ATOMO
Atomo
La più piccola porzione di un elemento chimico, che conservi le proprietà
dell’elemento stesso. La parola "atomo", che deriva dal greco átomos,
"indivisibile", fu introdotta dal filosofo greco Leucippo per definire
le entità elementari, indistruttibili e indivisibili, di cui riteneva che fosse
costituita la materia.
Atomi
al microscopio Con un microscopio elettronico a effetto tunnel (STM), che
scandaglia le superfici rivelando correnti elettriche tra il campione e la
sonda, è possibile distinguere gli atomi di qualunque materiale conduttore; ad
esempio del germanio, di cui in questa immagine si osserva il reticolo
cristallino. Essendo gli atomi di dimensioni centinaia di volte inferiori alla
lunghezza d'onda della luce visibile, non sarà mai possibile esaminarli con un
pur avanzatissimo microscopio ottico, perché il potere risolutivo di questo
tipo di strumento è intrinsecamente limitato dalla natura della radiazione
utilizzata.IBM Research/Peter Arnold, Inc.
NOTIZIE
STORICHE
La teoria atomica ricevette un notevole impulso nei secoli XVI e XVII, quando iniziarono i primi studi sperimentali nell'ambito della chimica. Tali esperimenti evidenziarono che le sostanze potevano essere suddivise nei loro componenti ultimi, o in "corpi semplici", e che questi potevano combinarsi per formare nuovi composti con proprietà del tutto diverse. In altre parole cominciò a delinearsi il concetto di elemento chimico.
La teoria di Dalton
Molecola
dell'acqua La molecola dell'acqua è costituita da un atomo di ossigeno e da due
atomi di idrogeno, disposti a formare un angolo di circa 104°. L'alta
elettronegatività dell'ossigeno, che consiste nella sua proprietà di attirare
con maggior forza gli elettroni di legame, fa sì che la distribuzione delle
cariche elettriche nella molecola non sia uniforme, ma polare. Questa
caratteristica è responsabile di diverse proprietà specifiche dell'acqua, tra
cui il fatto di avere una densità maggiore allo stato liquido che allo stato di
ghiaccio.
La
natura degli elementi fu precisata dal punto di vista scientifico e quantitativo
agli inizi del XIX secolo dal chimico britannico John Dalton, oggi considerato
il padre della moderna teoria atomica. Partendo dall'osservazione che gli
elementi si combinano per formare diversi composti, secondo rapporti in peso ben
definiti, egli sviluppò il concetto moderno di atomo come particella di
dimensioni e peso caratteristici per ciascun elemento. In un secondo tempo, si
comprese che le reazioni chimiche che avvengono tra elementi danno luogo alla
formazione di molecole, cioè di aggregati di più atomi di composizione
definita e costante. Ogni molecola d'acqua, ad esempio, è composta da un atomo
d'ossigeno e da due atomi di idrogeno legati da forze di natura elettrostatica,
come è indicato dalla formula chimica H2O.
La legge di Avogadro
Nel
1811 il chimico italiano Amedeo Avogadro formulò la legge secondo la quale
volumi uguali di gas diversi, nelle medesime condizioni di temperatura e
pressione, contengono lo stesso numero di particelle. In accordo a questa legge,
due contenitori identici, ad esempio di capacità pari a un litro, riempiti uno
di elio e l'altro di ossigeno, contengono lo stesso numero di particelle: nel
primo caso una particella corrisponde effettivamente a un atomo di elio He, nel
secondo a una molecola di ossigeno, di formula chimica O2.
Peso e dimensioni atomici
Dalla
legge di Avogadro si può dedurre che il peso di volumi di riferimento (e dunque
la densità) di diversi gas è proporzionale al peso delle singole molecole che
li costituiscono. In altre parole, se un litro di ossigeno pesa sedici volte in
più rispetto a un litro di idrogeno, è possibile concludere che il peso di una
molecola, o di un atomo, di ossigeno è sedici volte maggiore del peso di una
molecola o di un atomo di idrogeno: ciò permette di assegnare in modo semplice
il peso atomico o molecolare ai diversi elementi. Se si assume come riferimento
l'atomo di carbonio, assegnandogli il peso di dodici unità di massa atomica (uma),
l'idrogeno avrà peso atomico 1,0079 uma, l'elio 4,0026 uma, il fluoro 18,9984
uma e il sodio 22,9898 uma. A questo proposito va sottolineato che si parla
impropriamente di "peso atomico", essendo il peso la forza esercitata
su un corpo per effetto dell'attrazione gravitazionale terrestre, mentre sarebbe
più corretto utilizzare il termine "massa atomica", che
effettivamente è una misura della quantità di materia contenuta in un corpo.
