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WILHELM
CONRAD ROENTGEN
1845 - 1923
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Fisico,
il suo nome è legato alla scoperta dei raggi x, per cui ricevette
il premio Nobel per la fisica nel 1901.
Figlio
di un mercante di stoffe, entrò nel 1865 al Politecnico di Zurigo
dove si laureò in ingegneria nel 1868, nel 1870 fu assistente di
fisica a Würzburg, fra il 1876 e il 1879 professore senza cattedra
di fisica teorica a Strasburgo e nel 1879 professore titolare a
Giessen.
Nel 1888 succede a Kohlrausch come direttore dell'Istituto di fisica
di Würzburg, dove l'8 novembre 1895 scopre i raggi X.
Dal 1876 fino alla morte ricevette numerosi riconoscimenti ed
onorificenze e fu nominato membro delle principali Accademie
scientifiche.
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La
scoperta dei Raggi X
avvenne
per caso l'otto Novembre 1895 ad opera di
Wilhelm Conrad Röntgen
presso
l'Istituto di Fisica dell’Università di Würzburg,
Germania
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W.K.
Roentgen nacque nel 1845 da un’agiata famiglia di commercianti
nella piccola città di Lennep, nella Germania nord-occidentale;
dopo aver trascorso la maggior parte dell’infanzia nei Paesi
Bassi, all’età di vent’anni si trasferì a Zurigo e tre anni
dopo si diplomò in ingegneria presso la Technische Hochschule.
Sebbene non avesse seguito alcun corso di fisica sperimentale
durante gli studi, decise di svolgere ricerche in questo settore
dopo il diploma.
Dopo
aver ricevuto il dottorato nel 1869, Roentgen ottenne una serie di
incarichi come docente in varie università tedesche ed in
collaborazione con Kundt compì attenti studi sul comportamento
della materia; per esempio, fu il primo a dimostrare, con un
termometro fatto in casa, che è più facile riscaldare l’aria
umida che l’aria secca.
Roentgen
aveva quarantatré anni quando divenne professore di fisica e
direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università di Wurzburg,
una prospera cittadina bavarese; abitava con la moglie Bertha in un
ampio appartamento al secondo piano dell’istituto che comprendeva
uno studio comunicante con un laboratorio privato. Nel giugno 1894
cominciò a studiare i raggi catodici, a quel tempo argomento di
ricerca molto popolare e la notte dell’8 novembre 1895 nel corso
di uno dei suoi esperimenti giunse alla scoperta di un tipo di raggi
di natura sconosciuta che chiamò "raggi X".
Tre
settimane dopo Roentgen diffuse la notizia della sua scoperta: il
fatto di poter vedere attraverso gli oggetti senza romperli e dentro
il corpo umano destò grande scalpore. In conseguenza di ciò egli
acquisì una grande fama e nel 1901 gli fu assegnato il primo premio
Nobel per la fisica
Roentgen
morì nel 1923.
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Primo articolo di
Roentgen
Dicembre 1895
pubblicato dalla rivista
Sitzungsberichte der Physikalisch-Medizinischen
Gesellschaft zu Würzburg
Eine
Neue Art von Strahlen
"una specie
di nuovi raggi"
Roentgen
si rende subito conto dell'importanza della sua scoperta sia per la fisica
fondamentale che per le sue molteplici applicazioni. Nonostante ciò
decide di renderla pubblica e di non coprirla da brevetto.
In carattere italico riportiamo alcuni brani, liberamente tradotti,
del primo articolo sui raggi X di Roentgen.
1.
Questo nuovo tipo di radiazione può essere prodotto usando diversi
tipi di tubi che sono disponibili in molti laboratori.
....
Se la scarica di di una bobina di induzione abbastanza grande è fatta
passare attraverso un tubo sotto vuoto di Hittford, o attraverso un tubo
di Lenard, di Crookes o altri simili apparati, sufficientemente vuotati, e
il tubo è ricoperto con cura mediante un sottile cartoncino nero, e se
l’intero apparato è posto in una camera completamente buia, ad ogni
scarica si osserva una brillante illuminazione di uno schermo di carta
ricoperto con cianuro di platino e bario, posto in vicinanza della bobina
di induzione, la fluorescenza così prodotta è interamente indipendente
dal fatto che lo schermo sia rivolto verso il tubo a scarica con la
superficie rivestita o quella non rivestita. Questa fluorescenza è
visibile anche quando lo schermo fluorescente è disposto ad una distanza
di 2 metri dall’apparato...
Nel 1901
fu conferito al professor Röntgen, per gli studi fatti sui raggi x, il
Premio Nobel per la Fisica. Le 50.000 corone di premio furono versate
dallo scienziato all'Università di Wurzburg, né Röntgen volle mai
brevettare la sua scoperta, convinto com'era che "ogni scoperta o
invenzione appartiene all'Umanità intera...".
Tutto per il meglio? Non mancarono le amarezze, che vennero soprattutto da
un fisico di origine austro-ungarica che viveva in Germania, il professor
Lenard, che accusò Röntgen di non essere altro che il ladro dei suoi
studi, essendo stato lui il primo a studiare i raggi catodici. In periodo
nazista (Röntgen era già morto) Lenard cercò anche, forte della sua
personale amicizia con Hitler, di farsi riconoscere
"ufficialmente" la paternità della scoperta. Ma nel 1951 la
Repubblica Federale Tedesca, in occasione del cinquantenario del
conferimento del Premio Nobel, troncò definitivamente le discussioni, con
l'emissione di un francobollo celebrativo con l'effigie di Röntgen.
