|
Marie
Sklodowska Curie
(Varsavia 1867 - Savoy, Francia 1934)
Marie
Sklodowska, destinata a diventare famosa come "Madame Curie",
ricevette la prima educazione in Polonia, sua terra natale. Nel 1891 si
trasferì a Parigi per proseguire gli studi universitari, conseguendo poco
dopo la laurea sia in matematica che in fisica. All'università conobbe
Pierre Curie, che sposò nel 1895 e col quale cominciò a studiare il
fenomeno della radioattività, da poco scoperto da Henry.Becquerel.
Gli studi dei coniugi Curie, all'inizio condotti in laboratori
estremamente precari e senza nessun tipo di protezione, portarono alla
scoperta di due elementi radioattivi: il polonio (così chiamato in
onore della terra natale di Marie) e il radio. Per questo essi
ricevettero, insieme a
H. Becquerel, il premio Nobel per la Fisica nel
1903. Quando nel 1906 Pierre morì tragicamente travolto da una carrozza,
Marie gli subentrò alla cattedra alla Sorbona, la prima cattedra
universitaria assegnata ad una donna in Francia. Per i suoi successivi
lavori sulla radioattività Marie Curie ricevette anche il premio Nobel
per la Chimica nel 1911.
Durante la prima guerra mondiale, insieme alla figlia Irene, si impegnò a
predisporre servizi di radiologia da campo per alleviare le sofferenze dei
soldati. All'età di 67 anni morì di leucemia, sicuramente conseguente
alle prolungate esposizioni alle radiazioni, di cui ancora erano ignote le
conseguenze.

DOPO
DI LEI CAMBIO' IL MONDO
DIEDE ALL'UMANITÀ LA PRIMA ARMA PER
LA LOTTA CONTRO I TUMORI
"Marie Curie. Fuggì
dalla Polonia per andare a studiare a Parigi"
Il primo laboratorio in cui i coniugi Pierre Curie
(1859-1906) e Marie Sklodowska ( nata a Varsavia nel 1867, e unitasi in
matrimonio con Pierre nel 1895) svolgono le loro ricerche
scientifiche, consiste in un piccolo locale vetrato appartenente alla
scuola di Fisica dove lavora Pierre. E' un magazzino in cui sono ammassati
quintali di roba e che funge anche da sala delle macchine; è privo di
un'installazione elettrica adeguata e l'aria è satura di fumo e umidità,
nemici giurati degli strumenti di precisione con cui è necessario fare
gli esperimenti. Ma Marie non ci fa troppo caso, avvezza e quasi
affezionata alla vita stoica e spartana che ha condotto durante gli anni
di studio 'matto e disperatissimo' a Parigi.
Fuggita dalla sua amata Varsavia che interdiceva alle donne l'accesso
all'università, a Parigi aveva abitato in un minuscolo sottotetto che
prendeva luce da un piccolo abbaino.
Non c'era né luce elettrica, né gas, né acqua. D'altra parte ad una
camera in condivisione con altri studenti, la giovane polacca aveva
preferito una soluzione decisamente più modesta, ma in compenso aveva
tutto il silenzio e la concentrazione necessari per rendere al massimo nei
suoi studi. L'arredamento si limitava allo stretto necessario: una branda
con un vecchio materasso, una stufa, una lampada a petrolio, un tavolino
con un'unica sedia, un fornelletto a spirito per preparare i pasti, due
piatti, un coltello, una forchetta, un cucchiaio, una tazza, una
casseruola, tre bicchieri ed un grosso baule che fungeva da armadio e da
sedia per gli ospiti.
Quaranta rubli al mese erano la cifra che Marie doveva farsi bastare per
ogni necessità ed erano frutto dei suoi guadagni come istitutrice quando
era in Polonia, dei sacrifici di suo padre e di parte dello stipendio di
sua sorella Bronia, che laureatasi in medicina a Parigi, viveva poco
lontano da casa sua. Marie solitamente studiava febbrilmente tutto il
giorno fino alle sei di mattina e comunque fino a quando non ne poteva
proprio più. Talvolta si dimenticava di accendere la stufa, oppure
evitava appositamente di accenderla se la scorta di carbone per quel mese
era esaurita e allora le sue dita piano piano diventavano viola dal
freddo; quando sentiva il bisogno di una pausa, si dedicava al bucato dei
suoi vestiti lisi, dei quali ormai si vedeva chiaramente la trama del
tessuto.