Il
fatto che il peso atomico di molti elementi fosse vicino a un numero intero
indusse lo scienziato britannico William Prout a suggerire, nel 1816, che tutti
gli atomi fossero "composti" da atomi di idrogeno. Ben presto,
tuttavia, la scoperta di nuovi elementi e la misurazione più precisa dei pesi
atomici degli elementi invalidarono questa ipotesi. Agli inizi del Novecento,
inoltre, si evidenziò che non tutti gli atomi di uno stesso elemento hanno il
medesimo peso atomico: atomi di uno stesso elemento, dotati di peso diverso,
sono riconosciuti come isotopi dell'elemento.
Il
riferimento per la scala di pesi o masse atomici fu, per tutta la prima metà
del secolo, l'atomo di ossigeno, a cui era assegnato peso atomico 16. All'inizio
degli anni Sessanta, le unioni internazionali di chimica e fisica decisero di
adottare come nuovo standard l'isotopo più diffuso del carbonio 12, cui venne
assegnato peso atomico esattamente uguale a 12; questa scelta si è dimostrata
particolarmente appropriata, perchè il carbonio 12 viene frequentemente
utilizzato per tarare particolari strumenti di misura delle masse atomiche, gli
spettrometri di massa. Le tabelle dei pesi atomici basate sul carbonio 12 e
sull'ossigeno naturale sono comunque in ottimo accordo.
I
numerosi tentativi fatti nel passato per determinare dimensione e peso degli
atomi sono stati perlopiù insoddisfacenti, a causa della mancanza di strumenti
e tecniche adeguati. Solo in tempi più recenti vari esperimenti hanno permesso
di stabilire che l'atomo di idrogeno ha diametro di circa 10-10 m e pesa circa
1,7x10-24 g. Questo significa che una goccia d'acqua contiene più di mille
miliardi di miliardi di atomi di idrogeno.
La
tavola periodica
Tavola
periodica degli elementi Disponendo gli elementi chimici conosciuti in ordine di
peso atomico, Dmitrij Mendeleev osservò la periodicità delle loro proprietà
chimico-fisiche e costruì una tabella, nota come tavola periodica degli
elementi, in cui li classificò in serie e gruppi significativi. In base ai
criteri di periodicità evidenziati Mendeleev ipotizzò inoltre l'esistenza di
alcuni elementi chimici allora sconosciuti, che vennero scoperti in seguito a
conferma delle sue teorie.
Verso
la metà del XIX secolo i chimici osservarono che il comportamento
chimico-fisico degli elementi presentava delle regolarità che potevano essere
evidenziate organizzando gli elementi in forma tabulare. Il chimico russo
Dmitrij Ivanovic Mendeleev propose una tavola periodica, nella quale gli
elementi erano ordinati in righe e colonne, di modo che quelli aventi
caratteristiche chimico-fisiche simili fossero disposti in gruppi definiti. A
ciascun elemento venne assegnato, in funzione della posizione che occupava nella
tavola, un numero progressivo (numero atomico) variabile da 1 (assegnato
all'idrogeno) a 92 (assegnato all'uranio). Mendeleev mostrò tanta fiducia nella
sua tavola, da lasciare posti vuoti in corrispondenza di elementi che, in base
ai suoi ragionamenti, avrebbero dovuto esistere, ma che non erano ancora stati
osservati sperimentalmente. Tali elementi furono effettivamente scoperti negli
anni successivi. Nella tavola, gli elementi con più alto numero atomico hanno
peso atomico maggiore, ed effettivamente i diversi pesi atomici sono sempre
prossimi a numeri interi, come aveva previsto William Prout.
