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PINOCCHIO |
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XVII |
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Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol
purgarsi: Però quando vede i becchini che vengono a portarlo via,
allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso. |
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Appena
i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio e,
dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un
febbrone da non si dire. |
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Allora
sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e
porgendolo al burattino, gli disse amorosamente: |
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-
Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. |
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Pinocchio
guardò il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi dimanda con voce di
piagnisteo: |
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-
è dolce o amara? |
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-
è amara, ma ti farà bene. |
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-
Se è amara, non la voglio. |
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-
Dà retta a me: bevila. |
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-
A me l'amaro non mi piace. |
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-
Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per
rifarti la bocca. |
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-
Dov'è la pallina di zucchero? |
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-
Eccola qui, - disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro. |
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-
Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell'acquaccia
amara... |
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-
Me lo prometti? |
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-
Sì... |
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La
fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e
ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri: |
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-
Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei
tutti i giorni. |
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-
Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti
renderanno la salute. |
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Pinocchio
prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta
del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta
del naso: finalmente disse: |
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-
è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere. |
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-
Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata? |
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-
Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina di
zucchero... e poi la beverò!... |
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Allora
la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un
altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere. |
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-
Così non la posso bere! - disse il burattino, facendo mille smorfie. |
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-
Perché? |
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-
Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi. |
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La
Fata gli levò il guanciale. |
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-
è inutile! Nemmeno così la posso bere... |
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-
Che cos'altro ti dà noia? |
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-
Mi dà noia l'uscio di camera, che è mezzo aperto. |
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La
Fata andò e chiuse l'uscio di camera. |
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-
Insomma, - gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, -
quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!... |
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-
Ragazzo mio, te ne pentirai... |
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-
Non me n'importa... |
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-
La tua malattia è grave... |
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-
Non me n'importa... |
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-
La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo... |
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-
Non me n'importa... |
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-
Non hai paura della morte? |
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-
Punto paura!... Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva. |
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A
questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro
quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una
piccola bara da morto. |
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-
Che cosa volete da me? - gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a
sedere sul letto. |
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-
Siamo venuti a prenderti, - rispose il coniglio più grosso. |
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-
A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!... |
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-
Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di
bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!... |
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-
O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, - datemi
subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio
morire no... non voglio morire... |
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E
preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo votò in un fiato. |
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-
Pazienza! - dissero i conigli. - Per questa volta abbiamo fatto il
viaggio a ufo. |
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E
tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera
bofonchiando e mormorando fra i denti. |
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Fatto
sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell'e
guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il
privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo. |
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E
la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come
un gallettino di primo canto, gli disse: |
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-
Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero? |
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-
Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!... |
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-
E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla? |
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-
Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle
medicine che del male. |
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-
Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a
tempo può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte... |
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-
Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei
conigli neri, colla bara sulle spalle... e allora piglierò subito il
bicchiere in mano, e giù!... |
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-
Ora vieni un po' qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra
le mani degli assassini. |
|
-
Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d'oro, e
mi disse: "Tò, portale al tuo babbo!" e io, invece, per la
strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi
dissero: "Vuoi che codeste monete diventino mille e duemila? Vieni
con noi, e ti condurremo al Campo dei Miracoli". E io dissi:
"Andiamo"; e loro dissero: "Fermiamoci qui all'osteria
del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte ripartiremo". Ed io, quando
mi svegliai, loro non c'erano più, perché erano partiti. Allora io
cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva impossibile,
per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbone,
che mi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io dissi:
"Non ce n'ho"; perché le quattro monete d'oro me l'ero
nascoste in bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in
bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece
di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi
dietro e, io corri che ti corro, finché mi raggiunsero, e mi legarono
per il collo a un albero di questo bosco, col dire: "Domani
torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta, e così ti
porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua". |
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-
E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domandò la Fata. |
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-
Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece
le aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già
lungo, gli crebbe subito due dita di più. |
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-
E dove le hai perdute? |
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-
Nel bosco qui vicino. |
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A
questa seconda bugia il naso seguitò a crescere. |
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-
Se le hai perdute nel bosco vicino, - disse la Fata, - le cercheremo e
le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si
ritrova sempre. |
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-
Ah! ora che mi rammento bene, - replicò il burattino, imbrogliandosi, -
le quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho
inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. |
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A
questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così
straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da
nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o nei
vetri della finestra, se si voltava di là, lo batteva nelle pareti o
nella porta di camera, se alzava un po' di più il capo, correva il
rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata. |
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E
la Fata lo guardava e rideva. |
|
-
Perché ridete? - gli domandò il burattino, tutto confuso e
impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate. |
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-
Rido della bugia che hai detto. |
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-
Come mai sapete che ho detto una bugia? |
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-
Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due
specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno
il naso lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso
lungo. |
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Pinocchio,
non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire
di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che non
passava più dalla porta. |
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XVIII |
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Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va
con loro a seminare le quattro monete nel Campo dè Miracoli. |
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Come
potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e
urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso che non passava più
dalla porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché
si correggesse dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio
che possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi
fuori della testa dalla gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè
le mani insieme, e a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un
migliaio di grossi uccelli chiamati ~Picchi~, i quali, posatisi tutti
sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto,
che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto
alla sua grandezza naturale. |
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-
Quanto siete buona, Fata mia, - disse il burattino, asciugandosi gli
occhi, - e quanto bene vi voglio! |
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-
Ti voglio bene anch'io, - rispose la Fata, - e se tu vuoi rimanere con
me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina... |
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-
Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo? |
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-
Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che
faccia notte, sarà qui. |
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-
Davvero?... - gridò Pinocchio, saltando dall'allegrezza. - Allora,
Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora
di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per
me! |
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-
Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono
sicurissima che lo incontrerai. |
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Pinocchio
partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un
capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla
Quercia grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra
mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate
chi?... la Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali
aveva cenato all'osteria del Gambero Rosso. |
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-
Ecco il nostro caro Pinocchio! - gridò la Volpe, abbracciandolo e
baciandolo. - Come mai sei qui? |
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-
Come mai sei qui? - ripetè il Gatto. |
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-
è una storia lunga, - disse il burattino, - e ve la racconterò a
comodo. Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo
nell'osteria, ho trovato gli assassini per la strada... |
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-
Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano? |
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-
Mi volevano rubare le monete d'oro. |
|
-
Infami!... - disse la Volpe. |
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-
Infamissimi! - ripetè il Gatto. |
|
-
Ma io cominciai a scappare, - continuò a dire il burattino, - e loro
sempre dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di
quella quercia. |
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E
Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi. |
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-
Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo
condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri
galantuomini?... |
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Nel
tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo
dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo
zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò: |
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-
Che cosa hai fatto del tuo zampetto? |
|
Il
Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò. Allora la Volpe
disse subito: |
|
-
Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò
io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada
un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po'
d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che
cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?... Si è
staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a
quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir
così, si asciugò una lacrima. |
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Pinocchio,
commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi: |
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-
Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!... |
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-
E ora che cosa fai in questi luoghi? - domandò la Volpe al burattino. |
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-
Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento. |
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-
E le tue monete d'oro? |
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-
Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero
Rosso. |
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-
E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani
mille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai
a seminarle nel Campo dei miracoli? |
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-
Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno. |
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-
Un altro giorno sarà tardi, - disse la Volpe. |
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-
Perché? |
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-
Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là
non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari. |
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-
Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli? |
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-
Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là: semini
subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e
stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi? |
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Pinocchio
esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata,
il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì
col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza
cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla
Volpe e al Gatto: |
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-
Andiamo pure: io vengo con voi. |
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E
partirono. |
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Dopo
aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome
"Acchiappa-citrulli". Appena entrato in città, Pinocchio vide
tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano
dall'appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline
rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un
chicco di granturco, di grosse farfalle, che non potevano più volare,
perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti
scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che
zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro
e d'argento, oramai perdute per sempre. |
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In
mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di
tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o
qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina. |
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-
E il Campo dei miracoli dov'è? - domandò Pinocchio. |
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-
è qui a due passi. |
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Detto
fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in
un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi. |
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-
Eccoci giunti, - disse la Volpe al burattino. - Ora chinati giù a
terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le
monete d'oro. |
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Pinocchio
ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli erano
rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' di terra. |
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-
Ora poi, - disse la Volpe, - vai alla gora qui vicina, prendi una
secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato. |
|
Pinocchio
andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò
di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua, annaffiò la terra che
copriva la buca. Poi domandò: |
|
-
C'è altro da fare? |
|
-
Nient'altro, - rispose la Volpe. - Ora possiamo andar via. Tu poi
ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello già
spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il povero
burattino, fuori di sé dalla contentezza, ringraziò mille volte la
Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo regalo. |
|
-
Noi non vogliamo regali, - risposero quei due malanni. - A noi ci basta
di averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo
contenti come pasque. |
|
Ciò
detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne
andarono per i fatti loro. |
|
XIX |