La disputa tra i due scienziati non fa che confermare quanto dicevamo agli
inizi di questa nostra narrazione: le grandi scoperte sono raramente
frutto del lavoro di un solo uomo, isolato nel suo studio. Né alcuna
grande scoperta è definitiva, ma è in genere una tappa sul cammino della
conoscenza. Purtroppo però le dispute sulla paternità delle scoperte
della scienza spesso assumono toni aspri, a volte anche, come vedremo, di
bassa.bottega.
Il Novecento iniziava così con le emozioni suscitate dai misteriosi raggi
X, una delle scoperte scientifiche che maggiormente eccitò
l'immaginazione popolare. Ma se gli studi del fisico tedesco aprirono la
strada a una branca della medicina, la radiologia, che ha a sua volta
innumerevoli settori di intervento, il nostro secolo resterà segnato
soprattutto dalla vittoria della medicina contro le malattie infettive,
con la scoperta dei sulfamidici e degli antibiotici. Si badi bene, quando
parliamo di "vittoria", non usiamo questo termine in senso
assoluto.
RAGGI X - RONTGEN
Wilhelm
C. Röntgen durante le scuole primarie e secondarie ebbe un rendimento
scolastico normale, con un profitto piuttosto alto, tranne un solo
"insufficiente", in fisica. Destino beffardo per il futuro
scopritore dei raggi X. Nato a Lenepp, in Germania, il 27 marzo 1845,
trascorse gran parte della sua giovinezza in Olanda, dove la sua famiglia
si era trasferita. A 17 anni, però, mentre frequentava a Utrecht un corso
che preparava tecnici per l’industria, fu espulso dall’istituto perché
sorpreso a ridere di fronte alla caricatura di un insegnante impopolare.
Questa espulsione gli impedì di conseguire il titolo necessario per
entrare all’università, ma Röntgen non si perse d’animo e riuscì ad
ottenere prima il diploma d’ingegnere meccanico e poi la laurea in
fisica. Nel 1870, il futuro padre dei raggi X, vinse una cattedra a Würzburg,
e lì si trasferì ad insegnare fisica. Röntgen era un pragmatico più
che un teorico delle scienze fisiche: il suo laboratorio somigliava molto
ad una officina disordinata, ingombra di pile, di rocchetti e strumenti di
ogni genere. L’8 novembre 1895, Röntgen, stava compiendo al buio degli
esperimenti con un tubo a raggi catodici, nel suo laboratorio, quando notò
una luce verde proveniente da un pezzo di cartone che si trovava in
un’altra parte della stanza. Il cartone era ricoperto di una sostanza
chimica luminescente, che risplendeva se colpita dalla luce. Ma non
c’era luce nel laboratorio. Röntgen tolse la corrente al tubo catodico
e quella luce verde sparì. Ridiede corrente e mise la mano tra il tubo e
il cartone: con suo grande stupore, vide proiettata sul cartone l’ombra
delle ossa della mano. "Non avevo idea di cosa fossero quei
raggi" scrisse in seguito "perciò li chiamai semplicemente
raggi X, essendo x il simbolo matematico di una grandezza incognita".
Questi raggi "sconosciuti" passavano attraverso la carta, il
legno, la carne, ma non attraverso le ossa e i metalli, e inoltre
impressionavano le lastre fotografiche. Oggi sappiamo che i raggi X sono
radiazioni elettromagnetiche di lunghezza d’onda inferiore a quella dei
raggi ultravioletti e dall’ampia gamma di frequenze. La loro scoperta
rivoluzionò il mondo della medicina, perché per la prima volta i medici
potevano "guardare" all’interno del corpo. Infatti, già nel
1896, i raggi X erano utilizzati per esaminare le fratture ossee. Per
comprendere il clima pionieristico nel quale operavano uomini come Röntgen,
basti sapere che una delle prime radiografie della storia immortalò su
una lastra la mano di sua moglie, con l’anello che portava al dito,
perché su di lei Röntgen collaudò la sua apparecchiatura, secondo un
costume tipico di certi studiosi di fine Ottocento. Studiosi per i quali
l’attività scientifica era un’avventura solitaria nella quale valeva
la regola di "contare sulle proprie forze", e quindi sui propri
cari. Numerosi furono i ricercatori e i radiologi, soprattutto agli inizi,
che a causa delle radiazioni subirono ustioni o furono colpiti da
ulcerazioni o tumori. Un insospettato campo di applicazione dei raggi X
che ha avuto un grande sviluppo, a partire dagli anni Sessanta, col
moltiplicarsi dei dirottamenti aerei, riguarda l’esame dei bagagli,
nelle strutture aeroportuali, per scoprirvi l’eventuale presenza di
pistole, bombe e armi in genere. Da allora questi apparecchi rilevatori
sono stati adottati in tutto il mondo. Anche se la scoperta di gran lunga
più importante di Röntgen resta quella dei raggi X e l’intuizione di
poterli usare nella diagnostica in medicina, egli condusse ricerche in
altri campi. Studiò le proprietà piezoelettriche dei cristalli, la
viscosità e l’indice di rifrazione dei diversi liquidi e il movimento
di un corpo isolante in un campo elettrico. Ricerche che contribuirono
all’elaborazione della teoria della relatività. È certo comunque che,
anche prima della scoperta dei raggi X, il nome di Röntgen era già
famoso. Dopo il Nobel ricevuto nel 1901, la sua vita di uomo e scienziato
ebbe un curioso andamento. Perse la moglie nel 1919, dopo un periodo di
gravi sofferenze, e mentre si accavallavano titoli e onorificenze per la
sua scoperta, Röntgen non fece mistero circa la sua perplessità sulle
ricerche sviluppatesi attorno ai raggi X. Argomento al quale egli stesso
non si interessò più. Röntgen non volle alcun brevetto né per i raggi
X né per gli usi che se ne sarebbero fatti. A chi gli offriva
riconoscimenti e compensi non disinteressati, Röntgen chiedeva un
contributo di 10 marchi per ciascun tubo gli fosse stato necessario per
generare i suoi raggi. E quando qualcuno cercò di coinvolgerlo in un
progetto industriale di sfruttamento dei raggi X, rispose che scoperte e
invenzioni appartengono all’umanità e che non dovrebbero essere
ipotecati da brevetti, licenze e contratti. "Non dovrebbero essere
controllate da grandi gruppi", aggiunse. Questo disinteresse per il
denaro lo costrinse in povertà, negli ultimi anni della sua vita, prima
della morte avvenuta nel 1923, durante la crisi economica tedesca degli
anni Venti, ricoperto si di importantissime onorificenze, ma senza avere
un soldo in tasca.