Radioattività
Verso
la fine del XIX secolo, una serie di importanti scoperte mostrò chiaramente che
l'atomo poteva essere ulteriormente suddiviso. Nel 1895 lo scienziato tedesco
Wilhelm Conrad Röntgen annunciò la scoperta dei raggi X, radiazioni capaci di
penetrare attraverso fogli di piombo, e l'anno successivo il fisico francese
Antoine-Henri Becquerel scoprì che alcune sostanze, ad esempio i sali di
uranio, emettevano radiazioni penetranti di origine sconosciuta. Le ricerche
sulla radioattività, condotte dagli scienziati francesi Marie e Pierre Curie e
indipendentemente dal fisico britannico Ernest Rutherford, permisero di
concludere che alcuni elementi pesanti, quali l'uranio, il torio e il radio,
emettono tre diversi tipi di radiazione, chiamati raggi a (alfa), ß (beta) e g
(gamma). Nel 1897 la scoperta dell'elettrone, a opera del fisico britannico
Joseph John Thomson, rese evidente che gli atomi sono composti da particelle più
piccole. Fu lo stesso Thomson, pochi anni dopo, a proporre un nuovo modello di
atomo, nel quale gli elettroni erano disseminati all’interno di una sfera di
carica positiva: il modello viene spesso riferito con il nome di plum-pudding,
paragonando gli elettroni alle uvette sparse in una torta (la regione di carica
positiva).
Successivamente,
in breve tempo, fu possibile definire la natura delle diverse forme di
radiazione osservate: i raggi gamma vennero associati a onde elettromagnetiche,
e dunque a radiazioni della stessa natura dei raggi X, ma di lunghezza d'onda
inferiore, mentre si scoprì che i raggi beta e i raggi alfa erano costituiti
rispettivamente da elettroni e da nuclei di elio.
L’atomo
di Rutherford
La
comprensione dei meccanismi di decadimento radioattivo di alcuni elementi
permise ai fisici di studiare più intimamente la natura degli atomi. Si scoprì
che l'atomo è costituito principalmente da uno spazio vuoto, al centro del
quale si trova un nucleo di dimensioni pari a circa un decimillesimo del
diametro dell'intero atomo. In seguito a esperimenti di diffusione di particelle
alfa da parte di atomi di elementi metallici, Ernest Rutherford concluse che la
massa dell'atomo è concentrata in massima parte nel nucleo, attorno al quale
gli elettroni ruotano percorrendo orbite predefinite. La carica positiva del
nucleo viene bilanciata dalla carica negativa portata dagli elettroni, di modo
che l'atomo, in condizioni normali, risulti elettricamente neutro.
Il
modello atomico di Rutherford, tuttavia, presentava alcuni inconvenienti: a
causa del loro moto intorno al nucleo, dotato di accelerazione non nulla, gli
elettroni avrebbero dovuto irraggiare con continuità, perdendo progressivamente
energia, fino a collassare sul nucleo. Questo avrebbe reso impossibile
l'esistenza di atomi stabili, in evidente disaccordo con le osservazioni
sperimentali.
L’atomo di Bohr
Evoluzione
del modello di atomo Il modello atomico oggi riconosciuto valido è il frutto di
una lunga serie di teorie che si sono succedute a partire dal 1899. Il primo
modello proposto, quello di Thompson, prevedeva che gli elettroni fossero
distribuiti uniformemente in una sfera positivamente carica. Rutherford comprese
invece che la carica positiva doveva essere concentrata al centro dell'atomo
(nel nucleo), e gli elettroni orbitare nello spazio circostante. Bohr andò
oltre, introducendo il concetto di quantizzazione delle orbite elettroniche;
Schrödinger, infine, rivoluzionò l'idea di orbita elettronica intendendola non
più come la traiettoria fisicamente percorsa dall'elettrone, ma come regione di
spazio che possiede la più alta probabilità di essere occupata dall'elettrone.
Per
eliminare le discrepanze tra l'atomo di Rutherford e i dati sperimentali, nel
1913 il fisico danese Niels Bohr propose un nuovo modello atomico, entrato a far
parte dei fondamenti della meccanica quantistica. Secondo Bohr, gli elettroni
percorrono orbite stazionarie intorno al nucleo, senza subire variazioni di
energia: a ciascuna orbita corrisponde un determinato valore dell'energia
dell'elettrone (livello energetico) e si ha emissione di radiazione solo quando
l'elettrone effettua una transizione elettronica (un “salto quantico”) fra
livelli energetici diversi. In particolare un atomo emette radiazione
elettromagnetica se un elettrone si sposta da un livello energetico superiore a
uno inferiore, e assorbe radiazione nel caso contrario.