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Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro
e, per gastigo, si busca quattro mesi di prigione. |
|
Il
burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a
uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che
menava al Campo dei miracoli. |
|
E
mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli
faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre
davvero. E intanto pensava dentro di sé: |
|
-
E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero
duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se
invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora,
che diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno
e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di
alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di
panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna. |
|
Così
fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare
se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di
monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla:
entrò sul campo... andò proprio su quella piccola buca, dove aveva
sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e,
dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori
una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo. |
|
In
quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi
in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le
poche penne che aveva addosso. |
|
-
Perché ridi? - gli domandò Pinocchio con voce di bizza. |
|
-
Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali. |
|
Il
burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d'acqua la solita
ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le
monete d'oro. |
|
Quand'ecco
che un'altra risata, anche più impertinente della prima, si fece
sentire nella solitudine silenziosa di quel campo. |
|
-
Insomma, - gridò Pinocchio, arrabbiandosi, - si può sapere, Pappagallo
mal educato, di che cosa ridi? |
|
-
Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si
lasciano trappolare da chi è più furbo di loro. |
|
-
Parli forse di me? |
|
-
Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale,
da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi,
come si seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta,
e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto
persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna
saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno
della propria testa. |
|
-
Non ti capisco, - disse il burattino, che già cominciava a tremare
dalla paura. |
|
-
Pazienza! Mi spiegherò meglio, - soggiunse il Pappagallo. - Sappi
dunque che, mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in
questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono fuggiti
come il vento. E ora chi li raggiunge, è bravo! |
|
Pinocchio
restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del Pappagallo,
cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva
annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci
sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più. |
|
Allora,
preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in
tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano
derubato. |
|
Il
giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione
rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e
specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a
portare continuamente, a motivo di una flussione d'occhi, che lo
tormentava da parecchi anni. |
|
Pinocchio,
alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua
frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati
dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. |
|
Il
giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al
racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più
nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. |
|
A
quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da
giandarmi. |
|
Allora
il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: |
|
-
Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro:
pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. |
|
Il
burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di
princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi
inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. |
|
E
lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi
sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso
fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che
regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran
vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche,
luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e velocipedi, e in segno
di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le carceri e mandati
fuori tutti i malandrini. |
|
-
Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, - disse
Pinocchio al carceriere. |
|
-
Voi no, - rispose il carceriere, - perché voi non siete del bel
numero... |
|
-
Domando scusa, - replicò Pinocchio, - sono un malandrino anch'io. |
|
-
In questo caso avete mille ragioni, - disse il carceriere; e levandosi
il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della
prigione e lo lasciò scappare. |
|
XX |
|
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare
a casa della Fata; ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi
rimane preso alla tagliuola. |
|
Figuratevi
l'allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero. Senza stare a dire
che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada
che doveva ricondurlo alla Casina della Fata. |
|
A
motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano
e ci si andava fino a mezza gamba. |
|
Ma
il burattino non se ne dava per inteso. |
|
Tormentato
dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai capelli
turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le
pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava
dicendo fra sé e sé: |
|
-
Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perché io sono un
burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte le cose a modo
mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille
volte più giudizio di me!... Ma da questa volta in là, faccio
proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo ammodo e
ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi, a essere
disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai una per il sù
verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo troverò a casa della
Fata? è tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo più, che mi struggo
di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdonerà
la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei
tante attenzioni e tante cure amorose... e pensare che se oggi son
sempre vivo, lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e
più senza cuore di me?... |
|
Nel
tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato e fece
quattro passi indietro. |
|
Che
cosa aveva veduto?... |
|
Aveva
veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la
pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come
una cappa di camino. |
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Impossibile
immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di
mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi,
aspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti
suoi e lasciasse libero il passo della strada. |
|
Aspettò
un'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre là, e, anche di
lontano, si vedeva il rosseggiare dè suoi occhi di fuoco e la colonna
di fumo che gli usciva dalla punta della coda. |
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Allora
Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di
distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al
Serpente: |
|
-
Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino
da una parte, tanto da lasciarmi passare? |
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Fu
lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse. |
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Allora
riprese colla solita vocina: |
|
-
Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il mio babbo
che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!... Si contenta
dunque che io seguiti per la mia strada? |
|
Aspettò
un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi il
Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò
immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli
smesse di fumare. |
|
-
Che sia morto davvero?... - disse Pinocchio, dandosi una fregatina di
mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto
di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva
ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò
all'improvviso, come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi
indietro, spaventato, inciampò e cadde per terra. |
|
E
per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango
della strada e con le gambe ritte su in aria. |
|
Alla
vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità
incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che
ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si
strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero. |
|
Allora
Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata prima che
si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo più reggere ai morsi
terribili della fame, saltò in un campo coll'intenzione di cogliere
poche ciocche d'uva moscadella. Non l'avesse mai fatto! |
|
Appena
giunto sotto la vite, crac... sentì stringersi le gambe da due ferri
taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo. |
|
Il
povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata là da
alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello
di tutti i pollai del vicinato. |
|
|
|
XXI |
|
Pinocchio è preso da un contadino, il quale
lo costringe a far da can da guardia a un pollaio. |
|
Pinocchio,
come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a
raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all'intorno
non si vedevano case, e dalla strada non passava anima viva. |
|
Intanto
si fece notte. |
|
Un
po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po'
per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il
burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi
passare una Lucciola di sul capo, la chiamò e le disse: |
|
-
O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?... |
|
-
Povero figliuolo! - replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a
guardarlo. - Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti
ferri arrotati? |
|
-
Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella,
e... |
|
-
Ma l'uva era tua? |
|
-
No... |
|
-
E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?... |
|
-
Avevo fame... |
|
-
La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi
la roba che non è nostra... |
|
-
è vero, è vero! - gridò Pinocchio piangendo, - ma un'altra volta non
lo farò più. |
|
A
questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di
passi, che si avvicinavano. |
|
Era
il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna
di quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al
trabocchetto della tagliuola. |
|
E
la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di
sotto il pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto
preso un ragazzo. |
|
-
Ah, ladracchiolo! - disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che
mi porti via le galline? |
|
-
Io no, io no! - gridò Pinocchio, singhiozzando. - Io sono entrato nel
campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!... |
|
-
Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me,
che ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo. |
|
E
aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò
di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte. |
|
Arrivato
che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e tenendogli
un piede sul collo, gli disse: |
|
-
Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo
domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la
guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane
di guardia. |
|
Detto
fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni
di ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci
la testa dentro. Al collare c'era attaccata una lunga catenella di
ferro: e la catenella era fissata nel muro. |
|
-
Se questa notte, - disse il contadino, - cominciasse a piovere, tu puoi
andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la paglia che
ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane. E se per
disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di
abbaiare. |
|
Dopo
quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la
porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato
sull'aia, più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della
paura. E di tanto in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al
collare, che gli serrava la gola, diceva piangendo: |
|
-
Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il
vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la
sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene,
come ce n'è tanti, se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se
fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei
qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa d'un
contadino. Oh, se potessi rinascere un'altra volta!... Ma oramai è
tardi, e ci vuol pazienza! Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne
proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò. |
|
|
|
XXII |
|
Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di
essere stato fedele, vien posto in libertà. |
|
Ed
era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la
mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine
strane, che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la punta del naso
dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di
pelame scuro, che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine,
animaletti carnivori, ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine
giovani. Una di queste faine, staccandosi dalle sue compagne, andò alla
buca del casotto e disse sottovoce: |
|
-
Buona sera, Melampo. |
|
-
Io non mi chiamo Melampo, - rispose il burattino. |
|
-
O dunque chi sei? |
|
-
Io sono Pinocchio. |
|
-
E che cosa fai costì? |
|
-
Faccio il cane di guardia. |
|
-
O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo casotto? |
|
-
è morto questa mattina. |
|
-
Morto? Povera bestia! Era tanto buono!... Ma giudicandoti alla fisonomia,
anche te mi sembri un cane di garbo. |
|
-
Domando scusa, io non sono un cane!... |
|
-
O chi sei? |
|
-
Io sono un burattino. |
|
-
E fai da cane di guardia? |
|
-
Purtroppo: per mia punizione!... |
|
-
Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo:
e sarai contento. |
|
-
E questi patti sarebbero? |
|
-
Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di
notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline,
sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende
bene, che tu faccia finta di dormire e non ti venga mai l'estro di
abbaiare e di svegliare il contadino. |
|
-
E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio. |
|
-
Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo. Dormi
dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti
lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata, per la colazione di
domani. Ci siamo intesi bene? |
|
-
Anche troppo bene!... - rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un
certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: "Fra poco ci
riparleremo!". |
|
Quando
le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato
al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e
aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne
chiudeva l'entratina, vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non
erano ancora finite d'entrare, che sentirono la porticina richiudersi
con grandissima violenza. |
|
Quello
che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla
richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a
guisa di puntello. |
|
E
poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di
guardia, faceva colla voce ~bu-bu-bu-bu~. |
|
A
quell'abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso ii fucile e
affacciatosi alla finestra, domandò: |
|
-
Che c'è di nuovo? |
|
-
Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio. |
|
-
Dove sono? |
|
-
Nel pollaio. |
|
-
Ora scendo subito. |
|
E
infatti, in men che non si dice ~amen~, il contadino scese: entrò di
corsa nel pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le
quattro faine, disse loro con accento di vera contentezza: |
|
-
Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non
sono! Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste del vicino
paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte.
E' un onore che non vi meritate, ma gli uomini generosi come me non
badano a queste piccolezze!... |
|
Quindi,
avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e, fra le
altre cose, gli domandò: |
|
-
Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E
dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla... |
|
Il
burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe
potuto, cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e
le faine: ma ricordatosi che il cane era morto, pensò subito dentro di
sé: - A che serve accusare i morti?... I morti son morti, e la miglior
cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!... |
|
-
All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? - continuò a
chiedergli il contadino. |
|
-
Dormivo, - rispose Pinocchio, - ma le faine mi hanno svegliato coi loro
chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: "Se
prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti
regaleremo una pollastra bell'e pelata!...". Capite, eh? Avere la
sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perché bisogna sapere
che io sono un burattino, che avrò tutti i difetti di questo mondo: ma
non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente
disonesta! |
|
-
Bravo ragazzo! - gridò il contadino, battendogli sur una spalla. -
Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande
soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. |
|
E
gli levò il collare da cane. |
|
|
|
XXIII |
|
Pinocchio piange la morte della bella Bambina
dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del
mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo
Geppetto. |
|
Appena
Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel collare
intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si fermò
un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva
ricondurlo alla Casina della Fata. |
|
Arrivato
sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta
pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente
aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi,
inalzarsi la cima di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso
ciondoloni per il collo: ma guarda di qua, guarda di là, non gli fu
possibile di vedere la piccola casa della bella Bambina dai capelli
turchini. |
|
Allora
ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta
forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato,
dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era
più. C'era, invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si
leggevano in carattere stampatello queste dolorose parole: |
|
QUI
GIACE |
|
LA
BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI |
|
MORTA
DI DOLORE |
|
PER
ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO |
|
FRATELLINO
PINOCCHIO |
|
Come
rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole,
lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci
quel marmo mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta
la notte, e la mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre,
sebbene negli occhi non avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi
lamenti erano così strazianti e acuti, che tutte le colline all'intorno
ne ripetevano l'eco. |
|
E
piangendo diceva: |
|
-
O Fatina mia, perché sei morta?... perché, invece di te, non sono
morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio
babbo, dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio
stare sempre con lui, e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia,
dimmi che non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi bene... se
vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci... ritorna viva come prima!...
Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da tutti? Se arrivano gli
assassini. mi attaccheranno daccapo al ramo dell'albero... e allora
morirò per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in questo mondo? Ora
che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò
a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe
meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì, voglio morire!... ih! ih! ih!... |
|
E
mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i
capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi
il gusto di ficcarci dentro le dita. |
|
Intanto
passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali
distese, gli gridò da una grande altezza: |
|
-
Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù? |
|
-
Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce
e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta. |
|
-
Dimmi, - soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra i tuoi
compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio? |
|
-
Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripetè il burattino saltando
subito in piedi. - Pinocchio sono io! |
|
Il
Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a
terra. Era più grosso di un tacchino. |
|
-
Conoscerai dunque anche Geppetto? - domandò al burattino. |
|
-
Se lo conosco? E' il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi
conduci da lui? Ma è sempre vivo? Rispondimi per carità: è sempre
vivo? |
|
-
L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare. |
|
-
Che cosa faceva? |
|
-
Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l'Oceano. Quel
pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di
te: e non avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti
nei paesi lontani del nuovo mondo. |
|
-
Quanto c'è di qui alla spiaggia? - domandò Pinocchio con ansia
affannosa. |
|
-
Più di mille chilometri. |
|
-
Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue
ali!... |
|
-
Se vuoi venire, ti ci porto io. |
|
-
Come? |
|
-
A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?... |
|
-
Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia. |
|
E
lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo e
messa una gamba di qua e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò
tutto contento: - Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar
presto!... |
|
Il
Colombo prese l'aire e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto,
che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il
burattino ebbe la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso
da tanta paura e da tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir
disotto, si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo della
sua piumata cavalcatura. |
|
Volarono
tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse: |
|
-
Ho una gran sete! |
|
-
E io una gran fame! - soggiunse Pinocchio. |
|
-
Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in
viaggio, per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare.
Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella
piena d'acqua e un cestino ricolmo di veccie. |
|
Il
burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie:
a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella
sera ne mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò
al Colombo e gli disse: |
|
-
Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone! |
|
-
Bisogna persuadersi, ragazzo mio, - replicò il Colombo, - che quando la
fame dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le veccie
diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie! |
|
Fatto
alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La
mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posò a
terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi
ringraziare per aver fatto una buona azione, riprese subito il volo e
sparì. |
|
La
spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare. |
|
-
Che cos'è accaduto? - domandò Pinocchio a una vecchina. |
|
-
Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli è
voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e
il mare oggi è molto cattivo e la barchetta sta per andare
sott'acqua... |
|
-
Dov'è la barchetta? |
|
-
Eccola laggiù, diritta al mio dito, - disse la vecchia, accennando una
piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce
con dentro un omino piccino piccino. |
|
Pinocchio
appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente,
cacciò un urlo acutissimo gridando: |
|
-
Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo! |
|
Intanto
la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i
grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla
punta di un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per
nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichino da naso e
perfino col berretto che aveva in capo. |
|
E
parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia,
riconoscesse il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo
salutò e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato
volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva di
lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra. |
|
Tutt'a
un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparì. |
|
Aspettarono
che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare. |
|
-
Pover'omo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero per
tornarsene alle loro case. |
|
Quand'ecco
che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un
ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando: |
|
-
Voglio salvare il mio babbo! |
|
Pinocchio,
essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce.
Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora
riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza
dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio e non lo videro più. |
|
-
Povero ragazzo! - dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro
case. |
|
|
|
XXIV |
|
Pinocchio arriva all'isola delle Api
industriose e ritrova la Fata. |
|
Pinocchio,
animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo povero
babbo, nuotò tutta quanta la notte. |
|
E
che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò
spaventosamente, e con certi lampi che pareva di giorno. |
|
Sul
far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia
di terra. Era un'isola in mezzo al mare. |
|
Allora
fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde,
rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come
se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua
buona fortuna, venne un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo
scaraventò di peso sulla rena del lido. |
|
Il
colpo fu così forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le
costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire: |
|
-
Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella! |
|
Intanto
a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il
suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio. |
|
Allora
il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a
guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella
immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma
dopo aver guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sé che cielo,
mare e qualche vela di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una
mosca. |
|
-
Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. - Sapessi
almeno se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente
che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a
chi mai posso domandarlo? A chi, se non c'è nessuno?... |
|
Quest'idea
di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato, gli
messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando
tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso
pesce, che se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la
testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il
burattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire: |
|
-
Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola? |
|
-
Anche due, - rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato,
come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo. |
|
-
Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove
si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati? |
|
-
Ve ne sono sicuro, - rispose il Delfino. - Anzi, ne troverai uno poco
lontano di qui. |
|
-
E che strada si fa per andarvi? |
|
-
Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto
al naso. Non puoi sbagliare. |
|
-
Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la
notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola
barchettina con dentro il mì babbo? |
|
-
E chi è il tuo babbo? |
|
-
Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più
cattivo che si possa dare. |
|
-
Colla burrasca che ha fatto questa notte, - rispose il delfino, - la
barchettina sarà andata sott'acqua. |
|
-
E il mio babbo? |
|
-
A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche
giorno è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre
acque. |
|
-
Che è grosso di molto questo Pesce-cane? - domandò Pinocchio, che digià
cominciava a tremare dalla paura. |
|
-
Se gli è grosso!... - replicò il Delfino. - Perché tu possa fartene
un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed
ha una boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente
tutto il treno della strada ferrata colla macchina accesa. |
|
-
Mamma mia! - gridò spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e
furia, si voltò al delfino e gli disse: - Arrivedella, signor pesce:
scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua garbatezza. |
|
Detto
ciò, prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo
svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più
piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per
la paura di vedersi inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come
una casa di cinque piani e con un treno della strada ferrata in bocca. |
|
Dopo
mezz'ora di strada, arrivò a un piccolo paese detto "Il paese
delle Api industriose". Le strade formicolavano di persone che
correvano di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti
avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo
nemmeno a cercarlo col lumicino. |
|
-
Ho capito, - disse subito quello svogliato di Pinocchio, - questo paese
non è fatto per me! Io non son nato per lavorare! Intanto la fame lo
tormentava, perché erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva
mangiato più nulla; nemmeno una pietanza di veccie. |
|
Che
fare? |
|
Non
gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di
lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane. |
|
A
chiedere l'elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva
predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente
i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di
assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione
d'età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più
guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno
l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono la fame, tanto
peggio per loro. |
|
In
quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato,
il quale da sé tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone. |
|
Pinocchio,
giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e,
abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce: |
|
-
Mi fareste la carità di darmi un soldo, perché mi sento morir dalla
fame? |
|
-
Non un soldo solo, - rispose il carbonaio, - ma te ne do quattro, a
patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di
carbone. |
|
-
Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso, - per vostra regola
io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!... |
|
-
Meglio per te! - rispose il carbonaio. - Allora, ragazzo mio, se ti
senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua
superbia e bada di non prendere un'indigestione. |
|
Dopo
pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un
corbello di calcina. |
|
-
Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che
sbadiglia dall'appetito? |
|
-
Volentieri; vieni con me a portar calcina, - rispose il muratore, - e
invece d'un soldo, te ne darò cinque. |
|
-
Ma la calcina è pesa, - replicò Pinocchio, - e io non voglio durar
fatica. |
|
-
Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, - divertiti a
sbadigliare, e buon pro ti faccia. |
|
In
men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio
chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero: |
|
-
Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, và
piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane!
Finalmente passò una buona donnina che portava due brocche d'acqua. |
|
-
Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra
brocca? - disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. |
|
-
Bevi pure, ragazzo mio! - disse la donnina, posando le due brocche in
terra. |
|
Quando
Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce,
asciugandosi la bocca: |
|
-
La sete me la sono levata! Così mi potessi levar la fame!... La buona
donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito: |
|
-
Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un
bel pezzo di pane. |
|
Pinocchio
guardò la brocca, e non rispose né sì né no. |
|
-
E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio
e coll'aceto, - soggiunse la buona donna. |
|
Pinocchio
dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no. |
|
-
E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. - Alle
seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più
resistere e, fatto un animo risoluto, disse: |
|
-
Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa! |
|
La
brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla
colle mani, si rassegnò a portarla in capo. |
|
Arrivati
a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola
apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il
confetto. |
|
Pinocchio
non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto
vuoto e disabitato da cinque mesi. |
|
Calmati
a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per
ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla
in volto, che cacciò un lunghissimo ~ohhh!~... di maraviglia e rimase là
incantato, cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla
bocca piena di pane e di cavolfiore. |
|
-
Che cos'è mai tutta questa maraviglia? - disse ridendo la buona donna. |
|
-
Egli è... - rispose balbettando Pinocchio, - egli è... egli è... che
voi somigliate... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa voce...
gli stessi occhi.. gli stessi capelli... sì, sì, sì... anche voi
avete i capelli turchini... come lei!... O Fatina mia!... O Fatina
mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non mi fate più piangere!
Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho patito tanto.. |
|
E
nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni
per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa. |
|
XXV |
|
Pinocchio promette alla Fata di essere buono e
di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuol diventare un
bravo ragazzo. |
|
In
sulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non era la
piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai scoperta e
non volendo mandare più a lungo la commedia, fini col farsi
riconoscere, e disse a Pinocchio: |
|
-
Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io? |
|
-
Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto. |
|
-
Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna,
che potrei quasi farti da mamma. |
|
-
L'ho caro dimolto, perché così, invece di sorellina, vi chiamerò la
mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggo di avere una mamma come
tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere cosi presto? |
|
-
è un segreto. |
|
-
Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Sono
sempre rimasto alto come un soldo di cacio. |
|
-
Ma tu non puoi crescere, - replicò la Fata. |
|
-
Perché? |
|
-
Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono
burattini e muoiono burattini. |
|
-
Oh! sono stufo di far sempre il burattino! - gridò Pinocchio, dandosi
uno scappellotto. - Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo come
tutti gli altri. |
|
-
E lo diventerai, se saprai meritartelo... |
|
-
Davvero? E che posso fare per meritarmelo? |
|
-
Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene. |
|
-
O che forse non sono? |
|
-
Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece... |
|
-
E io non ubbidisco mai. |
|
-
I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu... |
|
-
E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno. |
|
-
I ragazzi perbene dicono sempre la verità... |
|
-
E io sempre le bugie. |
|
-
I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola... |
|
-
E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poi
voglio mutar vita. |
|
-
Me lo prometti? |
|
-
Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere la
consolazione del mio babbo... Dove sarà il mio povero babbo a
quest'ora? |
|
-
Non lo so. |
|
-
Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare? |
|
-
Credo di sì: anzi ne sono sicura. |
|
A
questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che prese
le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pareva
quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guardandola amorosamente, le
domandò: |
|
-
Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? |
|
-
Par di no, - rispose sorridendo la Fata. |
|
-
Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai, quando
lessi ~qui giace~... |
|
-
Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sincerità del tuo
dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi
buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati male, c'è
sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è sempre da sperare che rientrino
sulla vera strada. Ecco perché son venuta a cercarti fin qui. Io sarò
la tua mamma... |
|
-
Oh! che bella cosa! - gridò Pinocchio saltando dall'allegrezza. |
|
-
Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io. |
|
-
Volentieri, volentieri, volentieri! |
|
-
Fino da domani, - soggiunse la Fata, - tu comincerai coll'andare a
scuola. |
|
Pinocchio
diventò subito un po' meno allegro. |
|
-
Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere... |
|
Pinocchio
diventò serio. |
|
-
Che cosa brontoli fra i denti? - domandò la Fata con accento risentito. |
|
-
Dicevo... - mugolò il burattino a mezza voce, - che oramai per andare a
scuola mi pare un po' tardi... |
|
-
Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non è mai
tardi. |
|
-
Ma io non voglio fare né arti né mestieri... |
|
-
Perché? |
|
-
Perché a lavorare mi par fatica. |
|
-
Ragazzo mio, - disse la Fata, - quelli che dicono cosi, finiscono quasi
sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca ricco
o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a
lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima
malattia, e bisogna guarirla subito, fin da ragazzi: se no, quando siamo
grandi, non si guarisce più. Queste parole toccarono l'animo di
Pinocchio, il quale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata: |
|
-
Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello che mi dirai, perché,
insomma, la vita del burattino mi è venuta a noia, e voglio diventare
un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non è vero? |
|
-
Te l'ho promesso, e ora dipende da te. |
|
XXVI |
|
Pinocchio va cò suoi compagni di scuola in
riva al mare, per vedere il terribile Pescecane. |
|
Il
giorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale. |
|
Figuratevi
quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella loro scuola un
burattino! Fu una risata, che non finiva più. Chi gli faceva uno
scherzo, chi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chi gli
tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a fargli coll'inchiostro
due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentava perfino a legargli
dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare. |
|
Per
un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; ma finalmente,
sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli, che più lo
tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro: |
|
-
Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone. Io
rispetto gli altri e voglio essere rispettato. |
|
-
Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono quei
monelli, buttandosi via dalle matte risate: e uno di loro, più
impertinente degli altri allungò la mano coll'idea di prendere il
burattino per la punta del naso. |
|
Ma
non fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto la tavola e gli
consegnò una pedata negli stinchi. |
|
-
Ohi! che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi il livido che
gli aveva fatto il burattino. |
|
-
E che gomiti!... anche più duri dei piedi! - disse un altro che, per i
suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello stomaco. |
|
Fatto
sta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistò subito la
stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli facevano
mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima. |
|
E
anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso,
intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a
rizzarsi in piedi, a scuola finita. |
|
Il
solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: e fra
questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di
studiare e di farsi onore. |
|
Il
maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non mancava
di dirgli e di ripetergli più volte: |
|
-
Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima o poi
col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti
addosso qualche grossa disgrazia. |
|
-
Non c'è pericolo! - rispondeva il burattino, facendo una spallucciata e
toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come per dire: "C'è
tanto giudizio qui dentro!". |
|
Ora
avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso scuola, incontrò un
branco dei soliti compagni, che andandogli incontro, gli dissero: |
|
-
Sai la gran notizia? |
|
-
No. |
|
-
Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-cane, grosso come una montagna. |
|
-
Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogò il mio
povero babbo? |
|
-
Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu? |
|
-
Io, no: voglio andare a scuola. |
|
-
Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con una
lezione di più o con una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. |
|
-
E il maestro che dirà? |
|
-
Il maestro si lascia dire. E' pagato apposta per brontolare tutto il
giorno. |
|
-
E la mia mamma?... - Le mamme non sanno mai nulla, - risposero quei
malanni. |
|
-
Sapete che cosa farò? - disse Pinocchio. - |
|
Il
Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni... ma anderò a vederlo
dopo la scuola. |
|
-
Povero giucco! - ribattè uno del branco. - |
|
Che
credi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fare il comodo
tuo? Appena s'è annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e
allora chi s'è visto s'è visto. |
|
-
Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? - domandò il burattino. |
|
-
Fra un'ora, siamo bell'e andati e tornati. |
|
-
Dunque, via! e chi più corre, è più bravo! - gridò Pinocchio. |
|
Dato
cosi il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi loro libri e
i loro quaderni sotto il braccio, si messero a correre attraverso ai
campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: pareva che avesse le ali
ai piedi. |
|
Di
tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni rimasti a
una bella distanza, e nel vederli, ansanti, trafelati, polverosi e con
tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di cuore. Lo sciagurato in
quel momento non sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie
andava incontro!... |
|
XXVII |
|
Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi
compagni: uno dè quali essendo rimasto ferito, Pinocchio viene
arrestato dai carabinieri. |
|
Giunto
che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande occhiata sul
mare; ma non vide nessun Pesce-cane. |
|
Il
mare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio. |
|
-
O il Pesce-cane dov'è? - domandò, voltandosi ai compagni. |
|
-
Sarà andato a far colazione, - rispose uno di loro, ridendo. |
|
-
O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino, - soggiunse un
altro, ridendo più forte che mai. |
|
Da
quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle, Pinocchio
capì che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli
ad intendere una cosa che non era vera; e pigliandosela a male, disse a
loro con voce di bizza: |
|
-
E ora? Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storiella del
Pesce-cane? |
|
-
Il sugo c'è sicuro!... - risposero in coro quei monelli. |
|
-
E sarebbe?... |
|
-
Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non ti
vergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e cosi diligente alle
lezioni? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai? |
|
-
E se io studio, che cosa ve ne importa? |
|
-
A noi ce ne importa moltissimo perché ci costringi a fare una brutta
figura col maestro... |
|
-
Perché? |
|
-
Perché gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli, come
noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire!
Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!... |
|
-
E allora che cosa devo fare per contentarvi? |
|
-
Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il maestro, che
sono i nostri tre grandi nemici. |
|
-
E se io volessi seguitare a studiare? |
|
-
Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla prima occasione ce la
pagherai!... |
|
-
In verità mi fate quasi ridere, - disse il burattino con una
scrollatina di capo. |
|
-
Ehi, Pinocchio! - gridò allora il più grande di quei ragazzi,
andandogli sul viso. - Non venir qui a fare lo smargiasso: non venir qui
a far tanto il galletto!... Perché se tu non hai paura di noi, noi non
abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e noi siamo in sette. |
|
-
Sette come i peccati mortali, - disse Pinocchio con una gran risata. |
|
-
Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome di peccati
mortali!... |
|
-
Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa... se no, guai a te!... |
|
-
Cucù! - fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta del naso,
in segno di canzonatura. |
|
-
Pinocchio! la finisce male!... |
|
-
Cucù! |
|
-
Ne toccherai quanto un somaro!... |
|
-
Cucù! |
|
-
Ritornerai a casa col naso rotto!... |
|
-
Cucù! |
|
-
Ora il cucù te lo darò io! - gridò il più ardito di quei monelli. -
Prendi intanto quest'acconto e serbalo per la cena di stasera. |
|
E
nel dir così gli appiccicò un pugno sul capo. |
|
Ma
fu, come si suol dire, botta e risposta; perché il burattino, come
c'era da aspettarselo, rispose con un altro pugno: e lì, da un momento
all'altro, il combattimento diventò generale e accanito. |
|
Pinocchio,
sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi di
legno durissimo lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici a
rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare e toccare, ci
lasciavano sempre un livido per ricordo. |
|
Allora
i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a
corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti
dè loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i
~Sillabari~, le ~Grammatiche~, i ~Giannettini~, i ~Minuzzoli~, i
~Racconti~ del Thouar, il ~Pulcino~ della Baccini e altri libri
scolastici: ma il burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito,
faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al
capo, andavano tutti a cascare nel mare. |
|
Figuratevi
i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare,
correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche
pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la
bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: "Non è roba per
noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!" |
|
Intanto
il combattimento s'inferociva sempre più, quand'ecco che un grosso
Granchio, che era uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio
arrampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vociaccia di trombone
infreddato: |
|
-
Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre manesche fra
ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgrazia accade
sempre!... |
|
Povero
Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quella birba
di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli disse
sgarbatamente: |
|
-
Chetati, Granchio dell'uggia!... Faresti meglio a succiare due pasticche
di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vai piuttosto a
letto e cerca di sudare! |
|
In
quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare tutti i
loro libri, occhiarono lì a poca distanza il fagotto dei libri del
burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice. |
|
Fra
questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso, colla
costola e colle punte di cartapecora. Era un ~Trattato di Aritmetica~.