I raggi X
I
raggi X sono onde elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda è circa 3
volte quella della radiazione visibile. Essi vengono prodotti dalla forte
decelerazione degli elettroni nelle collisioni con i nuclei atomici e
dalle transizioni degli elettroni nelle orbite più profonde all'interno
degli atomi. Essi furono scoperti da W.C.Roentgen (1845 - 1923) nel 1895
bombardando un bersaglio metallico con un fascio di elettroni (raggi
catodici) emessi dal catodo di un tubo di scarica contenente gas
rarefatto. A causa della loro piccolissima lunghezza d'onda essi
interagiscono debolmente con la materia. Dopo che nel 1912, Max von Laue
(1879 - 1960) osservò che un fascio di raggi X mostra effetti di
interferenza passando attraverso un cristallo, risultò chiaro che essi
differiscono dalla luce solo per quanto riguarda la lunghezza d'onda. La
disposizione regolare degli atomi nel reticolo cristallino simula un
reticolo di diffrazione. Lo stesso risultato fu ottenuto da W.L.Bragg
(1890 - 1970) analizzando la riflessione dei raggi X. Egli ricavò la loro
lunghezza d'onda dalla conoscenza della direzione dell'interferenza
costruttiva e dalla distanza tra i piani reticolari (legge di Bragg).
Viceversa la figura di diffrazione può essere utilizzata per ricavare la
struttura del cristallo (cristallografia a raggi X di W.H.Bragg (1862 -
1942)). postulati già da Michael Faraday allo scopo Tubi di scarica
L'elettrone Gli "atomi di carica elettrica" furono postulati già
da Michael Faraday allo scopo di spiegare il fenomeno dell'elettrolisi.
L'idea fu ripresa da william Crookes (1832 - 19199 e da Arthur Schuster
(1851 - 1934) i quali erano convinti che i raggi catodici generati nei
loro esperimenti fossero fasci di particelle cariche negativamente. Nel
1897 l'esistenza dell'unità discreta di carica fu stabilita da
J.J.Thomson. Usando campi elettrici e magnetici incrociati nei tubi di
scarica egli dimostrò che i raggi catodici erano formati di particelle
cariche in moto a velocità molto minore di quella della luce e misurò il
rapporto tra la loro massa e la loro carica. J.J.Thomson ammise che il
valore della carica della particella fosse identico a quello che
G.Johnstone Stoney (1826 - 1911) trovò nel 1891 essere portato dagli ioni
degli elementi monovalenti nell'elettrolisi. In tal modo riuscì a
valutare anche la massa della particella alla quale, usando il nome già
introdotto da Stoney, venne dato il nome di elettrone. Ben presto ad opera
di Hendrik Lorentz, Philipp Lenard (1862 - 1947), Henry Becquerel (1852 -
1908) ed Ernest Rutherford (1851 - 1937), fu stabilito che la presenza
dell'elettrone era necessaria per spiegare molti fenomeni fisici come
l'emissione termoionica, l'effetto fotoelettrico e la radioattività.
Negli stessi anni Robert Millikan (1868 - 1953) riusciva a misurare con
grandissima precisione la carica dell'elettrone e la sua massa. Nel 1924
Louis de Broglie avanzò l'ipotesi che l'elettrone possedesse anche
proprietà ondulatorie. Su questa ipotesi Erwin Schroedinger fondò la
nuova meccanica ondulatoria. Nel 1927 Clinton Davisson (1881 - 1958),
Lester Germer (1896 - 1971) e George P.Thomson (1892 - 1975) verificarono
sperimentalmente le proprietà ondulatorie dell'elettrone. Nel frattempo
Samuel Goudsmit (1902 - 1978) e George Uhlenbeck (1900 - ) introdussero lo
spin. Il lavoro di Paul Dirac "The relativistic theory of the
electron" del 1928 inquadrò tutte le ipotesi ed i dati sperimentali
nella giustamente celebre "equazione di Dirac". I raggi X I
raggi X sono onde elettromagnetiche la cui lunghezza d'onda è circa 10-3
volte quella della radiazione visibile. Essi vengono prodotti dalla forte
decelerazione degli elettroni nelle collisioni con i nuclei atomici e
dalle transizioni degli elettroni nelle orbite più profonde all'interno
degli atomi. Essi furono scoperti da W.C.Roentgen (1845 - 1923) nel 1895
bombardando un bersaglio metallico con un fascio di elettroni (raggi
catodici) emessi dal catodo di un tubo di scarica contenente gas
rarefatto. A causa della loro piccolissima lunghezza d'onda essi
interagiscono debolmente con la materia. Dopo che nel 1912, Max von Laue
(1879 - 1960) osservò che un fascio di raggi X mostra effetti di
interferenza passando attraverso un cristallo, risultò chiaro che essi
differiscono dalla luce solo per quanto riguarda la lunghezza d'onda. La
disposizione regolare degli atomi nel reticolo cristallino simula un
reticolo di diffrazione. Lo stesso risultato fu ottenuto da W.L.Bragg
(1890 - 1970) analizzando la riflessione dei raggi X. Egli ricavò la loro
lunghezza d'onda dalla conoscenza della direzione dell'interferenza
costruttiva e dalla distanza tra i piani reticolari (legge di Bragg).
