sul capo, un minuto ancora,
e sarebbe precipitata nella via. La buca fu aperta: si vide il caporale levarsi
la tracolla e calarsi giù; gli altri pompieri, sopraggiunti, lo seguirono. Nello
stesso momento un'altissima scala Porta, arrivata allora, s'appoggiò al
cornicione della casa, davanti alle finestre da cui uscivano fiamme e urli da
pazzi. Ma si credeva che fosse tardi. - Nessuno si salva più, - gridavano. - I
pompieri bruciano. - È finita. - Son morti. - All'improvviso si vide apparire
alla finestra della ringhiera la figura nera del caporale, illuminata di sopra
in giù dalle fiamme, - la donna gli si avvinghiò al collo; - egli l'afferrò
alla vita con tutt'e due le braccia, la tirò su, la depose dentro alla stanza.
La folla mise un grido di mille voci, che coprì il fracasso dell'incendio. Ma e
gli altri? e discendere? La scala, appoggiata al tetto davanti a un'altra
finestra, distava dal davanzale un buon tratto. Come avrebbero potuto
attaccarvisi? Mentre questo si diceva, uno dei pompieri si fece fuori della
finestra, mise il piede destro sul davanzale e il sinistro sulla scala, e così
ritto per aria, abbracciati ad uno ad un
o
gli inquilini, che gli altri gli porgevan di dentro, li porse a un compagno,
ch'era salito su dalla via, e che, attaccatili bene ai pioli, li fece scendere,
l'un dopo l'altro, aiutati da altri pompieri di sotto. Passò prima la donna
della ringhiera, poi una bimba, un'altra donna, un vecchio. Tutti eran salvi. Dopo
il vecchio, scesero i pompieri rimasti dentro; ultimo a scendere fu il
caporale, che era stato il primo ad accorrere. La folla li accolse tutti con
uno scoppio d'applausi; ma quando comparve l'ultimo, l'avanguardia dei
salvatori, quello che aveva affrontato innanzi agli altri l'abisso, quello che
sarebbe morto, se uno avesse dovuto morire, la folla lo salutò come un
trionfatore, gridando e stendendo le braccia con uno slancio affettuoso
d'ammirazione e di gratitudine, e in pochi momenti il suo nome oscuro -
Giuseppe Robbino - suonò su mille bocche... Hai capito? Quello è coraggio, il
coraggio del cuore, che non ragiona, che non vacilla, che va diritto cieco
fulmineo dove sente il grido di chi muore. Io ti condurrò un giorno agli
esercizi dei pompieri, e ti farò vedere il caporale Robbino; perché saresti
molto contento di conoscerlo, non è vero?
Risposi
di sì.
-
Eccolo qua, - disse mio padre.
Io
mi voltai di scatto. I due pompieri, terminata la visita, attraversavan la
stanza per uscire.
Mio
padre m'accennò il più piccolo, che aveva i galloni, e mi disse: - Stringi la
mano al caporale Robbino.
Il
caporale si fermò e mi porse la mano, sorridendo: io gliela strinsi; egli mi
fece un saluto ed uscì.
-
E ricordatene bene, - disse mio padre, - perché delle migliaia di mani che
stringerai nella vita, non ce ne saranno forse dieci che valgono la sua.
Dagli
Appennini alle Ande
Racconto
mensile
Molti
anni fa un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d'un operaio, andò da
Genova in America, da solo, per cercare sua madre.
Sua
madre era andata due anni prima a Buenos Aires, città capitale della Repubblica
Argentina, per mettersi al servizio di qualche casa ricca, e guadagnar così in
poco tempo tanto da rialzare la famiglia, la quale, per effetto di varie
disgrazie, era caduta nella povertà e nei debiti. Non sono poche le donne
coraggiose che fanno un così lungo viaggio per quello scopo, e che grazie alle
grandi paghe che trova laggiù la gente di servizio, ritornano in patria a capo
di pochi anni con qualche migliaio di lire. La povera madre aveva pianto
lacrime di sangue al separarsi dai suoi figliuoli, l'uno di diciott'anni e
l'altro di undici; ma era partita con coraggio, e piena di speranza. Il viaggio
era stato felice: arrivata appena a Buenos Aires, aveva trovato subito, per
mezzo d'un bottegaio genovese, cugino di suo marito, stabilito là da molto
tempo, una buona famiglia argentina, che la pagava molto e la trattava bene. E
per un po' di tempo aveva mantenuto coi suoi una corrispondenza regolare.