Vi lascio immaginare se era peso dimolto! |
|
Uno
di quei monelli agguantò quel volume e, presa di mira la testa di
Pinocchio, lo scagliò con quanta forza aveva nel braccio: ma invece di
cogliere il burattino, colse nella testa uno dei compagni; il quale
diventò bianco come un panno lavato, e non disse altro che queste
parole: |
|
-
O mamma mia, aiutatemi... perché muoio! |
|
Poi
cadde disteso sulla rena del lido. |
|
Alla
vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a scappare a
gambe e in pochi minuti non si videro più. |
|
Ma
Pinocchio rimase lì, e sebbene per il dolore e per lo spavento, anche
lui fosse più morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il suo
fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnare la tempia del suo
povero compagno di scuola. E intanto piangendo dirottamente e
disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva: |
|
-
Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhi, e guardami!... Perché
non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male!
Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio... |
|
Se
tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me... |
|
O
Dio mio! come farò ora a tornare a casa?... Con che coraggio potrò
presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà di me?... Dove fuggirò?...
Dove andrò a nascondermi?... Oh! quant'era meglio, mille volte meglio
che fossi andato a scuola!... Perche ho dato retta a questi compagni,
che sono la mia dannazione?... E il maestro me l'aveva detto!... e la
mia mamma me lo aveva ripetuto: "Guardati dai cattivi
compagni!"-. Ma io sono un testardo... un caparbiaccio... lascio
dir tutti, e poi fo sempre a modo mio!... E dopo mi tocca a scontarle...
E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di bene.
Dio mio! Che sarà di me, che sarà di me, che sarà di me?... |
|
E
Pinocchio continuava a piangere, e berciare, a darsi pugni nel capo e a
chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentì a un tratto un rumore
sordo di passi che si avvicinavano. |
|
Si
voltò: erano due carabinieri |
|
-
Che cosa fai così sdraiato per terra? - domandarono a Pinocchio. |
|
-
Assisto questo mio compagno di scuola. |
|
-
Che gli è venuto male? |
|
-
Par di sì!.. |
|
-
Altro che male! - disse uno dei carabinieri, chinandosi e osservando
Eugenio da vicino. - Questo ragazzo è stato ferito in una tempia: chi
è che l'ha ferito? |
|
-
Io no, - balbettò il burattino che non aveva più fiato in corpo. |
|
-
Se non sei stato tu, chi è stato dunque che l'ha ferito? |
|
-
Io no, - ripetè Pinocchio. |
|
-
E con che cosa è stato ferito? |
|
-
Con questo libro. - E il burattino raccattò di terra il Trattato di
Aritmetica, rilegato in cartone e cartapecora, per mostrarlo al
carabiniere. |
|
-
E questo libro di chi è? |
|
-
Mio. |
|
-
Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con noi. |
|
-
Ma io... |
|
-
Via con noi! |
|
-
Ma io sono innocente... |
|
-
Via con noi! |
|
Prima
di partire, i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in quel
momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla spiaggia, e
dissero loro: |
|
-
Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa vostra
e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. |
|
Quindi
si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due,
gl'intimarono con accento soldatesco: |
|
-
Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! |
|
Senza
farselo ripetere, il burattino cominciò a camminare per quella
viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva più
nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognare, e che brutto
sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tutto doppio: le gambe
gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccata al palato e non
poteva più spiccicare una sola parola. Eppure, in mezzo a quella specie
di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il
cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa
della sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito
piuttosto di morire. |
|
Erano
già arrivati e stavano per entrare in paese, quando una folata di vento
strapazzone levò di testa a Pinocchio il berretto, portandoglielo
lontano una decina di passi. |
|
-
Si contentano, - disse il burattino ai carabinieri, - che vada a
riprendere il mio berretto? |
|
-
Vai pure: ma facciamo una cosa lesta. |
|
Il
burattino andò, raccattò il berretto... ma invece di metterselo in
capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominciò a correre di gran
carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una palla di
fucile. |
|
I
carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli aizzarono
dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il primo premio in
tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il cane correva più di
lui: per cui tutta la gente si affacciava alle finestre e si affollava
in mezzo alla strada, ansiosa di veder la fine di questo palio feroce. |
|
Ma
non poté levarsi questa voglia, perché il cane mastino e Pinocchio
sollevarono lungo la strada un tal polverone, che dopo pochi minuti non
fu più possibile di veder nulla. |
|
XXVIII |
|
Pinocchio corre pericolo di essere fritto in
padella come un pesce. |
|
Durante
quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un momento in cui
Pinocchio si credé perduto: perché bisogna sapere che Alidoro (era
questo il nome del can-mastino) a furia di correre e correre, l'aveva
quasi raggiunto. |
|
Basti
dire che il burattino sentiva dietro di sé, alla distanza d'un palmo,
l'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfino la vampa
calda delle fiatate. |
|
Per
buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lì a
pochi passi. |
|
Appena
fu sulla spiaggia, il burattino spiccò un bellissimo salto, come
avrebbe potuto fare un ranocchio, e andò a cascare in mezzo all'acqua.
Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato dall'impeto della corsa,
entrò nell'acqua anche lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per
cui cominciò subito ad annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma
più annaspava e più andava col capo sott'acqua. |
|
Quando
torno a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli occhi
impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava. |
|
-
Affogo! Affogo! |
|
-
Crepa! - gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva oramai
sicuro da ogni pericolo. |
|
-
Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!... |
|
A
quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un cuore
eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli disse: |
|
-
Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi più noia e di
non corrermi dietro? |
|
-
Te lo prometto! Te lo prometto! Spicciati per carità, perché se indugi
un altro mezzo minuto, son bell'e morto. |
|
Pinocchio
esitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli aveva detto
tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai, andò
nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per la coda con tutte e due
le mani, lo portò sano e salvo sulla rena asciutta del lido. |
|
Il
povero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevuto, senza volerlo,
tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per altro il
burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò cosa prudente di
gettarsi novamente in mare; e, allontanandosi dalla spiaggia, gridò
all'amico salvato: |
|
-
Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa. |
|
-
Addio, Pinocchio, - rispose il cane; - mille grazie di avermi liberato
dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questo mondo quel
che è fatto è reso. Se capita l'occasione, ci riparleremo. |
|
Pinocchio
seguitò a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra. Finalmente gli
parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un' occhiata alla
spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta, dalla quale usciva un
lunghissimo pennacchio di fumo. |
|
-
In quella grotta, - disse allora fra sé, - ci deve essere del fuoco.
Tanto meglio! Anderò a rasciugarmi e a riscaldarmi, e poi?... E poi sarà
quel che sarà. |
|
Presa
questa risoluzione, si avvicinò alla scogliera; ma quando fu lì per
arrampicarsi, sentì qualche cosa sotto l'acqua che saliva, saliva,
saliva e lo portava per aria. Tentò subito di fuggire, ma oramai era
tardi, perché con sua grandissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro
a una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci d'ogni forma e
grandezza, che scodinzolando si dibattevano come tant'anime disperate. |
|
E
nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore così brutto, ma
tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di capelli aveva sulla
testa un cespuglio foltissimo di erba verde; verde era la pelle del suo
corpo, verdi gli occhi, verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin
quaggiù. Pareva un grosso ramarro ritto su i piedi di dietro. |
|
Quando
il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, gridò tutto contento: |
|
-
Provvidenza benedetta! Anch'oggi potrò fare una bella scorpacciata di
pesce! |
|
-
Manco male, che io non sono un pesce! - disse Pinocchio dentro di sé,
ripigliando un po' di coraggio. |
|
La
rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta buia e
affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella d'olio, che
mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro. |
|
-
Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi! |
|
-
disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona così
spropositata, che pareva una pala da fornai, tirò fuori una manciata di
triglie. |
|
-
Buone queste triglie! - disse, guardandole e annusandole con
compiacenza. E dopo averle annusate, le scaraventò in una conca
senz'acqua. |
|
Poi
ripetè più volte la solita operazione; e via via che cavava fuori gli
altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva: |
|
-
Buoni questi naselli!... |
|
-
Squisiti questi muggini!... |
|
-
Deliziose queste sogliole!... |
|
-
Prelibati questi ragnotti!... |
|
-
Carine queste acciughe col capo!... |
|
Come
potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i ragnotti e le
acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a tener compagnia
alle triglie. |
|
L'ultimo
che restò nella rete fu Pinocchio. |
|
Appena
il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgranò dalla maraviglia i suoi
occhioni verdi, gridando quasi impaurito: |
|
-
Che razza di pesce è questo? Dei pesci fatti a questo modo non mi
ricordo di averne mai mangiati! |
|
E
tornò a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene per
ogni verso, finì col dire: |
|
-
Ho già capito: dev'essere un granchio di mare. |
|
Allora
Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchio, disse con
accento risentito: |
|
-
Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per sua
regola sono un burattino. |
|
-
Un burattino? - replicò il pescatore. - Dico la verità, il pesce
burattino è per me un pesce nuovo! Meglio così! Ti mangerò più
volentieri. |
|
-
Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non sente che
parlo, e ragiono come lei? - è verissimo, - soggiunse il pescatore, - e
siccome vedo che sei un pesce, che hai la fortuna di parlare e di
ragionare, come me, così voglio usarti anch'io i dovuti riguardi. |
|
-
E questi riguardi sarebbero?... |
|
-
In segno di amicizia e di stima particolare, lascerò a te la scelta del
come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in padella, oppure
preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa di pomidoro? |
|
-
A dir la verità, - rispose Pinocchio, - se io debbo scegliere,
preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene tornare a
casa mia. |
|
-
Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiare un
pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattino in
questi mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padella assieme a tutti
gli altri pesci, e te ne troverai contento. L'esser fritto in compagnia
è sempre una consolazione. |
|
L'infelice
Pinocchio, a quest'antifona, cominciò a piangere, a strillare, a
raccomandarsi e piangendo diceva: - Quant'era meglio, che fossi andato a
scuola!... Ho voluto dar retta ai compagni, e ora la pago! Ih!...