Viceversa la figura di diffrazione può essere utilizzata per ricavare la
struttura del cristallo (cristallografia a raggi X di W.H.Bragg (1862 -
1942)). postulati già da Michael Faraday allo scopo.
RADIAZIONI,
UNITA' DI MISURA, DOSE ASSORBITA
SCOPERTA DELLA RADIOATTIVITA’
Con
il termine RADIOATTIVITA’ si intende l’emissione spontanea di
particelle e/o radiazioni dal nucleo di un atomo.
Risulta
evidente che la scoperta della radioattività va di pari passo con la
ricerca sulla struttura atomica e sulle caratteristiche nucleari.
Nel
1896 Henri Becquerel notò che una lastra fotografica s'anneriva se posta
nelle vicinanze di un minerale contenente composti dell'uranio. Questi
composti dovevano emettere perciò radiazioni capaci di rilasciare energia
all'interno delle lastre impressionandole. Nel 1899 Pierre Curie e sua
moglie Marie riuscirono ad estrarre dal misterioso minerale la sostanza
radioattiva responsabile dello strano fenomeno, che fu chiamata radio. Un
anno dopo Ernest Rutherford identificò le radiazioni emesse dalle
sostanze radioattive in emissioni alfa e beta, mentre Paul Villard
individuò i raggi gamma. Rutherford osservò inoltre che gli atomi che
emettono radiazioni si trasformano in atomi diversi, in altre parole
dotati di proprietà chimiche diverse da quelle caratteristiche degli
atomi di partenza. Molti esperimenti furono svolti negli anni successivi
allo scopo di individuare la composizione dei tre tipi di radiazione. I
loro risultati hanno portato a concludere che la radiazione alfa è
costituita da nuclei di elio (due protoni e due neutroni), la radiazione
beta da elettroni (o dalle loro antiparticelle, i positroni) mentre la
radiazione gamma è una radiazione elettromagnetica (e quindi composta da
fotoni) particolarmente energetica.
Nel
1911 Rutherford si servì dei raggi alfa per studiare gli atomi e concepì
il modello d'atomo che porta il suo nome: un "nucleo" contenente
la maggior parte della massa dell'atomo, carico d'elettricità positiva e
avente un raggio molto più piccolo di quello atomico; attorno al nucleo
un certo numero d'elettroni su orbite circolari. In base al suo modello
atomico, la radioattività fu attribuita alle trasformazioni che avvengono
nei nuclei degli atomi. Due anni dopo Niels Bohr presentò la sua teoria
sulla struttura dell'atomo. Essa completava il modello di Rutherford e,
soprattutto, spiegava la disposizione elettronica in base ai processi
d'emissione e d'assorbimento di fotoni da parte degli atomi d'idrogeno.
Questo
risultato stimolò gli studi di fisica atomica e condusse, intorno al
1920, alla formulazione della meccanica quantistica da parte di Louis de
Broglie, Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger, Paul Dirac, Wolfgang Pauli
e altri. La nuova teoria, sperimentata con successo nella descrizione
dell'atomo, fu ben presto applicata allo studio dei nuclei atomici. Si
compresero così le leggi, stabilite nei primi decenni del XX secolo,
relative ai decadimenti nucleari accompagnati dall'emissione di particelle
alfa e beta.
La
struttura del nucleo divenne più chiara quando, nel 1932, James Chadwick
scoprì il neutrone, una particella avente circa la stessa massa del
protone ma con carica elettrica nulla.
Nel
1895 il fisico tedesco Wilhelm Conrad Roentgen, studiando l’effetto
delle scariche elettriche nei gas rarefatti, scoprì radiazioni capaci di
rendere fosforescente un pezzo di carta ricoperto di un sale di bario
posto nelle vicinanze. Roentgen chiamò raggi X queste radiazioni di
origine sconosciuta.
Si
arrivò così all'ipotesi di Heisenberg che i nuclei atomici consistessero
di protoni e di neutroni.
La
conoscenza delle proprietà nucleari progredì notevolmente grazie ad
esperimenti nel corso dei quali i nuclei venivano bombardati con
particelle leggere (protoni, elettroni, particelle alfa ...). Grande
importanza assunse anche lo studio della trasmutazione artificiale di una
specie chimica in un'altra.
In questa fase della ricerca iniziò anche lo studio delle forze
nucleari, quelle che tengono insieme protoni e neutroni. Si comprese
subito che le forze nucleari sono molto più forti di quelle
elettromagnetiche e gravitazionali e che agiscono solo su distanze molto
corte, comparabili con il raggio del nucleo. Nel 1939 Hideki Yukawa,
seguendo un suggerimento di Heisenberg, ipotizzò che le forze che si
esercitano tra i costituenti del nucleo fossero dovute a particelle
pesanti (300 volte più degli elettroni). Queste particelle, chiamate
mesoni, furono effettivamente scoperte nella radiazione cosmica nel 1946.
NUCLEO
STRUTTURA
In un ipotetico viaggio all'interno dell'atomo, dopo aver oltrepassato i
gusci che ospitano gli elettroni ci si troverebbe ad attraversare una zona
di spazio completamente vuoto. Dopo un tragitto relativamente lungo, ci
s'imbatterebbe infine nel nucleo. Il nucleo occupa, infatti, il centro
dell'atomo e le sue dimensioni sono decine di migliaia di volte inferiori
alla distanza che lo separa dagli elettroni più vicini. Il suo ruolo può
essere paragonato a quello del Sole nel nostro sistema planetario: come i
pianeti orbitano intorno alla nostra stella per attrazione gravitazionale,
così gli elettroni, carichi d'elettricità negativa, "orbitano"
intorno al nucleo perché attratti dalla sua carica positiva.