Com'era stato convenuto fra loro, il marito dirigeva le lettere al cugino, che
le recapitava alla donna, e questa rimetteva le risposte a lui, che le spediva
a Genova, aggiungendovi qualche riga di suo. Guadagnando ottanta lire al mese e
non spendendo nulla per sé, mandava a casa ogni tre mesi una bella somma, con
la quale il marito, che era galantuomo, andava pagando via via i debiti più
urgenti, e riguadagnando così la sua buona reputazione. E intanto lavorava ed
era contento dei fatti suoi, anche per la speranza che la moglie sarebbe
ritornata fra non molto tempo, perché la casa pareva vuota senza di lei, e il
figliuolo minore in special modo, che amava moltissimo sua madre, si
rattristava, non si poteva rassegnare alla sua lontananza.
Ma
trascorso un anno dalla partenza, dopo una lettera breve nella quale essa
diceva di star poco bene di salute, non ne ricevettero più. Scrissero due volte
al cugino; il cugino non rispose. Scrissero alla famiglia argentina, dove la
donna era a servire; ma non essendo forse arrivata la lettera perché avean
storpiato il nome sull'indirizzo, non ebbero risposta. Temendo d'una disgrazia,
scrissero al Consolato italiano di Buenos Aires, che facesse fare delle
ricerche; e dopo tre mesi fu risposto loro dal Console che, nonostante l'avviso
fatto pubblicare dai giornali, nessuno s'era presentato, neppure a dare
notizie. E non poteva accadere altrimenti, oltre che per altre ragioni, anche
per questa: Che con l'idea di salvare il decoro dei suoi, ché le pareva di
macchiarlo a far la serva, la buona donna non aveva dato alla famiglia
argentina il suo vero nome. Altri mesi passarono, nessuna notizia. Padre e
figliuolo erano costernati; il più piccolo, oppresso da una tristezza che non
poteva vincere. Che fare? A chi ricorrere? La prima idea del padre era stata di
partire, d'andare a cercare sua moglie in America. Ma e il lavoro? Chi avrebbe
mantenuto i suoi figliuoli? E neppure avrebbe potuto partire il figliuol
maggiore, che cominciava appunto allora a guadagnar qualche cosa, ed era
necessario alla famiglia. E in questo affanno vivevano, ripetendo ogni giorno
gli stessi discorsi dolorosi, o guardandosi l'un l'altro, in silenzio. Quando
una sera Marco, il più piccolo, uscì a dire risolutamente: - Ci vado io in
America a cercar mia madre. - Il padre crollò il capo, con tristezza, e non
rispose. Era un pensiero affettuoso, ma una cosa impossibile. A tredici anni,
solo, fare un viaggio in America, che ci voleva un mese per andarci! Ma il
ragazzi insistette, pazientemente. Insistette quel giorno, il giorno dopo,
tutti i giorni con una grande pacatezza, ragionando col buon senso d'un uomo. -
Altri ci sono andati, - diceva - e più piccoli di me. Una volta che son sul
bastimento, arrivo là come un altro. Arrivato là, non ho che a
cercare la bottega del cugino. Ci sono tanti
italiani, qualcheduno m'insegnerà la strada. Trovato il cugino, e trovata mia
madre, se non trovo lui vado dal Console, cercherò la famiglia argentina.
Qualunque cosa accada, laggiù c'è del lavoro per tutti; troverò del lavoro
anch'io, almeno per guadagnar tanto da ritornare a casa. - E così, a poco a
poco, riuscì quasi a persuadere suo padre. Suo padre lo stimava, sapeva che
aveva giudizio e coraggio, che era assuefatto alle privazioni e ai sacrifici, e
che tutte queste buone qualità avrebbero preso doppia forza nel suo cuore per
quel santo scopo di trovar sua madre, ch'egli adorava. Si aggiunse pure che un
Comandante di piroscafo, amico d'un suo conoscente, avendo inteso parlar della
cosa, s'impegnò di fargli aver gratis un biglietto di terza classe per
l'Argentina. E allora, dopo un altro po' di esitazione, il padre acconsentì, il
viaggio fu deciso. Gli empirono una sacca di panni, gli misero in tasca qualche
scudo, gli diedero l'indirizzo del cugino, e una bella sera del mese di aprile
lo imbarcarono. - Figliuolo, Marco mio, - gli disse il padre dandogli l'ultimo
bacio, con le lacrime agli occhi, sopra la scala del piroscafo che stava per
partire: - fatti coraggio. Parti per un santo fine e Dio t'aiuterà.