I suoi pasti consistevano perlopiù di pane imburrato e tè e in poco
tempo diventò anemica e soggetta a frequenti svenimenti. Alla Sorbona
frequentava le lezioni di fisica, chimica e matematica, e giorno dopo
giorno apprendeva con sempre maggior sorpresa ed esaltazione quanto il
cervello umano sia in grado di conoscere. Ma la sua passione erano gli
esperimenti scientifici che si tenevano nel laboratorio dell'università.
Marie amava persino l'aria che si respirava nel laboratorio, il silenzio,
la concentrazione quasi palpabile, il raccoglimento intorno al proprio
alambicco o alla cappa del camino da cui uscivano gas e fumi puzzolenti.
La stessa atmosfera che ora Marie ritrova nello sgabuzzino della scuola di
Fisica, dove insieme a suo marito tenta di capire da dove derivino quelle
radiazioni che Henri Becquerel aveva notato esaminando i sali d'uranio.
Becquerel aveva iniziato i suoi esperimenti e le sue ricerche per capire
se raggi simili ai raggi X, scoperti da Roentgen nel 1895, potessero
essere emessi dai corpi fluorescenti sotto l'azione della luce. Aveva così
notato che i sali d'uranio rimasti al riparo dalla luce, emettevano
spontaneamente delle radiazioni. Ma la loro azione non finiva qui. Se il
composto d'uranio veniva posto sopra una lastra fotografica, circondata da
una carta nera, questo impressionava la lastra attraverso la carta;
inoltre i raggi emessi dall'uranio riuscivano a scaricare un elettroscopio
rendendo conduttrice l'aria circostante. Ma ciò che Becquerel non era
riuscito a scoprire, era da dove questa energia potesse derivare. Il primo
scopo che Marie si pone è quello di misurare il potere dei raggi d'uranio
di rendere l'aria conduttrice di elettricità e di scaricare un
elettroscopio, di misurare cioè il loro 'potere di ionizzazione'.
Per ottenere ciò vengono utilizzati una camera di ionizzazione, per
rivelare la presenza di particelle ionizzanti, un elettrometro, per
misurare differenze di potenziale e un quarzo piezoelettrico.
Quest'ultimo strumento era stato inventato da Pierre insieme al fratello
Paul Jacques nel 1880, dopo aver scoperto che in molti cristalli come il
quarzo, il topazio e il clorato di sodio, sottoposti a sollecitazioni
meccaniche, si ottiene, sulle due facce opposte, una carica elettrica di
segno opposto; grazie a questo effetto, questi cristalli debitamente
preparati, permettono di misurare con precisione quantità molto deboli di
elettricità.
Dopo poche settimane di esperimenti ed osservazioni, Marie conclude con
certezza che le radiazioni emesse dall'uranio non sono influenzate dalla
luce o dalla temperatura e nemmeno dalla combinazione chimica dell'uranio;
inoltre l'intensità delle radiazioni è proporzionale alla quantità
d'uranio presente. Ma, si chiede la giovane scienziata, perché questa
proprietà dell'uranio di emettere radiazioni non potrebbe appartenere
anche ad altri elementi chimici? In fondo la scoperta sull'uranio è stata
fatta per puro caso. Così Marie passa ad esaminare, uno per uno, tutti i
corpi chimici conosciuti, per arrivare a dar fondamento alla sua
intuizione nell'arco di poco tempo: anche il torio possiede la stessa
proprietà, alla quale viene dato il nome di 'radioattività' e i corpi
che ne sono dotati saranno chiamati 'radioelementi'. Appurato poi che la
radioattività è una caratteristica atomica, la fase seguente del lavoro
dei Curie consiste nello studio di tutti i corpi composti semplici e dei
minerali.
Marie si accorge che in alcuni minerali l'intensità di radioattività è
fortissima e non può essere giustificata dalla minima quantità di torio
e uranio in essi contenuta. Non vi è dubbio quindi che deve esistere
un'altra sostanza radioattiva molto più potente di quelle finora
esaminate. Eppure Marie ha già controllato tutte le sostanze chimiche
conosciute. Significa forse che esiste un altro elemento ignoto alla
scienza, che emette radiazioni ad alta intensità?