All'interno del nucleo atomico si trovano due tipi di particelle: i
protoni e i neutroni. Sono particelle che si assomigliano molto (tanto da
essere indicate entrambe con il nome di "nucleoni") ma mentre il
neutrone è elettricamente neutro, il protone ha una carica che vale
esattamente quanto quella, di segno opposto, trasportata dall'elettrone.
Il numero di protoni presenti in un nucleo è detto numero atomico ed è
indicato con Z; quindi la carica elettrica nucleare è pari a Z volte la
carica di un protone. Ricordiamo che normalmente gli atomi sono neutri e
che questo si deve al pari numero, Z appunto, di protoni ed elettroni che
li compongono. Tutti gli atomi che hanno uguale Z, anche se differiscono
per il numero di neutroni, danno origine allo stesso elemento chimico,
hanno in pratica le medesime proprietà e occupano lo stesso posto nella
tavola periodica degli elementi. Per questo motivo atomi con lo stesso
numero atomico Z sono detti
isotopi (stesso posto).
Nel
nucleo è concentrata quasi tutta la massa dell'atomo. Infatti, neutroni e protoni hanno masse molto più
grandi (circa 1800 volte) di quella degli elettroni. Per valutare la massa
di un nucleo è fondamentale conoscere il numero di neutroni che vi
compaiono; tale numero s'indica in genere con N.
Se si trascura la piccolissima differenza esistente tra le masse del
protone e del neutrone, si può concludere che la massa di un nucleo vale
Z + N volte la massa del protone. La quantità Z + N s'indica con la
lettera A e si chiama numero di massa. Come termine di paragone per le
masse atomiche (e nucleari) si è scelto un particolare isotopo del
carbonio molto abbondante in natura: il carbonio-12. Nel suo nucleo sono
presenti 6 protoni e 6 neutroni; il suo numero di massa A vale dunque 12.
Come unità di misura delle masse atomiche si è scelta la dodicesima
parte della massa del carbonio-12.
Non sempre però la massa di un atomo è pari ad un numero intero di
volte quest'unità di misura; spesso è un numero decimale. La ragione di
ciò risiede nell'esistenza, per uno stesso elemento chimico, d'isotopi di
peso diverso.
Essi contribuiscono alla massa dell'elemento in modo più o meno
accentuato secondo la loro abbondanza in natura.
La valutazione della massa degli atomi, e quindi dei nuclei, ha una
grande importanza nella fisica nucleare. La famosa formula E = mc2,
scritta per la prima volta da Albert Einstein nel 1905, stabilisce che
esiste un'equivalenza tra massa ed energia, come se fossero due forme
sotto cui si presenta la stessa entità fisica. L'interpretazione della
formula è semplice: essa permette di calcolare a quanta energia (E)
corrisponde una certa massa (m); basta moltiplicare la massa per la
velocità della luce (c) elevata al quadrato. In alcuni processi nucleari
( fissione nucleare, fusione) frazioni, anche molto piccole, della massa
del nucleo si trasformano in energia. Se allora si conosce con precisione
la massa di un nucleo atomico e dei suoi costituenti, usando la formula di
Einstein si può valutare l'energia che esso emette nel corso di reazioni
nucleari come quelle che avvengono nelle stelle, nei reattori nucleari o
nelle devastanti bombe atomiche.
DIMENSIONI
Il nucleo atomico si può immaginare come una sferetta carica
d'elettricità positiva il cui raggio vale circa un decimillesimo di
miliardesimo di centimetro (10-13 cm). Non è facile però
immaginare come possano coesistere in uno spazio così piccolo Z protoni e
N neutroni. Tuttavia molti esperimenti, condotti dall'inizio del XX
secolo, hanno fatto luce sulla struttura interna dei nuclei. In
particolare si è compreso come sia distribuita nel nucleo la carica
elettrica associata ai protoni.
Le informazioni di cui si dispone sulle dimensioni nucleari, si devono al
bombardamento di nuclei per mezzo d'elettroni ad alta energia. Ci sono
ottime ragioni per ritenere che il volume che contiene la carica elettrica
coincida effettivamente con quello occupato dal nucleo. I risultati di
questi esperimenti hanno mostrato che la densità elettrica è costante
dal centro del nucleo fino ad un certo valore del raggio; poi comincia a
decrescere fino ad annullarsi. Il punto in cui si annulla può essere
considerato il limite esterno del nucleo.
Il modo in cui la densità di carica elettrica decresce all'aumentare
della distanza dal centro, è quasi lo stesso per i nuclei di tutti gli
elementi chimici. Quello che appare evidente è la crescita dello spazio
occupato dalla carica elettrica per quei nuclei che sono composti da un
numero crescente di protoni e neutroni.
Risulta, infatti, che il volume di un nucleo (definito come lo spazio
occupato dalla distribuzione di carica elettrica) è proporzionale al
numero di massa A, quindi la densità di materia è la stessa per tutti i
nuclei atomici. Inoltre essa ha un valore che stupisce per la sua
grandezza. Infatti, se un oggetto comune fosse denso come un nucleo, ogni
suo cubetto avente i lati di un centimetro peserebbe 200 miliardi di kg.
Protoni e neutroni, i costituenti del nucleo, sono particelle molto
simili. Se, infatti, si esclude la pur importante differenza relativa alla
carica elettrica, essi hanno caratteristiche così somiglianti da indurre
a pensare che si abbia a che fare con un solo tipo di particella. Ecco
perché ha senso parlare di nucleoni, senza distinguere ulteriormente tra
protoni e neutroni. Questa scelta è ulteriormente giustificata dalla
meccanica quantistica: in quest'ambito, infatti, s'introducono delle
grandezze, i numeri quantici, i cui diversi valori corrispondono a diversi
stati della particella a cui si riferiscono. Così, per esempio, ad ogni
nucleone è stato associato il numero quantico di "spin
isotopico". Esso può assumere due valori: uno corrispondente allo
"stato" protone, l'altro corrispondente allo "stato"
neutrone. Secondo il valore dello spin isotopico, il nucleone si comporta
come un protone, dotato di carica elettrica, oppure come un neutrone privo
di carica. Protone e neutrone vanno considerati come i due possibili
"stati" di una stessa particella, il nucleone.