Povero
Marco! Egli aveva il cuor forte e preparato alle più dure prove per quel
viaggio; ma quando vide sparire all'orizzonte la sua bella Genova, e si trovò
in alto mare, su quel grande piroscafo affollato di contadini emigranti, solo,
non conosciuto da alcuno, con quella piccola sacca che racchiudeva tutta la sua
fortuna, un improvviso scoraggiamento lo assalì. Per due giorni stette
accucciato come un cane a prua, non mangiando quasi, oppresso da un gran
bisogno di piangere. Ogni sorta di tristi pensieri gli passava per la mente, e
il più triste, il più terribile era il più ostinato a tornare: il pensiero che
sua madre fosse morta. Nei suoi sogni rotti e pensosi egli vedeva sempre la
faccia d'uno sconosciuto che lo guardava in aria di compassione e poi gli
diceva all'orecchio: - Tua madre è morta. - E allora si svegliava soffocando un
grido. Nondimeno, passato lo stretto di Gibilterra, alla prima vista
dell'Oceano Atlantico, riprese un poco d'animo e di speranza. Ma fu un breve
sollievo. Quell'immenso mare sempre eguale, il calore crescente, la tristezza
di tutta quella povera gente che lo circondava, il sentimento della propria
solitudine tornarono a buttarlo giù. I giorni, che si succedevano vuoti e
monotoni, gli si confondevano nella memoria, come accade ai malati. Gli parve
d'esser in mare da un anno. E ogni mattina, svegliandosi, provava un nuovo
stupore di esser là solo, in mezzo a quell'immensità d'acqua, in viaggio per
l'America. I bei pesci volanti che venivano ogni tanto a cascare sul
bastimento, quei meravigliosi tramonti dei tropici, con quelle enormi nuvole
color di bragia e di sangue, e quelle fosforescenze notturne che fanno parer
l'Oceano tutto acceso come un mare di lava, non gli facevan l'effetto di cose
reali, ma di prodigi veduti in sogno. Ebbe delle giornate di cattivo tempo,
durante le quali restò chiuso continuamente nel dormitorio, dove tutto ballava
e rovinava, in mezzo a un coro spaventevole di lamenti e d'imprecazioni; e
credette che fosse giunta la sua ultima ora. Ebbe altre giornate
di mare quieto e giallastro, di caldura
insopportabile, di noia infinita; ore interminabili e sinistre, durante le
quali i passeggeri spossati, distesi immobili sulle tavole, parevan tutti
morti. E il viaggio non finiva mai: mare e cielo, cielo e mare, oggi come ieri,
domani come oggi, - ancora, - sempre, eternamente. Ed egli per lunghe ore stava
appoggiato al parapetto a guardar quel mare senza fine, sbalordito, pensando
vagamente a sua madre, fin che gli occhi gli si chiudevano e il capo gli
cascava dal sonno; e allora rivedeva quella faccia sconosciuta che lo guardava
in aria di pietà, e gli ripeteva all'orecchio: - Tua madre è morta! - e a
quella voce si risvegliava in sussulto, per ricominciare a sognare a occhi
aperti e a guardar l'orizzonte immutato.
Ventisette
giorni durò il viaggio! Ma gli ultimi furono i migliori. Il tempo era bello e
l'aria fresca. Egli aveva fatto conoscenza con un buon vecchio lombardo, che
andava in America a trovare il figliuolo, coltivatore di terra vicino alla
città di Rosario; gli aveva detto tutto di casa sua, e il vecchio gli ripeteva
ogni tanto, battendogli una mano sulla nuca: - Coraggio, bagai, tu troverai tua
madre sana e contenta. - Quella compagnia lo riconfortava, i suoi presentimenti
s'erano fatti di tristi lieti. Seduto a prua, accanto al vecchio contadino che
fumava la pipa, sotto un bel cielo stellato, in mezzo a gruppi d'emigranti che
cantavano, egli si rappresentava cento volte al pensiero il suo arrivo a Buenos
Aires, si vedeva in quella certa strada, trovava la bottega, si lanciava
incontro al cugino: - Come sta mia madre? Dov'è? Andiamo subito! - Andiamo
subito; - correvano insieme, salivano una scala, s'apriva una porta... E qui il
suo soliloquio muto s'arrestava, la sua immaginazione si perdeva in un
sentimento d'inesprimibile tenerezza, che gli faceva tirar fuori di nascosto
una piccola medaglia che portava al collo, e mormorare, baciandola, le sue
orazioni.