La vita dei Curie trascorre così quasi interamente all'interno del
laboratorio, tranne qualche rara pausa per una lunga corsa in bicicletta
attraverso i boschi. Pierre intanto insegna alla scuola di Fisica e
guadagna cinquecento franchi al mese e Marie, dopo la duplice laurea in
fisica e matematica, sta studiando per ottenere il dottorato. Il 12
settembre 1897 nasce Irène e le energie e le attenzioni che finora i
Curie hanno dedicato esclusivamente alla scienza, devono ora dividerle con
la loro bambina; tuttavia Marie, com'è nella sua natura, non si risparmia
e riesce a non chiedere sacrifici né all'una né all'altra delle sue
creature. Scrive alla sorella Bronia: "...La nostra vita è sempre
uguale. Lavoriamo molto, ma dormiamo bene, per cui la nostra salute non ne
soffre. La sera la passiamo ad occuparci della piccola. Al mattino la
vesto e le do da mangiare; dopo di che posso generalmente uscire verso le
nove. Per tutto l'anno non siamo stati né al teatro né a un concerto, né
abbiamo fatto una sola visita... Non c'è che la famiglia di cui senta
enormemente la mancanza, e soprattutto voi, carissimi miei e papà... Non
ho altri motivi di cui lamentarmi, perché la salute non è cattiva, la
bambina cresce bene, e io ho il marito migliore che si possa sognare... E'
un vero dono del cielo... Il nostro lavoro progredisce. Avrò ben presto
da fare una conferenza su questo argomento..." (Da una lettera a
Bronia del 1899, Eva Curie, Vita della signora Curie, p. 178)
Nel 1898 Marie comunica all'Accademia delle Scienze che: "due
minerali d'uranio: la pechblenda (ossido d'uranio) e la calcolite (fosfato
di rame e d'uranite) sono molto più attivi dello stesso uranio. Il fatto
va rilevato e induce a credere che questi minerali possano contenere un
elemento nuovo più attivo dell'uranio..." (Dai Resoconti del 12
aprile 1898, ib., p. 165). La pechblenda in particolare ha messo in luce
un'altissima capacità di emettere radiazioni. D'altra parte la
composizione di questo minerale è conosciuta e definita, quindi
l'elemento nascosto radioattivo deve essere presente in quantità talmente
ridotte da essere sfuggito a tutti gli esami precedenti. Il metodo per
isolare il corpo radioattivo è molto banale, ma richiede una precisione
infinita. Si tratta di scomporre il minerale pezzo per pezzo ed eliminare
quelle parti che non emettono radiazioni. "...Crediamo che la
sostanza che abbiamo tratto dalla pechblenda contenga un metallo non
ancora segnalato, vicino al bismuto per le sue proprietà analitiche.
Se l'esistenza di questo nuovo metallo verrà confermata, noi proponiamo
di chiamarlo polonio, dal nome del paese di uno di noi..."
(Resoconti, luglio 1898, ib., p. 168).
E ancora: "Le diverse ragioni che abbiamo enumerate ci spingono a
credere che la nuova sostanza radioattiva racchiuda in sé un elemento
nuovo, al quale noi ci proponiamo di dare il nome di Radio. La nuova
sostanza radioattiva racchiude certamente una fortissima proporzione di
bario: non ostante ciò la radioattività è considerevole. La
radioattività del radio dev'essere dunque enorme." (Resoconti, 26
dicembre 1898, ib., p. 170).
Il lavoro dello scienziato ha valore solo se ogni più piccola conclusione
raggiunta è supportata da molteplici prove e controprove che la
confermano e per ora il radio di Pierre e Marie è stato solo 'percepito',
ma non ancora visto ed isolato. Ma come ottenere del radio e del polonio
puri? Prima di tutto è necessario recuperare la pechblenda nella quale si
sono ritrovate tracce di queste sostanze. La pechblenda si estrae nelle
miniere di Sank Joachimsthal in Boemia e farla arrivare fino a Parigi
significa pagare dei costi altissimi. D'altra parte i due scienziati non
hanno scelta e, dopo avere fatto un rapido conto dei loro risparmi,
decidono di farsi inviare almeno ciò che avanza del minerale dopo che ne
è stato estratto l'uranio. Intanto sarebbe meglio trovare una migliore
sistemazione per portare avanti le ricerche e gli esperimenti. Nel cortile
della scuola di Fisica si trova una baracca di legno una volta adibita a
luogo di dissezione dei cadaveri. Il tetto è di vetro, il pavimento di
bitume screpolato; un vecchio tavolaccio, una lavagna nera ed una stufa di
ghisa arrugginita costituiscono l'arredamento e il direttore della scuola
non ha nessuna difficoltà a cederla ai due sposi un po' bislacchi. Tutto
sembra andare per il meglio e la seconda fase del lavoro può avere
inizio. Mentre Pierre si occupa di definire sempre più precisamente le
qualità del radio, Marie cerca di ottenere sali di radio allo stato puro:
"Sono stata indotta a trattare finanche venti chilogrammi di
materiale per volta, il che aveva per effetto d'empire la rimessa di
grandi vasi pieni di precipitati e di liquidi. Era un lavoro estenuante
quello di trasportare i recipienti, di travasare i liquidi e d'agitare,
per ore e ore, la materia in ebollizione in un recipiente di ghisa"
(ib., p. 176).