Anche il nucleo nel suo complesso è dotato di uno spin isotopico.
Naturalmente esso tiene conto degli spin isotopici di tutti gli A nucleoni
che lo compongono: questo significa che, per esempio, i nuclei del trizio
(l'isotopo dell'idrogeno con due neutroni e un protone) e dell'elio-3
(l'isotopo dell'elio contenente due protoni e un neutrone) si possono
pensare come due nuclei uguali aventi però valori diversi dello spin
isotopico.
La somiglianza tra protoni e neutroni è particolarmente accentuata se ci
si limita a considerare le forze nucleari, quelle cioè che si esercitano
tra i componenti del nucleo. Risulta, infatti, che tali forze non
dipendono dalla carica elettrica dei nucleoni coinvolti nell'interazione;
vale a dire che la forza che si esercita tra un protone e un neutrone è
esattamente la stessa di quella che si esercita tra due protoni o due
neutroni.
Le forze nucleari sono essenziali per la stabilità del nucleo. Basta
pensare al fatto che in una piccolissima porzione di spazio coesistono due
o più protoni, particelle dotate di carica positiva. Se non esistesse la
forza nucleare forte, la repulsione elettrostatica allontanerebbe i
protoni l'uno dall'altro rendendo impossibile l'esistenza dei nuclei.
Questo fa capire come mai sia necessaria la presenza dei neutroni: essi,
oltre ad esserne soggetti, esercitano sulle altre particelle del nucleo
un'interazione forte, contribuendo a frenare la tendenza dei protoni ad
allontanarsi l'uno dall'altro.
Ecco perché il numero di neutroni N cresce all'aumentare del numero di
protoni Z. Nei nuclei leggeri, quelli con pochi protoni, Z e N coincidono.
Quando invece Z cresce, la repulsione elettrostatica tra i protoni diventa
così intensa che, affinché esistano nuclei stabili, è necessario un
elevato numero di neutroni in grado di esercitare un'interazione forte
sufficiente. Per esempio, mentre l'isotopo del carbonio più abbondante in
natura ha un numero uguale di protoni e neutroni (Z = N = 12), il ferro ha
26 protoni e 30 neutroni. La differenza cresce man mano che si scorre la
tavola periodica (sistema periodico degli elementi): l'isotopo più
abbondante del piombo (Z = 82) ha ben 116 neutroni.
STABILITA’ E
INSTABILITA’ DEI NUCLEI
Se si potessero "pesare", prima un nucleo atomico e
successivamente i suoi componenti separati, ci si troverebbe di fronte ad
un fatto sorprendente: la massa del nucleo è leggermente inferiore alla
somma delle masse dei protoni e dei neutroni che lo costituiscono; si ha
in pratica un difetto di massa. Questa è una delle conseguenze della
relazione d'equivalenza tra massa ed energia intuita da Einstein.
Quando
due o più nucleoni s'uniscono a formare un nucleo, parte della loro massa
è convertita in energia di legame. Questo fenomeno si presenta in tutti i
sistemi fisici in cui più componenti sono legati tra loro da forze di
natura qualsiasi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, la frazione di
massa sottratta ai componenti del sistema per essere convertita in energia
è così piccola da poter essere trascurata. Per esempio nel sistema
Terra-Sole solo una parte su diecimila miliardi della massa è stata
"sacrificata"; in un cristallo, gli atomi hanno dovuto
rinunciare ad un centomiliardesimo della loro massa per potersi legare; in
un atomo d'idrogeno invece si è trasformato in energia un decimilionesimo
della massa complessiva dell'elettrone e del protone. Se però si
considera un nucleo atomico, ci si accorge che l'effetto è assolutamente
non trascurabile: un centesimo della massa dei nucleoni si converte in
energia di legame. Il confronto con i casi citati in precedenza, in cui
intervengono l'interazione gravitazionale e l'interazione
elettromagnetica, chiarisce perché la forza che tiene insieme i nucleoni
sia stata denominata interazione "forte".
L'energia
di legame è quella che si deve fornire ad un nucleo per riuscire a
separare uno dall'altro gli Z protoni e gli N neutroni che lo compongono.
E'
allora evidente che un nucleo caratterizzato da una grande energia di
legame risulta particolarmente stabile.
La
stabilità spiega anche l'abbondanza in natura di certi isotopi: essi sono
privilegiati rispetto agli altri isotopi dello stesso elemento perché
hanno un'energia di legame maggiore. Lo studio sperimentale delle energie
di legame ha evidenziato alcune situazioni importanti: per esempio risulta
che tra i nuclei con numero di massa A pari, quelli con Z e N dispari sono
molto meno stabili (in altre parole hanno un'energia di legame inferiore)
di quelli aventi Z e N pari. E' stata quest'osservazione a suggerire che
le forze nucleari sono forze che si esercitano tra coppie di corpi.
Per
stabilire quali atomi o isotopi di un elemento sono più stabili di altri
si applicano le seguenti regole:
- Maggiore
è l’energia di legame per nucleone, più stabile è il nucleo.
- Nuclei
di elementi a basso numero atomico, con rapporto neutrone/protone di 1
: 1 sono molto stabili.
- I
Nuclei più stabili tendono ad avere un numero pari di protoni e di
neutroni.