Configurazioni
elettroniche
Densità
elettronica e forma degli orbitali Gli orbitali atomici sono funzioni
matematiche, ottenute dalla soluzione dell'equazione di Schrödinger, che
descrivono la probabilità di trovare l'elettrone nelle diverse regioni dello
spazio intorno al nucleo. In figura sono mostrati tre tipi di orbitali atomici,
relativi a configurazioni elettroniche corrispondenti a diverse energie
atomiche. Ciascun orbitale può essere occupato al massimo da due elettroni,
come prescritto dal principio di Pauli; perciò gli atomi a più di due
elettroni presentano una complicata struttura di orbitali concentrici in
successione.
La
disposizione degli elettroni nei livelli energetici è detta configurazione
elettronica dell'atomo. Il numero totale degli elettroni è uguale al numero
atomico dell'atomo: l'idrogeno, ad esempio, ha un unico elettrone, l'elio ne ha
due e così via. I gusci elettronici (così sono anche definiti i diversi
livelli energetici fra cui si distribuiscono gli elettroni) vengono riempiti in
modo regolare, dal primo livello fino al settimo, e ciascuno di essi può
contenere un numero massimo definito di elettroni. Il primo livello è completo
quando contiene due elettroni, il secondo può contenere otto elettroni, il
terzo diciotto, e così via. Il settimo livello non è completo in alcuno degli
elementi esistenti in natura. Il comportamento chimico di un atomo è
determinato dal numero degli elettroni più esterni, ossia appartenenti al
livello energetico più distante dal nucleo.
I
gas nobili (elio, neon, argo, cripto, xeno e rado) hanno il livello energetico
più esterno completamente occupato, e ciò spiega il caratteristico
comportamento chimico di questi elementi, che sono appunto classificati anche
come "gas inerti": in natura non reagiscono con alcun altro elemento,
sebbene in laboratorio siano recentemente stati sintetizzati alcuni fluoruri di
cripto, xeno e rado.
Il
guscio più esterno degli atomi dei metalli alcalini (fra i quali litio, sodio e
potassio) contiene invece un solo elettrone, che viene facilmente
"ceduto" a un altro atomo, formando un gran numero di composti
chimici. Il metallo alcalino infatti, perdendo un elettrone, acquista stabilità,
in quanto trasforma il suo livello energetico più esterno in uno completamente
occupato. Un comportamento in un certo senso speculare caratterizza gli alogeni
(fra i quali fluoro, cloro, bromo e iodio), il cui livello energetico esterno può
venire completato con l'annessione di un elettrone: questo giustifica l'alta
reattività di tali elementi, che tendono a combinarsi "acquistando"
l'elettrone mancante.
I
livelli elettronici non vengono necessariamente riempiti in ordine consecutivo.
Nei primi diciotto elementi della tavola periodica, gli elettroni sono disposti
in modo regolare, e ogni livello energetico viene completato prima del
successivo; a partire dal diciannovesimo elemento, questo ordine non viene più
rispettato, pur continuando a rimanere valide alcune "regole di
riempimento". La periodicità delle configurazioni elettroniche si riflette
nella ripetizione regolare di determinate caratteristiche chimico-fisiche degli
elementi, e giustifica da un punto di vista teorico la loro disposizione nella
tavola periodica.
L’atomo
di Schrödinger
La
teoria proposta da Bohr, che funzionava bene per spiegare l’emissione di
radiazione da parte dell’atomo di idrogeno, dotato di un solo elettrone,
incontrava però notevoli difficoltà per rendere conto del comportamento di
atomi più complessi. Essa prevedeva che gli elettroni ruotassero attorno al
nucleo, percorrendo orbite stazionarie analoghe a quelle dei pianeti intorno al
Sole, ma non riusciva a spiegare perché solo determinate traiettorie fossero
permesse. Quando il fisico francese Louis De Broglie suggerì che in alcuni
fenomeni le particelle possono mostrare un comportamento simile a quello delle
onde, Erwin Schrödinger ebbe l’idea di associare anche agli elettroni atomici
un moto ondulatorio intorno al nucleo. Solo le onde che permettevano determinate
configurazioni stazionarie erano percorse dagli elettroni: questo spiegava le
regole di selezione per i “salti quantici”.
Il
modello fu perfezionato da Max Born, secondo il quale la funzione (funzione
d’onda) associata a ciascun elettrone non descriveva l’effettivo moto
dell’elettrone intorno al nucleo, ma era in grado solamente di fornire la
probabilità di occupazione, da parte dell'elettrone, di determinate regioni
dello spazio circostante il nucleo. In questa visione, che coincide con la
moderna rappresentazione atomica, il concetto di orbita scompare per essere
sostituito da quello di "nuvola elettronica", che corrisponde alla
regione atomica dove è massima la probabilità di addensamento degli elettroni.