In realtà la baracca si rivela molto più scomoda di quello che avevano
pensato. D'estate, i raggi del sole, filtrando attraverso il tetto di
vetro, trasformano il luogo in una serra bollente, d'inverno si gela e se
piove, l'acqua entra dal tetto in più punti; senza contare i venti, che,
transitando liberamente nella rimessa, trasportano e depositano ovunque
polveri di ogni genere, mentre il lavoro di Marie consiste nell'isolare e
purificare il più precisamente possibile i composti chimici. La maggior
parte del lavoro va comunque svolta all'aperto perché gli strumenti
utilizzati non sono forniti di sfiatatoi per i gas. "A quell'epoca
noi eravamo interamente assorbiti dal nuovo dominio che s'apriva dinanzi a
noi grazie a una scoperta insperata", racconta Marie.
"Nonostante le difficoltà delle nostre condizioni di lavoro, ci
sentivamo molto felici. Le nostre giornate trascorrevano nel laboratorio.
Nella nostra rimessa così povera regnava una grande tranquillità; a
volte, sorvegliando qualche operazione, camminavamo in su e in giù
chiacchierando del lavoro presente e di quello futuro; quando avevamo
freddo, una tazza di tè calda presa presso la stufa ci confortava.
Vivevamo con un'unica preoccupazione, come in un sogno. ... Non vedevamo
che poche persone nel laboratorio: qualche chimico, qualche fisico veniva
di tanto in tanto a trovarci, sia per vedere le nostre esperienze, sia per
chiedere qualche consiglio a Pierre Curie... Ed erano allora conversazioni
dinanzi alla lavagna, di quelle che lasciano un eccellente ricordo perché
agiscono come stimolante dell'interesse scientifico e dell'ardor di
lavoro, senza interrompere il corso delle riflessioni e senza turbare
quell'atmosfera di pace e di raccoglimento ch'è la vera atmosfera di un
laboratorio" (ib., p. 176-177).
In questo modo passano quattro anni durante i quali, in seguito alle
frequenti pubblicazioni dei Curie sulle proprietà della radioattività,
in tutta Europa si diffonde un profondo interesse per l'argomento. André
Debierne, scienziato francese, riesce ad isolare l'attinio affine al radio
e George Sagnac insieme a Pierre Curie porta avanti degli studi sulla
carica elettrica trasportata dai raggi secondari dei raggi X.
Come abbiamo visto, le ricerche sulla radioattività alle quali i Marie e
Pierre Curie si dedicano con una incredibile passione e una energia quasi
al limite delle loro possibilità fisiche, attirano l'interesse di tutti
gli ambienti scientifici europei. Purtroppo però le difficoltà
economiche che i due ricercatori debbono affrontare sono enormi. Pierre
avrebbe bisogno della cattedra di Fisica alla Sorbona per poter guadagnare
una cifra ragguardevole ed allentare il ritmo di vita e di lavoro di
entrambi che minaccia di causare cedimenti irreversibili, ma gli mancano
le raccomandazioni necessarie. Lascia comunque la Scuola Politecnica e
viene assunto come professore incaricato al P.C.N. (Physique, Chimie,
Scienze naturelle), che gli permette di guadagnare uno stipendio più
elevato mentre Marie comincia ad insegnare fisica alla Scuola Superiore
delle Giovinette di Sèvres.
Scrive una sua ex alunna: "Fino al nostro arrivo a Sèvres avevamo
creduto che la fisica si imparasse unicamente sui libri... Tutto cambiò
quando avemmo come professore Marie Curie. Quest'abile sperimentatrice fu
colpita dalla povertà dei laboratori della scuola di Sèvres e
dall'insufficienza dei lavori pratici, e decise di rimediarvi...