Energia per nucleone
Consideriamo
il nuclide 16 dell’Ossigeno: esso contiene 8 protoni, 8 neutroni e 8
elettroni, possiamo allora immaginarlo composto da 8 atomi d'Idrogeno più
8 neutroni.
Ciascun
atomo d'Idrogeno ha una massa di 1,0078252 u.m.a., ciascun neutrone ha una
massa di 1.0086652 u.m.a., per cui la sua massa totale dovrebbe essere di:
(1,0078252
x 8) + (1,0086652 x 8) = 16,1319232 u.m.a., invece la massa reale
dell’Ossigeno 16 è di 15,9949150 u.m.a.. La differenza tra la
massa calcolata e la massa reale è chiamata "difetto di massa".
Per
l’atomo d'Ossigeno 16 questo difetto di massa è quantificato in
0,1370082 u.m.a., questa massa è stata trasformata in energia che si
sviluppa nel momento di formazione del nucleo, ed è la stessa quantità
d'energia che deve essere fornita al nucleo affinché avvenga la
separazione dei suoi nucleoni.
- Con
la relazione E=m*c2 convertiamo il
difetto di massa in energia:
·
Quest'energia,
(2,0445639 * 10 -11 J) è l’energia di legame nucleare che
divisa per il numero dei nucleoni costituenti il nucleo dà l’energia
unitaria per nucleone:
Proviamo
a considerare l’atomo d'Uranio 238 e calcolarne il difetto di massa:
92
atomi di Idrogeno = 1,0078252 x 92 = 92,719918 u.m.a.
146
neutroni = 1,0086652 x 146 = 147,265119 u.m.a.
Per
un totale di 239,985038 u.m.a., ma la massa reale dell’Uranio 238 è
238,0289 u.m.a. e quindi facendo la differenza la massa mancante
corrisponde a 1,956138 u.m.a. da cui, sempre applicando la relazione E =
m*c2 l’energia di legame nucleare è:
·
E
l’energia unitaria per nucleone:
Se
si confronta l’energia di legame per nucleone del Nuclide 16
dell’Ossigeno e quella dell’Uranio 238 è evidente che la stabilità
del primo è maggiore.
Stabilità e instabilità nucleare
Quando
un nucleo è stabile lo si considera nello stato fondamentale. Come si è
detto, la stabilità dipende dal valore particolarmente alto dell'energia
di legame e dunque corrisponde alla difficoltà di estrarre dal nucleo
qualcuno dei suoi costituenti. Se invece la configurazione del nucleo
viene alterata attraverso un cambiamento di energia indotto dall'esterno,
per esempio bombardandolo con particelle, il nucleo stesso viene a
trovarsi in uno stato "eccitato". Le proprietà nucleari vengono
in genere riferite alla situazione di stato fondamentale, ma lo studio
degli stati eccitati risulta molto utile ai fini della comprensione della
struttura interna dei nuclei.
Risultati
molto interessanti sono stati ricavati dall'esame degli stati dei
cosiddetti nuclei speculari, quei nuclei cioè con uguale numero di massa
A, ma tali che il numero di protoni Z dell'uno sia uguale al numero di
neutroni N dell'altro e viceversa. Dopo aver sottratto il contributo
elettrostatico, questo esame dimostra una sostanziale identità, come se
neutroni e protoni fossero interscambiabili: ciò è prova assai
importante del fatto che le forze nucleari sono simmetriche rispetto alla
sostituzione di neutroni con protoni. In sostanza, i nuclei con lo stesso
A si comportano allo stesso modo per quel che concerne la loro struttura
puramente nucleare, mentre differiscono per la struttura elettromagnetica.
Le
osservazioni effettuate hanno anche permesso di trarre conclusioni
importanti sul legame esistente tra il numero di nucleoni presenti in un
nucleo e la sua stabilità. Per piccoli valori di Z e di N le
configurazioni nucleari stabili corrispondono a un numero uguale di
protoni e di neutroni (Z = N); al crescere di Z il numero di neutroni
necessari a garantire la stabilità aumenta, superando di gran lunga il
numero di protoni presenti nello stesso atomo. L'andamento appena
descritto è reso molto bene dalla cosiddetta curva di stabilità, che si
ottiene riportando tutti i nuclei stabili esistenti in natura su un piano
cartesiano i cui assi rappresentano il numero di protoni Z e il numero di
neutroni N.
Più
un nucleo è lontano dalla curva, vale a dire più la coppia Z-N si
discosta dai valori ottimali, maggiore è l'instabilità che lo
contraddistingue.
Il rapporto tra numero di protoni e
numero di neutroni che si trovano in un nucleo non è dunque casuale. Se
infatti volessimo costruire nuclei atomici aggregando a caso un certo
numero di nucleoni, la maggior parte delle combinazioni risulterebbe
instabile e darebbe origine alle reazioni di decadimento che sono
descritte nel seguito.
LE TRASFORMAZIONI DEL NUCLEO
Alla base delle emissioni radioattive c'è la tendenza di alcuni nuclei a
portarsi verso configurazioni sempre più stabili. Così un nucleo che si
trova in uno stato eccitato, avente in pratica energia superiore a quella
dello stato fondamentale, si libera dell'energia in eccesso emettendo
particelle alfa, beta, o fotoni gamma. La radioattività, oltre che
naturale, può anche essere provocata artificialmente. Se, infatti, si
"eccita" un nucleo bombardandolo con particelle come protoni o
neutroni, esso tornerà, o si avvicinerà, allo stato fondamentale
emettendo radiazioni.
La
radioattività naturale si presenta in quasi tutti i nuclei aventi numero
atomico Z compreso tra 81 e 92; essi si trasformano in nuclei più
leggeri, le cui caratteristiche chimiche sono ben distinguibili da quelle
dei nuclei iniziali.