Il
ventisettesimo giorno dopo quello della partenza, arrivarono. Era una bella
aurora rossa di maggio quando il piroscafo gittava l'àncora nell'immenso fiume
della Plata, sopra una riva del quale si stende la vasta città di Buenos Aires,
capitale della Repubblica Argentina. Quel tempo splendido gli parve di buon
augurio. Era fuor di sé dalla gioia e dall'impazienza. Sua madre era a poche
miglia di distanza da lui! Tra poche ore l'avrebbe veduta! Ed egli si trovava
in America, nel nuovo mondo, e aveva avuto l'ardimento di venirci so]o! Tutto
quel lunghissimo viaggio gli pareva allora che fosse passato in un nulla. Gli
pareva d'aver volato, sognando, e di essersi svegliato in quel punto. Ed era
così felice, che quasi non si stupì né si afflisse, quando si frugò nelle
tasche, e non ci trovò più uno dei due gruzzoli in cui aveva diviso il suo
piccolo tesoro, per esser più sicuro di non perdere tutto. Gliel'avevan rubato,
non gli restavan più che poche lire; ma che gli importava, ora ch'era vicino a
sua madre. Con la sua sacca alla mano scese insieme a molti altri italiani in
un vaporino che li portò fino a poca distanza dalla riva, calò dal vaporino in
una barca che portava il nome di Andrea Doria, fu sbarcato al molo, salutò il
suo vecchio amico lombardo, e s'avviò a lunghi passi verso la città.
Arrivato
all'imboccatura della prima via fermò un uomo che passava e lo pregò di
indicargli da che parte dovesse prendere per andar in via de los Artes. Aveva
fermato per l'appunto un operaio italiano. Questi lo guardò con curiosità e gli
domandò se sapeva leggere. Il ragazzo accennò di sì. - Ebbene, - gli disse
l'operaio, indicandogli la via da cui egli usciva; - va su sempre diritto,
leggendo i nomi delle vie a tutte le cantonate; finirai con trovare la tua. -
Il ragazzo lo ringraziò e infilò la via che gli s'apriva davanti.
Era
una via diritta e sterminata, ma stretta; fiancheggiata da case basse e bianche,
che pareva tanti villini; piena di gente, di carrozze, di grandi carri, che
facevano uno strepito assordante; e qua e là spenzolavano enormi bandiere di
vari colori, con su scritto a grossi caratteri l'annunzio di partenze di
piroscafi per città sconosciute. A ogni tratto di cammino, voltandosi a destra
e a sinistra, egli vedeva due altre vie che fuggivano diritte a perdita
d'occhio, fiancheggiate pure da case basse e bianche, e piene di gente e di
carri, e tagliate in fondo dalla linea diritta della sconfinata pianura
americana, simile all'orizzonte del mare. La città gli pareva infinita; gli
pareva che si potesse camminar per giornate e per settimane vedendo sempre di
qua e di là altre vie come quelle, e che tutta l'America ne dovesse esser coperta.
Guardava attentamente i nomi delle vie: dei nomi strani che stentava a leggere.
A ogni nuova via, si sentiva battere il cuore, pensando che fosse la sua.
Guardava tutte le donne con l'idea di incontrare sua madre. Ne vide una davanti
a sé, che gli diede una scossa al sangue: la raggiunse, la guardò: era una
negra. E andava, andava, affrettando il passo. Arrivò a un crocicchio, lesse, e
restò come inchiodato sul marciapiede Era la vita delle Arti. Svoltò, vide il
numero 117 dovette fermarsi per riprender respiro. E disse tra sé: - O madre
mia! madre mia! È proprio vero che ti vedrò a momenti! - Corse innanzi, arrivò
a una piccola bottega di merciaio. Era quella. S'affacciò. Vide una donna coi
capelli grigi e gli occhiali.
- Che volete, ragazzo?