Spessissimo ella ci portava apparecchi costruiti o modificati dietro suo
consiglio, che noi utilizzavamo con lei. Erano apparecchi semplicissimi,
la nostra guida però era talmente abile che riuscivamo persino a ottenere
le misurazioni, e nulla era più appassionante del discutere, a cose
fatte, con lei dei risultati ottenuti in comune... Così la freddezza di
Marie Curie, che era soltanto un modo di mascherare la timidezza,
nascondeva un'umanità e un calore che non tardammo a scoprire" (E.
Cotton, I Curie, p. 48-50).
Il ritmo delle giornate comunque è durissimo; il tragitto da Parigi a Sèvres
due volte al giorno è lungo ed estenuante e Marie si dispera al pensiero
che potrebbe impiegare tutto quel tempo nel suo laboratorio. Tantopiù che
il radio sembra voler mantenere a tutti i costi il suo segreto e più
questo si ostina a resistere alla scienza, più Marie aumenta i ritmi di
lavoro.
Nel 1902, la battaglia è vinta e la signora Curie presenta a tutto
il mondo un decigrammo di radio puro da lei preparato: il radio esiste ed
ha un peso atomico di 225. Agli occhi del mondo intero la nuova scoperta
appare prodigiosa. Il radio ha radiazioni la cui intensità è pari a due
milioni di volte quelle dell'uranio; solo una pesante lastra di piombo può
fermare i suoi raggi.
Produce calore, è luminoso, rende fosforescenti alcuni corpi incapaci di
produrre luce spontaneamente e contagia con sua radioattività i corpi con
cui viene a contatto; inoltre emette spontaneamente un gas radioattivo,
che in seguito verrà chiamato 'radon', il quale, isolato e rinchiuso in
un'ampolla, si evolve e progressivamente perde la sua radioattività: è
la prima volta che corpi considerati inanimati si vedono muovere e la
teoria dell'evoluzione della materia si arricchisce di nuovi elementi.
Ma la cosa forse più sorprendente di tutte è che il radio è in grado di
uccidere le cellule del corpo umano. Scrive Marie: "..noi abbiamo
avuto sulle mani, durante le ricerche fatte con prodotti molto attivi,
azioni varie. Le mani hanno una tendenza generale a squamarsi; le estremità
delle dita che hanno tenuto i tubi o le capsule racchiudenti prodotti
molto attivi diventano dure e a volte molto doloranti; in uno di noi,
l'infiammazione delle estremità è durata una quindicina di giorni ed è
terminata con la caduta della pelle, ma la sensibilità dolorosa, in capo
a un mese, non è ancora scomparsa" (Vita della signora Curie, p.
202).
Pierre, insieme ad alcuni medici francesi, conduce degli studi su animali
esposti alle radiazioni e in un primo tempo si pensa di poter guarire con
questo metodo il lupus ed alcune lacerazioni della pelle. L'Accademia
delle Scienze concede ai Curie 20.000 franchi per l'estrazione della
materia. La Società generale dei prodotti chimici mette a disposizione la
propria struttura per ricavare il radio senza trarne nessun un utile e nel
1904 viene fondata la prima fabbrica per la fornitura del radio.
L'industria del radio in poco tempo si sviluppa in tutto il mondo e
i Curie devono scegliere se tenere per sé il brevetto di fabbricazione,
venderlo a caro prezzo o metterlo a disposizione di tutti.
"D'accordo con me Pierre Curie rinunciò a trarre un profitto
materiale dalla sua scoperta: noi non prendemmo alcun brevetto e
pubblicammo senza riserva alcuna i risultati delle nostre ricerche, come
il processo di preparazione del radio. Inoltre noi abbiamo dato agli
interessati tutte le informazioni che sollecitavano. Questo è stato un
grande beneficio per l'industria del radio la quale ha potuto svilupparsi
in piena libertà, prima in Francia poi all'estero, fornendo agli
scienziati e ai medici i prodotti di cui avevano bisogno" (ib., p.
208).