GLI
SPETTRI ATOMICI
Uno
dei principali successi dei fisici teorici fu la spiegazione degli spettri a
righe caratteristici di ciascun elemento (vedi Spettroscopia). Atomi eccitati da
un'opportuna sorgente esterna di energia emettono radiazione elettromagnetica,
di frequenza ben definita. Ad esempio, idrogeno gassoso, tenuto in condizioni di
bassa pressione in un tubo di vetro, emette luce visibile di color rosso, quando
il tubo è attraversato da cariche elettriche. L'esame di questa radiazione,
eseguito a mezzo di uno spettroscopio, mostra che in realtà il gas emette uno
spettro a righe, ovvero radiazione di una serie di frequenze a distanza regolare
una dall'altra. La teoria di Bohr permette di calcolare le lunghezze d'onda
dello spettro di emissione in modo semplice e preciso, ipotizzando che ciascuna
riga spettrale corrisponda al salto di un elettrone da un livello di energia
superiore, e quindi più distante dal nucleo, a un livello caratterizzato da
un’energia inferiore. Gli elettroni che normalmente occupano i livelli
quantici più vicini al nucleo, e perciò hanno energia più bassa, vengono
"eccitati" dalle scariche elettriche, ovvero assorbono energia, e
saltano a livelli quantici superiori; da qui possono "ricadere" ai
livelli inferiori, cedendo nuovamente energia all'esterno sotto forma di
radiazione.
Molti
atomi pesanti possono essere eccitati in modo da coinvolgere gli elettroni più
vicini al nucleo e da provocare transizioni elettroniche tra livelli energetici
interni. Queste transizioni richiedono grosse quantità di energia, e
determinano l'emissione di raggi X, radiazioni molto penetranti a frequenza
altissima.
IL
NUCLEO ATOMICO
Isotopi
dell'idrogeno Gli isotopi sono atomi di uno stesso elemento aventi un ugual
numero di protoni ma un diverso numero di neutroni. La forma isotopica più
abbondante dell'idrogeno (prozio) è costituita da un solo protone intorno al
quale orbita un unico elettrone. Ne esistono però altre due: il deuterio, che
ha un neutrone nel nucleo, e il trizio, che ne ha due.
Nel
1919 Rutherford osservò che le particelle alfa, incidendo su un campione di
azoto, provocano la formazione di atomi di ossigeno e contemporaneamente
l'emissione di particelle dotate di carica positiva. In seguito si scoprì che
queste particelle, che vennero chiamate protoni, sono identiche ai nuclei degli
atomi di idrogeno e sono i costituenti dei nuclei di tutti gli elementi.
Nessun
nuovo indizio sulla struttura dei nuclei si ebbe fino al 1932, quando il fisico
britannico James Chadwick scoprì il neutrone, una particella nucleare avente
massa quasi identica a quella del protone, ma priva di carica elettrica. Oggi si
sa che tutti i nuclei sono costituiti esclusivamente da protoni e neutroni;
inoltre, in ogni atomo il numero di protoni è uguale al numero di elettroni, e
quindi al numero atomico. In tal modo l'atomo, possedendo un ugual numero di
cariche positive e negative, risulta elettricamente neutro. Gli isotopi di uno
stesso elemento possiedono un ugual numero di elettroni e di protoni, e quindi
manifestano le stesse proprietà chimiche, ma differiscono per il numero dei
neutroni. Nel caso del cloro, i simboli 35Cl e 37Cl indicano rispettivamente gli
isotopi cloro 35 e cloro 37; in ciascuno dei due casi, l'apice indica il numero
di massa dell'isotopo, pari alla somma del numero di protoni (che per il cloro
è sempre 17) e del numero di neutroni. Talvolta si adotta la notazione ·Cl, in
cui viene esplicitato il numero atomico.
I
nuclei meno stabili sono quelli che contengono un numero dispari di neutroni e
di protoni; tutti i nuclei di questo tipo, tranne quelli di quattro elementi,
sono radioattivi. In genere, un numero di neutroni molto superiore a quello dei
protoni rende il nucleo instabile; i nuclei di tutti gli isotopi degli elementi
oltre il bismuto posseggono questa caratteristica, e infatti sono tutti
radioattivi. La maggior parte dei nuclei stabili contiene un numero pari di
protoni e di neutroni.