Ih!... Ih!... |
|
E
perché si divincolava come un anguilla e faceva sforzi incredibili, per
isgusciare dalle grinfie del pescatore verde, questi prese una bella
buccia di giunco, e dopo averlo legato per le mani e per i piedi, come
un salame, lo gettò in fondo alla conca cogli altri. |
|
Poi,
tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno di farina, si dette a
infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinati, li
buttava a friggere dentro la padella. |
|
I
primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi toccò
ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle acciughe, e poi
venne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi così vicino alla morte
(e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tanto spavento, che
non aveva più né voce né fiato per raccomandarsi. |
|
Il
povero figliuolo si raccomandava cogli occhi! |
|
Ma
il pescatore verde, senza badarlo neppure, lo avvoltolò cinque o sei
volte nella farina, infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che
pareva diventato un burattino di gesso. |
|
Poi
lo prese per il capo, e... |
|
XXIX |
|
Ritorna a casa della Fata, la quale gli
promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà
un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo
grande avvenimento. |
|
Mentre
il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padella,
entrò nella grotta un grosso cane condotto là dall'odore acutissimo e
ghiotto della frittura. |
|
-
Passa via! - gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendo sempre in
mano il burattino infarinato. |
|
Ma
il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e dimenando la
coda, pareva che dicesse: "Dammi un boccon di frittura e ti lascio
in pace". |
|
-
Passa via, ti dico! - gli ripetè il pescatore; e allungò la gamba per
tirargli una pedata. |
|
Allora
il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a lasciarsi
posar mosche sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mostrandogli
le sue terribili zanne. |
|
In
quel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fioca, che disse: |
|
-
Salvami, Alidoro!... Se non mi salvi, son fritto! |
|
Il
cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua
grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto
infarinato che il pescatore teneva in mano. |
|
Allora
che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel fagotto
infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla
grotta, e via come un baleno! |
|
Il
pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pesce, che
egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane;
ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di tosse e dovè tornarsene
indietro. |
|
Intanto
Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al paese, si fermò
e posò delicatamente in terra l'amico Pinocchio. |
|
-
Quanto ti debbo ringraziare! - disse il burattino. |
|
-
Non c'è bisogno, - replicò il cane. - Tu salvasti me, e quel che è
fatto, è reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno
coll'altro. |
|
-
Ma come mai sei capitato in quella grotta? |
|
-
Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più morto che vivo, quando il
vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura. Quell'odorino mi
ha stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato dietro. |
|
Se
arrivavo un minuto più tardi!... |
|
-
Non me lo dire! - urlò Pinocchio che tremava ancora dalla paura. - Non
me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardi, a quest'ora io ero
bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr!... mi vengono i brividi
soltanto a pensarvi!... |
|
Alidoro,
ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il quale gliela
strinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono. |
|
Il
cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, andò a una
capanna lì poco distante, e domandò a un vecchietto che stava sulla
porta a scaldarsi al sole: |
|
-
Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo e
che si chiamava Eugenio?... |
|
-
Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questa capanna, e
ora... |
|
Ora
sarà morto!... - interruppe Pinocchio con gran dolore. |
|
-
No: ora è vivo, ed è già ritornato a casa sua. |
|
-
Davvero, davvero? - gridò il burattino, saltando dall'allegrezza. -
Dunque la ferita non era grave? |
|
-
Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, - rispose il vecchietto,
- perché gli tirarono sul capo un grosso libro rilegato in cartone. |
|
-
E chi glielo tirò? |
|
-
Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio... |
|
-
E chi è questo Pinocchio? - domandò il burattino facendo lo gnorri. |
|
-
Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo... |
|
-
Calunnie! Tutte calunnie! |
|
-
Lo conosci tu questo Pinocchio? |
|
-
Di vista! - rispose il burattino. |
|
-
E tu che concetto ne hai? - gli chiese il vecchietto. |
|
-
A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno di voglia di studiare,
ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia... |
|
Mentre
il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si toccò il
naso e si accorse che il naso gli s'era allungato più d'un palmo.
Allora tutto impaurito cominciò a gridare: |
|
-
Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto: perché
conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io che è davvero
un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che invece di andare a
scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino! |
|
Appena
ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorcì e tornò della
grandezza naturale, come era prima. |
|
-
E perché sei tutto bianco a codesto modo? - gli domandò a un tratto il
vecchietto. |
|
-
Vi dirò... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro, che era
imbiancato di fresco, - rispose il burattino, vergognandosi a confessare
che lo avevano infarinato come un pesce, per poi friggerlo in padella. |
|
-
O della tua giacchetta, dè tuoi calzoncini e del tuo berretto che cosa
ne hai fatto? |
|
-
Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. |
|
Dite,
buon vecchio, non avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto
perché io possa ritornare a casa? |
|
-
Ragazzo mio, in fatto di vestiti, io non ho che un piccolo sacchetto,
dove ci tengo i lupini. Se vuoi, piglialo: eccolo là. |
|
E
Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchetto dei
lupini che era vuoto, e dopo averci fatto colle forbici una piccola buca
nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò a uso camicia. E
vestito leggerino a quel modo, si avviò verso il paese. |
|
Ma,
lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant'è vero che
faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da se solo, andava
dicendo: |
|
-
Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi vedrà?...
Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?... Scommetto che non me la
perdona!... Oh! Non me la perdona di certo... |
|
E
mi sta il dovere: perché io sono un monello che prometto sempre di
correggermi, e non mantengo mai!... |
|
Arrivò
al paese che era già notte buia, e perché faceva tempaccio e l'acqua
veniva giù a catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata
coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi aprire. |
|
Ma,
quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e invece di bussare si
allontanò, correndo, una ventina di passi. Si avvicinò una seconda
volta alla porta, e non concluse nulla: si avvicinò una terza volta, e
nulla: la quarta volta prese, tremando, il battente di ferro in mano, e
bussò un piccolo colpettino. |
|
Aspetta,
aspetta, finalmente dopo mezz'ora si aprì una finestra dell'ultimo
piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide affacciarsi una
grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso sul capo, la quale disse: |
|
-
Chi è a quest'ora? |
|
-
La Fata è in casa? - domandò il burattino. |
|
-
La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei? |
|
-
Sono io! |
|
-
Chi io? |
|
-
Pinocchio. |
|
-
Chi Pinocchio? |
|
-
Il burattino, quello che sta in casa colla Fata. |
|
-
Ah! ho capito, - disse la Lumaca. - Aspettami costì, che ora scendo giù
e ti apro subito. |
|
-
Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo. |
|
-
Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta. |
|
Intanto
passò un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui
Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall'acqua che aveva
addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si
affacciò la solita Lumaca. |
|
-
Lumachina bella, - gridò Pinocchio dalla strada, - sono due ore che
aspetto ! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due
anni. Spicciatevi, per carità. |
|
-
Ragazzo mio - gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e
tutta flemma, - ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno
mai fretta. |
|
E
la finestra si richiuse. |
|
Di
lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo
mezzanotte, e la porta era sempre chiusa. |
|
Allora
Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò con rabbia il battente della
porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto il casamento: ma
il battente che era di ferro, diventò a un tratto un'anguilla viva, che
sgusciandogli dalle mani sparì nel rigagnolo d'acqua in mezzo alla
strada. |
|
-
Ah, sì? - gridò Pinocchio sempre più accecato dalla collera. - Se il
battente è sparito, io seguiterò a bussare a furia di calci. |
|
E
tiratosi un poco indietro, lasciò andare una solennissima pedata
nell'uscio della casa. Il colpo fu così forte, che il piede penetrò
nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si provò a ricavarlo
fuori, fu tutta fatica inutile: perché il piede c'era rimasto
conficcato dentro, come un chiodo ribadito. |
|
Figuratevi
il povero Pinocchio ! Dovè passare tutto il resto della notte con un
piede in terra e con quell'altro per aria. |
|
La
mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì. |
|
Quella
brava bestiola della Lumaca, a scendere dal quarto piano fino all'uscio
di strada, ci aveva messo solamente nove ore. Bisogna proprio dire che
avesse fatto una sudata! |
|
-
Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? - domandò
ridendo al burattino. |
|
-
E' stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se vi riesce di
liberarmi da questo supplizio. |
|
-
Ragazzo mio, così ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto la
legnaiola. |
|
-
Pregate la Fata da parte mia!... |
|
-
La Fata dorme e non vuol essere svegliata. |
|
-
Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questa
porta? |
|
-
Divertiti a contare le formicole che passano per la strada. |
|
-
Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perché mi sento rifinito. |
|
-
Subito! - disse la Lumaca. |
|
Difatti
dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoio d'argento
in capo. Nel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto e quattro
albicocche mature. |
|
-
Ecco la colazione che vi manda la Fata, - disse la Lumaca. |
|
Alla
vista di quella grazia di Dio, il burattino sentì consolarsi tutto. |
|
Ma
quale fu il suo disinganno, quando incominciando a mangiare, si dovè
accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro
albicocche di alabastro, colorite al naturale. |
|
Voleva
piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via il vassoio e
quel che c'era dentro: ma invece, o fosse il gran dolore o la gran
languidezza di stomaco, fatto sta che cadde svenuto. |
|
Quando
si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a
lui. |
|
-
Anche per questa volta ti perdono, - gli disse la Fata, - ma guai a te
se me ne fai un'altra delle tue!... |
|
Pinocchio
promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre
bene. E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. Difatti, agli
esami delle vacanze, ebbe l'onore di essere il più bravo della scuola;
e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e
soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli disse: |
|
-
Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato! |
|
-
Cioè? |
|
-
Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo
perbene. |
|
Chi
non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto sospirata,
non potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici e compagni di scuola
dovevano essere invitati per il giorno dopo a una gran colazione in casa
della Fata, per festeggiare insieme il grande avvenimento: e la Fata
aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento
panini imburrati di sotto e di sopra. Quella giornata prometteva
d'essere molto bella e molto allegra, ma... |
|
Disgraziatamente,
nella vita dei burattini c'è sempre un ma, che sciupa ogni cosa. |
|
XXX |
|
Pinocchio, invece di diventare un ragazzo,
parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi. |
|
Com'è
naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare in
giro per la città a fare gli inviti: e la Fata gli disse: |
|
-
Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: ma
ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito? |
|
-
Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato, - replicò il burattino. |
|
-
Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il più delle
volte, fanno tardi a mantenere. |
|
-
Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la mantengo. |
|
-
Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto peggio per te. |
|
-
Perché? |
|
-
Perché i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa più di
loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia. |
|
-
E io l'ho provato! - disse Pinocchio. - Ma ora non ci ricasco più! |
|
-
Vedremo se dici il vero. |
|
Senza
aggiungere altre parole, il burattino salutò la sua buona Fata, che era
per lui una specie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori della
porta di casa. |
|
In
poco più d'un'ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni
accettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero un po'
pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nel caffè-e-latte
sarebbero stati imburrati anche dalla parte di fuori, finirono tutti col
dire: "Verremo anche noi, per farti piacere". |
|
Ora
bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne
aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo: ma
tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo
personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il
lucignolo nuovo di un lumino da notte. |
|
Lucignolo
era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma
Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a
casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda
volta, e Lucignolo non c'era: tornò una terza volta, e fece la strada
invano. |
|
Dove
poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide
nascosto sotto il portico di una casa di contadini. |
|
-
Che cosa fai costì? - gli domandò Pinocchio, avvicinandosi. |
|
-
Aspetto la mezzanotte, per partire... |
|
-
Dove vai? |
|
-
Lontano, lontano, lontano! |
|
-
E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!... |
|
-
Che cosa volevi da me? |
|
-
Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata? |
|
-
Quale? |
|
-
Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e
come tutti gli altri. |
|
-
Buon pro ti faccia. |
|
-
Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia. |
|
-
Ma se ti dico che parto questa sera. |
|
-
A che ora? |
|
-
Fra poco. |
|
-
E dove vai? |
|
-
Vado ad abitare in un paese... che è il più bel paese di questo mondo:
una vera cuccagna!... |
|
-
E come si chiama? |
|
-
Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu? |
|
-
Io? no davvero! |
|
-
Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai.
Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi? Lì non vi
sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. In quel
paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni
settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le
vacanze dell'autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimo
di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come
dovrebbero essere tutti i paesi civili!... |
|
-
Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi? |
|
-
Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera
poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne
pare? |
|
-
Uhm!... - fece Pinocchio: e tentennò leggermente il capo, come dire:
"è una vita che farei volentieri anch'io!". |
|
-
Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti. |
|
-
No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare
un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo
che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio
e buon viaggio. |
|
-
Dove corri con tanta furia? |
|
-
A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte. |
|
-
Aspetta altri due minuti. |
|
-
Faccio troppo tardi. |
|
-
Due minuti soli. |
|
-
E se poi la Fata mi grida? |
|
-
Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà, - disse
quella birba di Lucignolo. |
|
-
E come fai? Parti solo o in compagnia? |
|
-
Solo? Saremo più di cento ragazzi. |
|
-
E il viaggio lo fate a piedi? |
|
-
A mezzanotte passerà di qui il carro che ci deve prendere e condurre
fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese. |
|
-
Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!... |
|
-
Perché? |
|
-
Per vedervi partire tutti insieme. |
|
-
Rimani qui un altro poco e ci vedrai. |
|
-
No, no: voglio ritornare a casa. |
|
-
Aspetta altri due minuti. |
|
-
Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me. |
|
-
Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli? |
|
-
Ma dunque, - soggiunse Pinocchio, - tu sei veramente sicuro che in quel
paese non ci sono punte scuole?... |
|
-
Neanche l'ombra. |
|
-
E nemmeno maestri?... |
|
-
Nemmen'uno. |
|
-
E non c'è mai l'obbligo di studiare? |
|
-
Mai, mai, mai! |
|
-
Che bel paese! - disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina in bocca.
- Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!... |
|
-
Perché non vieni anche tu? |
|
-
E inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di
diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola. |
|
-
Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!... E anche quelle
liceali, se le incontri per la strada. |
|
-
Addio, Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta
degli amici. |
|
Ciò
detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi,
fermandosi e voltandosi all'amico, gli domandò: |
|
-
Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno
composte di sei giovedì e di una domenica? |
|
-
Sicurissimo. |
|
-
Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio
e finiscano coll'ultimo di dicembre? |
|
-
Di certissimo! |
|
-
Che bel paese! - ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia
consolazione. |
|
Poi,
fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e furia: |
|
-
Dunque, addio davvero: e buon viaggio. |
|
-
Addio. |
|
-
Fra quanto partirete? |
|
-
Fra due ore! |
|
-
Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi quasi capace
di aspettare. |
|
-
E la Fata?... |
|
-
Oramai ho fatto tardi!... E tornare a casa un'ora prima o un'ora dopo,
è lo stesso. |
|
-
Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida? |
|
-
Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà. |
|
Intanto
si era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videro muoversi
in lontananza un lumicino... e sentirono un suono di bubboli e uno
squillo di trombetta, così piccolino e soffocato, che pareva il sibilo
di una zanzara! |
|
-
Eccolo! - gridò Lucignolo, rizzandosi in piedi. |
|
-
Chi è? - domandò sottovoce Pinocchio. |
|
-
E' il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, sì o no? |
|
-
Ma è proprio vero, - domandò il burattino, - che in quel paese i
ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare? |
|
-
Mai, mai, mai! |
|
-
Che bel paese!... che bel paese!... che bel paese!... |
|
XXXI |
|
Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con
sua grande maraviglia, sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e
diventa un ciuchino, con la coda e tutto. |
|
Finalmente
il carro arrivò: e arrivò senza fare il più piccolo rumore, perché
le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci. |
|
Lo
tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma
di diverso pelame. |
|
Alcuni
erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri
rigati a grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa più singolare era
questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini,
invece di essere ferrati come tutti le altre bestie da tiro o da soma,
avevano ai piedi degli stivali da uomo di vacchetta bianca. |
|
E
il conduttore del carro?... |
|
Figuratevi
un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro,
con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce
sottile e carezzevole, come quella d'un gatto che si raccomanda al buon
cuore della padrona di casa. |
|
Tutti
i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara
nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera
cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese
dei Balocchi. |
|
Difatti
il carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e i dodici
anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante acciughe nella
salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non potevano quasi respirare:
ma nessuno diceva ~ohi!~, nessuno si lamentava. La consolazione di
sapere che fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove non c'erano
né libri, né scuole, né maestri, li rendeva così contenti e
rassegnati, che non sentivano né i disagi, né gli strapazzi, né la
fame, né la sete, né il sonno. |
|
Appena
che il carro si fu fermato, l'omino si volse a Lucignolo e con mille
smorfie e mille manierine, gli domandò sorridendo: |
|
-
Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato paese? |
|
-
Sicuro che ci voglio venire. |
|
-
Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c'è più posto. Come vedi,
è tutto pieno!... |
|
-
Pazienza! - replicò Lucignolo, - se non c'è posto dentro, io mi
adatterò a star seduto sulle stanghe del carro. |
|
E
spiccato un salto, montò a cavalcioni sulle stanghe. |
|
-
E tu, amor mio?... - disse l'omino volgendosi tutto complimentoso a
Pinocchio. - Che intendi fare? Vieni con noi, o rimani?... |
|
-
Io rimango, - rispose Pinocchio. - Io voglio tornarmene a casa mia:
voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno tutti i
ragazzi perbene. |
|
-
Buon pro ti faccia! |
|
-
Pinocchio! - disse allora Lucignolo. - Dai retta a me: vieni via con noi
e staremo allegri. |
|
-
No, no, no! |
|
-
Vieni via con noi e staremo allegri, - gridarono altre quattro voci di
dentro al carro. |
|
-
Vieni via con noi e staremo allegri, - urlarono tutte insieme un
centinaio di voci di dentro al carro. |
|
-
E se vengo con voi, che cosa dirà la mia buona Fata? - disse il
burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico. |
|
-
Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo in un
paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera! |
|
Pinocchio
non rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi un terzo
sospiro; finalmente disse: |
|
-
Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io !... |
|
-
I posti son tutti pieni, - replicò l'omino, - ma per mostrarti quanto
sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta... |
|
-
E voi?... |
|
-
E io farò la strada a piedi. |
|
-
No, davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire in
groppa a qualcuno di questi ciuchini! - gridò Pinocchio. |
|
Detto
fatto, si avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia e fece
l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a secco, gli
dette una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambe all'aria. |
|
Figuratevi
la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presenti
alla scena. |
|
Ma
l'omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchino ribelle,
e, facendo finta di dargli un bacio, gli staccò con un morso la metà
dell'orecchio destro. |
|
Intanto
Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizzò con un salto
sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu così bello, che i
ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: "Viva
Pinocchio!" e a fare una smanacciata di applausi, che non finivano
più. |
|
Quand'ecco
che all'improvviso il ciuchino alzò tutt'e due le gambe di dietro, e
dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino in
mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia. |
|
Allora
grandi risate daccapo: ma l'omino, invece di ridere, si sentì preso da
tanto amore per quell'irrequieto asinello, che, con un bacio, gli portò
via di netto la metà di quell'altro orecchio. Poi disse al burattino: |
|
-
Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualche
grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi e
spero di averlo reso mansueto e ragionevole. |
|
Pinocchio
montò: e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo che i ciuchini
galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della via maestra, gli
parve al burattino di sentire una voce sommessa e appena intelligibile,
che gli disse: |
|
-
Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai! |
|
Pinocchio,
quasi impaurito, guardò di qua e di là, per conoscere da qual parte
venissero queste parole; ma non vide nessuno: i ciuchini galoppavano, il
carro correva, i ragazzi dentro al carro dormivano, Lucignolo russava
come un ghiro e l'omino seduto a cassetta, canterellava fra i denti: |
|
Tutti
la notte dormono |
|
E
io non dormo mai... |
|
Fatto
un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la solita vocina fioca che
gli disse: |
|
-
Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e
voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi
interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una
fine disgraziata!... Io lo so per prova!... E te lo posso dire! Verrà
un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io... ma allora sarà
tardi !... |
|
A
queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino, spaventato più
che mai, saltò giù dalla groppa della cavalcatura e andò a prendere
il suo ciuchino per il muso. |
|
E
immaginatevi come restò, quando s'accorse che il suo ciuchino
piangeva... e piangeva proprio come un ragazzo! |
|
-
Ehi, signor omino, - gridò allora Pinocchio al padrone del carro, -
sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange. |
|
-
Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo |
|
-
Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ? |
|
-
No: ha imparato da sé a borbottare qualche parola, essendo stato tre
anni in una compagnia di cani ammaestrati. |
|
-
Povera bestia!... |
|
-
Via, via, - disse l'omino, - non perdiamo il nostro tempo a veder
piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la notte è fresca e la
strada è lunga. |
|
Pinocchio
obbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e la mattina,
sul far dell'alba, arrivarono felicemente nel Paese dei Balocchi. |
|
Questo
paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione
era tutta composta di ragazzi. I più vecchi avevano quattordici anni: i
più giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un'allegria, un
chiasso, uno strillio da levar di cervello! Branchi di monelli
dappertutto. Chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla,
chi andava in velocipede, chi sopra a un cavallino di legno; questi
facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano; altri, vestiti da
pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi
faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra
e colle gambe in aria; chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito
da generale coll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi
rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava,
chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo; insomma un tal
pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi
mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le
piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina
alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone
delle bellissime cose come queste: ~Viva i balocci~ (invece di |
|
~balocchi~):
~non voglamo più schole~ (invece di |
|
~non
vogliamo più scuole~): ~abbasso Larin Metica~ |
|
(invece
di ~l'aritmetica~) e altri fiori consimili. |
|
Pinocchio,
Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto il viaggio coll'omino,
appena ebbero messo il piede dentro la città, si ficcarono subito in
mezzo alla gran baraonda, e in pochi minuti, come è facile
immaginarselo, diventarono gli amici di tutti. Chi più felice, chi più
contento di loro? |
|
In
mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni,
le settimane, passavano come tanti baleni. |
|
-
Oh! che bella vita! - diceva Pinocchio tutte le volte che per caso
s'imbatteva in Lucignolo. |
|
-
Vedi, dunque, se avevo ragione?... - ripigliava quest'ultimo. - E dire
che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo di
tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a studiare!....
Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle scuole, lo devi a
me, ai miei consigli, alle mie premure, ne convieni? Non vi sono che i
veri amici che sappiano rendere di questi grandi favori. |
|
-
E' vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contento, è
tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, parlando
di te? Mi diceva sempre: "Non praticare quella birba di Lucignolo
perché Lucignolo è un cattivo compagno e non può consigliarti altro
che a far del male!...". |
|
-
Povero maestro! - replicò l'altro tentennando il capo. - Lo so
purtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a calunniarmi,
ma io sono generoso e gli perdono! |
|
-
Anima grande! - disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente l'amico e
dandogli un bacio in mezzo agli occhi. |
|
Intanto
era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e
di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un
libro, né una scuola, quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe,
come si suol dire, una gran brutta sorpresa che lo messe proprio di
malumore. |
|
XXXII |
|
A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco,
e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare. |
|
E
questa sorpresa quale fu? |
|
Ve
lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che Pinocchio,
svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel
grattarsi il capo si accorse... |
|
Indovinate
un po' di che cosa si accorse? |
|
Si
accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli erano
cresciuti più d'un palmo. |
|
Voi
sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini
piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure!
Immaginatevi dunque come restò, quando si poté scorgere che i suoi
orecchi, durante la notte, erano così allungati, che parevano due
spazzole di padule. |
|
Andò
subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non trovando uno
specchio, empì d'acqua la catinella del lavamano, e specchiandovisi
dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto vedere: vide, cioè, la sua
immagine abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini. |
|
Lascio
pensare a voi il dolore, la vergogna e la disperazione del povero
Pinocchio! |
|
Cominciò
a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma quanto più si
disperava, e più i suoi orecchi crescevano, crescevano e diventavano
pelosi verso la cima. Al rumore di quelle grida acutissime, entrò nella
stanza una bella Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale,
vedendo il burattino in così grandi smanie, gli domandò
premurosamente: |
|
-
Che cos'hai, mio caro casigliano? |
|
-
Sono malato, Marmottina mia, molto malato... e malato d'una malattia che
mi fa paura! Te ne intendi tu del polso? |
|
-
Un pochino. |
|
-
Senti dunque se per caso avessi la febbre. |
|
La
Marmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il polso
di Pinocchio gli disse sospirando: |
|
-
Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia!... |
|
-
Cioè? |
|
-
Tu hai una gran brutta febbre!... |
|
-
E che febbre sarebbe? |
|
-
E' la febbre del somaro. |
|
-
Non la capisco questa febbre! - rispose il burattino, che l'aveva pur
troppo capita. |
|
-
Allora te la spiegherò io, - soggiunse la Marmottina. - Sappi dunque
che fra due o tre ore tu non sarai più burattino, né un ragazzo... |
|
-
E che cosa sarò? |
|
-
Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio, come quelli
che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata al mercato. |
|
-
Oh! Povero me! Povero me! - gridò Pinocchio pigliandosi con le mani
tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strapazzandoli rabbiosamente, come
se fossero gli orecchi di un altro. |
|
-
Caro mio, - replicò la Marmottina per consolarlo, - che cosa ci vuoi tu
fare? Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza,
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le
scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in
divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti
piccoli somari. |
|
-
Ma davvero è proprio così? - domandò singhiozzando il burattino. |
|
-
Purtroppo è cosi! E ora i pianti sono inutili. Bisognava pensarci
prima! |
|
-
Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, Marmottina, è tutta di
Lucignolo!... |
|
-
E chi è questo Lucignolo!... |
|
-
Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essere
ubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... ma
Lucignolo mi disse: "Perché vuoi annoiarti a studiare? Perché
vuoi andare alla scuola? Vieni piuttosto con me, nel Paese dei Balocchi:
lì non studieremo più: lì ci divertiremo dalla mattina alla sera e
staremo sempre allegri". |
|
-
E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo
compagno? |
|
-
Perché?... Perché, Marmottina mia, io sono un burattino senza
giudizio... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino di cuore, non
avrei mai abbandonato quella buona Fata, che mi voleva bene come una
mamma e che aveva fatto tanto per me!... E a quest'ora non sarei più un
burattino... ma sarei invece un ragazzino a modo, come ce n'è tanti!
Oh!... ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene voglio dire un sacco
e una sporta! |
|
E
fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla porta, si ricordò che
aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di mostrarli al pubblico, che
cosa inventò?... Prese un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in
testa, se lo ingozzò fin sotto la punta del naso. |
|
Poi
uscì: e si dette a cercar Lucignolo dappertutto. Lo cercò nelle
strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo trovò. Ne
chiese notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno l'aveva veduto. |
|
Allora
andò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta bussò. |
|
-
Chi è? - domandò Lucignolo di dentro. |
|
-
Sono io! - rispose il burattino. |
|
-
Aspetta un poco, e ti aprirò. |
|
Dopo
mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio quando,
entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto
di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso. |
|
Alla
vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò
subito dentro di sé: |
|
"Che
l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche lui la
febbre del ciuchino?..." |
|
E
facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo: |
|
-
Come stai, mio caro Lucignolo? |
|
-
Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano. |
|
-
Lo dici proprio sul serio? |
|
-
E perché dovrei dirti una bugia? |
|
-
Scusami, amico: e allora perché tieni in capo codesto berretto di
cotone che ti cuopre tutti gli orecchi? |
|
-
Me l'ha ordinato il medico, perché mi sono fatto male a questo
ginocchio. E tu, caro burattino, perché porti codesto berretto di
cotone ingozzato fin sotto il naso? |
|
-
Me l'ha ordinato il medico, perche mi sono sbucciato un piede. |
|
-
Oh! povero Pinocchio!... |
|
-
Oh! povero Lucignolo!... |
|
A
queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i
due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto di
canzonatura. |
|
Finalmente
il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo
compagno: |
|
-
Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia
agli orecchi? |
|
-
Mai!... E tu? |
|
-
Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi fa
spasimare. |
|
-
Ho lo stesso male anch'io. |
|
-
Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole? |
|
-
Tutt'e due. E tu? |
|
-
Tutt'e due. Che sia la medesima malattia? |
|
-
Ho paura di sì? |
|
-
Vuoi farmi un piacere, Lucignolo? |
|
-
Volentieri! Con tutto il cuore. |
|
-
Mi fai vedere i tuoi orecchi? |
|
-
Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio. |
|
-
No: il primo devi essere tu. |
|
-
No, carino! Prima tu, e dopo io! |
|
-
Ebbene, - disse allora il burattino, - facciamo un patto da buoni amici. |
|
-
Sentiamo il patto. |
|
-
Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti? |
|
-
Accetto. |
|
-
Dunque attenti! |
|
E
Pinocchio cominciò a contare a voce alta: |
|
-
Uno! Due! Tre! |
|
Alla
parola ~tre!~ i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li
gettarono in aria. |
|
E
allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera.
Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti
tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e
dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente
cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare in una bella
risata. |
|
E
risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più
bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e barcollando e
cambiando colore, disse all'amico: |
|
-
Aiuto, aiuto, Pinocchio! |
|
-
Che cos'hai? |
|
-
Ohimè. Non mi riesce più di star ritto sulle gambe. |
|
-
Non mi riesce più neanche a me, - gridò Pinocchio, piangendo e
traballando. |
|
E
mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e,
camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre
per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe,
i loro visi si allungarono e diventarono musi e le loro schiene si
coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero. |
|
Ma
il momento più brutto per què due sciagurati sapete quando fu? Il
momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono
spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore,
si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino. |
|
Non
l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei
ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due coro: ~j-a,
j-a, j-a~. |
|
In
quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse: |
|
-
Aprite! Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi portò in
questo paese. Aprite subito, o guai a voi! |