Marie con la sua scoperta finisce anche la sua tesi di dottorato dal
titolo Ricerche sulle sostanze radioattive e la commissione della
Sorbona le accorda il titolo di dottore in scienze fisiche con la menzione
'molto onorevole'. Il 10 dicembre 1903 l'Accademia di Scienze di Stoccolma
comunica pubblicamente che il premio Nobel per l'anno in corso è stato
attribuito per metà a Henri Becquerel e per metà al signore e alla
signora Curie: 70 mila franchi d'oro e la fama a livello mondiale
stravolgono la vita dei due modesti scienziati. Studiosi di tutto il mondo
chiedono la presenza di Monsieur e Madame Curie per essere aggiornati nei
dettagli sulla nuova scoperta.
I coniugi appena possono cercano di rendere partecipi i loro colleghi di
tutto ciò che sanno, ma rifuggono con ogni mezzo la celebrazione, le
premiazioni, gli elogi di cui avrebbero avuto bisogno semmai durante gli
anni durissimi della ricerca: "Siamo inondati di lettere, di visite
di fotografi e giornalisti. Si vorrebbe potersi nascondere sotto terra per
avere un po' di pace. Abbiamo ricevuto una proposta dall'America per
andare a fare laggiù una serie di conferenze sui nostri lavori. Ci
chiedono che somma vorremmo ricevere. Quali che siano le condizioni, la
nostra intenzione è di rifiutare. A gran pena abbiamo rifiutato i
banchetti che volevano organizzare in nostro onore. Noi rifiutiamo con
l'energia della disperazione e la gente capisce che non c'è niente da
fare"(ib., p. 215).
La loro vita si fa leggermente più distesa, anche grazie alla situazione
economica decisamente migliore. Si concedono qualche mostra di pittura o
qualche spettacolo d'avanguardia; partecipano saltuariamente ai
ricevimenti nei circoli degli scienziati e nel frattempo nasce la
secondogenita Eve. All'inizio del 1904 finalmente Pierre ottiene la
cattedra di Fisica alla Sorbona, e Marie, che fino a questo momento ha
lavorato gratis e senza che le venisse riconosciuto nessun titolo, viene
nominata capo dei lavori di fisica presso la cattedra del marito. Ma il 19
aprile 1906, la tragedia: Pierre muore travolto da un pesante carro lungo
la Senna mentre torna da una riunione di professori. Marie è disperata,
ma non può mollare proprio ora e così prende il posto del marito
all'università: è la prima donna a ricoprire tale incarico; "Mi
viene offerto di prendere la tua successione, Pietro mio, il tuo corso e
la direzione del tuo laboratorio. Ho accettato. Non so se sia bene o male.
Mi hai detto sovente che avresti voluto ch'io facessi un corso alla
Sorbona. E io vorrei per lo meno fare un sforzo per continuare i lavori.
Qualche volta mi sembra che questo mi renderebbe più facile vivere,
qualche altra mi sembra d'essere pazza a intraprendere ciò" (ib., p.
257).
Anche il laboratorio di Pierre in Rue Cuvier necessita di attenzioni e
Marie in poco tempo accoglie una decina di scienziati apprendisti per
iniziare nuovi programmi di ricerca. Al suo fianco c'è l'amico Andrè
Debierne con il quale riesce ad isolare il radio-metallo, a studiare i
raggi emessi dal polonio e Marie da sola scopre un metodo per dosare il
radio.
Per curare alcune malattie infatti, è necessario ottenere millesimi di
milligrammo di sostanza e la tradizionale bilancia serve a poco; è invece
possibile misurare la quantità di radio tramite le radiazioni che vengono
emesse. Viene così creato nel laboratorio un servizio di misurazione del
radio a disposizione di tutti quegli scienziati, medici e studiosi che ne
abbisognano. "La cosa più importante e preziosa del laboratorio era
il contatto intimo che si instaurava fra studenti e docenti... Marie Curie
era ben capace di comunicare a ciascun ricercatore la propria convinzione
che un lavoro coscienzioso è la base indispensabile a qualsiasi ricerca
scientifica, che un risultato non fondato non vale assolutamente nulla,
mentre, al contrario, uno sforzo laborioso dà un'estrema
soddisfazione" (E. Gleditsch, discorso tenuto alla Sorbona in
occasione della celebrazione per il 50° anniversario del primo corso di
Marie Curie, I Curie, p. 76).