Radioattività
artificiale
Nei
primi anni Trenta, gli esperimenti compiuti dai fisici francesi Irène e Frédéric
Joliot-Curie mostrarono che i nuclei di elementi stabili potevano essere resi
radioattivi in modo artificiale, bombardando gli atomi con particelle nucleari
accelerate, oppure con radiazioni di frequenza opportuna. Questo procedimento
determina la formazione di isotopi radioattivi, detti anche radioisotopi, che
sono il prodotto di complesse reazioni nucleari. Lo sviluppo di potenti
acceleratori di particelle, che permette di accelerare i proiettili nucleari a
energie molto elevate, ha reso possibile l'osservazione di migliaia di reazioni
nucleari e lo studio del comportamento di isotopi radioattivi di diversa natura.
Reazioni
nucleari
Nel
1932 i due scienziati britannici John Cockcroft ed Ernest Walton furono i primi
a impiegare particelle accelerate artificialmente per disintegrare nuclei
atomici. Nel corso di un celebre esperimento, essi bombardarono un bersaglio di
litio con un fascio di protoni accelerato da un moltiplicatore di tensione. I
nuclei di litio 7 si spezzarono in due frammenti, ciascuno dei quali era un
nucleo di elio 4. La reazione nucleare che ha luogo in questo processo può
essere espressa per mezzo dell'equazione
7Li+
1H = 4He + 4He
Il
litio 7, l'idrogeno fondamentale e l'elio 4 hanno rispettivamente massa 7,018242
uma, 1,008137 uma e 4,003910 uma. La somma delle masse dei reagenti è uguale a
8.026379 uma, mentre quella dei prodotti vale 8,007820 uma: la reazione comporta
quindi una perdita di massa pari a 0,018559 uma. Usando l'equazione E= mc2 –
espressa da Albert Einstein nell'ambito della formulazione della teoria della
relatività ristretta – che esprime l'equivalenza tra massa ed energia, si
conclude che 1 uma equivale a 931,3 MeV, e che la reazione nucleare indicata è
accompagnata dal rilascio di 17,28 MeV. La quantità di massa persa si trasforma
in energia cinetica dei nuclei di elio.
ENERGIA
ATOMICA
Fermi e la pila atomica
Enrico
Fermi dà per la prima volta la dimostrazione ufficiale del funzionamento della
pila atomica in presenza del rappresentante dell'industria che dovrà curarne la
produzione. Premio Nobel per la fisica nel 1938, Fermi abbandonò l'Italia in
seguito alle leggi razziali (che lo coinvolgevano in quanto sposato con una
ebrea) e rimase negli Stati Uniti anche dopo la fine della guerra, mantenendo
all'università di Chicago la cattedra di fisica e la direzione dell'Istituto di
studi nucleari.
Nel
1905 Albert Einstein propose, come parte della teoria della relatività
ristretta, la celebre equazione E=mc2, che esprime l'equivalenza tra massa ed
energia. Essa associa a ogni massa m una quantità d'energia E pari al prodotto
della massa per il quadrato della velocità della luce c. A causa dell'enorme
valore di c, una massa molto piccola "equivale" a una quantità di
energia molto grande. Poiché più del 99% della massa di un atomo è
concentrata nel nucleo, le variazioni della massa nucleare che avvengono
nell'ambito delle reazioni di fissione e fusione nucleare liberano enormi
quantità di energia.
Nel
1934 il fisico Enrico Fermi realizzò la prima fissione nucleare controllata,
tuttavia l'esatta natura del fenomeno non venne riconosciuta fino al 1939,
quando gli scienziati tedeschi Otto Hahn e Fritz Strassmann annunciarono di aver
prodotto la fissione di un nucleo di uranio mediante bombardamento con neutroni.
La frammentazione del nucleo è accompagnata dall'emissione di altri neutroni,
che possono alimentare la reazione nucleare dando luogo a un processo a catena;
ciò accade, ad esempio, durante l'esplosione di una bomba atomica. La stessa
reazione, se realizzata in condizioni controllate, può invece essere usata per
produrre energia. Oggi i fisici si sforzano di sviluppare metodi per mantenere
sotto controllo le reazioni di fusione nucleare, in modo da utilizzare questa
potenziale enorme risorsa di energia per applicazioni pratiche.
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