Nel 1910 la signora Curie presenta la sua candidatura per l'ammissione
all'Accademia delle Scienze. Il suo rivale è Edouard Branly. Una lotta
senza pari si scatena tra i partigiani dell'una e dell'altra parte:
"Le donne non possono far parte dell'Istituto", esclamano i suoi
rivali e il giorno dell'elezione il presidente ordina ad alta voce
all'usciere: "Lasciate entrare tutti, tranne le donne".
Per un voto Marie non viene eletta, ma, come dice la figlia Eve:
"…nella storia dei Curie, si direbbe che l'estero corregga
perpetuamente i gesti della Francia" (ib., p. 281) e circa un anno
dopo l'accademia delle Scienze di Stoccolma le conferisce il premio Nobel
per la Chimica.
Per ironia della sorte Marie, che per sua natura desidererebbe
un'esistenza solitaria, riservata e lontana dalle luci della ribalta, è
costretta a fare i conti con la popolarità. Non solo. Suo malgrado, è
una delle prime donne che coi suoi meriti ha preteso di penetrare nel
geloso mondo maschile, reclamando all'interno di esso un ruolo di rilievo.
E questo non viene accettato. Scrive ancora la figlia Eve: "Come una
brusca raffica, la cattiveria s'abbatte su di essa e tenta
d'annientarla... Maria ch'esercita un mestiere maschile, ha scelto tra gli
uomini i propri amici, i propri confidenti. Questo essere eccezionale
esercita sui propri intimi, su uno di essi soprattutto, una profonda
influenza.
Non ci vuole di più!... è accusata di turbare la pace delle famiglie e
di disonorare un nome che essa porta splendidamente... Ogni volta che si
presenta l'occasione d'infamare questa donna unica, come nei giorni penosi
del 1911, o di rifiutarle un titolo... la sua origine le viene bassamente
rimproverata: trattata volta a volta come russa, tedesca, ebrea, polacca,
essa è la 'straniera' venuta a Parigi da usurpatrice, allo scopo di
conquistare abusivamente un'alta situazione" (ib., p. 282).
Nel 1914 grazie ai fondi messi a disposizione dall'Università e
dall'Istituto Pasteur viene costituito l'Istituto del Radio in Rue Pierre
Curie. Esso comprende due sezioni: un laboratorio di radioattività che
dirigerà la stessa Marie e un laboratorio di ricerche biologiche e di
Curieterapia, dove vengono portati avanti gli studi sul cancro. Dopo la
fine della guerra, durante la quale Marie insieme alla figlia Irene, si
era data da fare per dotare gli ospedali militari di apparecchi per le
radiografie e per formare personale che sapesse utilizzarli, l'Istituto
prende pieno ritmo.
Con l'instancabile dedizione di sempre Marie lavora per aumentare la
quantità di sali di radio puro nel mondo, per ottenere sempre nuove e
rare materie radioattive, per creare istituti per il trattamento di
diverse malattie, soprattutto il tumore maligno, e per combattere la
troppa anarchia che esiste nel mondo della scienza, soprattutto per quanto
riguarda l'informazione scientifica.
Marie muore il 4 luglio 1934, mentre sta portando a termine un
altro dei suoi lavori, stroncata da un'anemia perniciosa aplastica,
conseguenza della lunga esposizione alle sostanze radioattive. Ci lascia
numerosi testi scientifici, tra i quali, a tratti, emergono parole come
queste: "Sono tra coloro che pensano che la scienza abbia in sé una
grande bellezza. Uno scienziato nel laboratorio non è soltanto un
tecnico; è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo
impressionano come fossero fiabe. Dobbiamo avere un mezzo per comunicare
all'esterno questo sentimento; non dobbiamo lasciar credere che i
progressi scientifici si possano ridurre a meccanismi, a macchine, a
ingranaggi che, d'altronde, posseggono anch'essi una propria bellezza.
Non credo nemmeno che nel nostro mondo lo spirito avventuroso rischi di
scomparire. Se, intorno a me, vedo qualcosa di vitale è proprio lo
spirito d'avventura che non sembra sradicabile e che assomiglia alla
curiosità. Sono incline a credere che esso sia un istinto primitivo
dell'umanità, e infatti non vedo come l'umanità avrebbe potuto
sussistere se ne fosse stata priva, allo stesso modo in cui non potrebbe
sopravvivere una persona completamente priva di memoria. La curiosità e
lo spirito d'avventura non sono completamente scomparsi. Troviamo lo
spirito d'avventura nei bambini, a tutte le età e a tutti i livelli"
(I Curie, p. 93).

|
|