La
legge che descrive il decadimento radioattivo è di tipo esponenziale.
Questa legge mostra come si riduce al passare del tempo il numero di
nuclei di partenza a causa del loro decadimento. Un parametro molto
importante che compare nella formula è la "vita media". Dopo
che è trascorso un tempo pari alla "vita media", quasi i due
terzi dei nuclei iniziali risultano aver subito il decadimento
radioattivo.
La
"vita media" varia a seconda del nucleo considerato: può
oscillare dal millesimo di miliardesimo di anno ai cento milioni di
miliardi di anni. Il suo valore è un chiaro indice della stabilità del
nucleo cui si riferisce: una vita media breve è segno d'instabilità e
quindi di predisposizione al decadimento radioattivo; i nuclei stabili
invece vantano vite medie lunghissime.
Non
è detto che un nucleo radioattivo decada direttamente in un nucleo
stabile; può accadere che esso decada in un nucleo instabile a sua volta
soggetto a decadimento radioattivo. Il processo in cascata continua finché
non si giunge a un nucleo stabile. Si parla allora di serie radioattiva.
Gli
elementi naturalmente radioattivi sono stati raggruppati in tre serie che
prendono nome dai tre elementi che fungono da capostipite: la serie
dell'uranio, la serie del torio, la serie dell'attinio. I capostipiti
hanno vite medie molto lunghe (rispettivamente 6,5, 20 e 1,3 miliardi di
anni) e decadono in elementi più leggeri; il processo di decadimento si
arresta quando viene generato un isotopo stabile del piombo. Esiste anche
la serie del nettunio che però contiene anche nuclei radioattivi non
esistenti in natura ma generati in laboratorio (elementi transuranici); la
serie termina in un isotopo stabile del bismuto.
I
nuclei appartenenti a una stessa serie differiscono l'uno dall'altro per
quattro nucleoni, poiché il decadimento che fa passare dall'uno all'altro
corrisponde all'emissione di particelle alfa. In un numero limitato di
casi può verificarsi anche il decadimento beta il quale, trasformando un
neutrone in un protone, non comporta il cambiamento del numero di massa A.
Gli isotopi instabili che decadono
emettendo particelle alfa, beta o raggi gamma, sono detti radioisotopi; se
ne conoscono circa un migliaio ma le loro vite medie e le difficoltà
legate alla loro produzione fanno sì che solo un centinaio siano
utilizzabili per applicazioni pratiche.
RADIAZIONI IONIZZANTI
Molti nuclei sono instabili poiché la loro energia di legame non è
sufficiente a tenere insieme i nucleoni che li costituiscono. Insorgono
allora processi spontanei di trasmutazione nel corso dei quali i nuclei
instabili si trasformano in nuclei più stabili. Questi processi vengono
anche chiamati decadimenti radioattivi perché sono accompagnati
dall'emissione di radiazioni di diversa natura: raggi gamma, particelle
alfa e particelle beta.
Queste
emissioni che avvengono durante il periodo di decadimento radioattivo sono
chiamate anche "Radiazioni ionizzanti" e posseggono, in misura
diversa, un potere penetrante nella materia.
Le
radiazioni (trasporto di energia nello spazio) incontrando la materia
possono trasferire la loro energia agli atomi o molecole, eccitandone gli
elettroni. Se l’energia è sufficiente a sottrarre l’elettrone alle
forze d’attrazione del nucleo si otterrà un atomo o molecola ionizzati.
L’energia
delle radiazioni ionizzanti si esprime in elettronvolt (eV), 1eV definisce
l’energia acquistata da un elettrone quando attraversa una differenza di
potenziale di 1 Volt nel vuoto.
Altro
parametro caratteristico delle radiazioni è il potere penetrante, ovvero
la capacità di attraversare spessori più o meno elevati prima che le
radiazioni siano arrestate.
Com'è
noto, la radioattività è una normale componente dell’ambiente naturale
per cui l’uomo è stato costantemente esposto alle radiazioni d'origine
naturale fin dal suo apparire sulla terra e queste sono rimaste l’unica
fonte d'irradiazione fino a poco meno di un secolo fa.
Ancora
adesso, nonostante il largo impiego di sostanze radioattive artificiali e
d'impianti radiogeni di vario genere, la radioattività naturale continua
a fornire il maggior contributo alla dose ricevuta dalla popolazione ed è
assai probabile che ciò continui a verificarsi anche in futuro.
Nella
radioattività naturale si distinguono due componenti, una di origine
terrestre e l’altra extra-terrestre. La prima è dovuta ai radionuclidi
primordiali contenuti in varia quantità nei materiali inorganici della
crosta terrestre (minerali, rocce) fin dalla sua formazione.
La
seconda è costituita dai raggi cosmici, anche conosciuti come "
Radiazione di fondo ".
I
principali radionuclidi primordiali sono, il Potassio (K-40), il Rubidio
(Rb-87), e gli elementi delle due serie radioattive dell’Uranio (U-238),
e del Torio (Th-232).
Generalmente
s'ignora la serie dell’isotopo 235 dell’Uranio (U-235), data la
modesta abbondanza relativa del capostipite, anche se ciò non sempre è
giustificato in termini dosimetrici.
La
concentrazione dei radionuclidi naturali nel suolo non è equidistribuita,
ma varia da luogo a luogo in ragione della diversa conformazione geologica
delle varie aree prese in esame.
Ad
esempio, nelle rocce ignee, la concentrazione di U-238 è generalmente
maggiore che nelle rocce sedimentarie, come i calcari o i gessi, anche se
in alcune rocce sedimentarie d'origine marina si è riscontrata
un’elevata concentrazione di questo radionuclide.
Inoltre,
nelle rocce "acide", sia il Torio sia l’Uranio sono più
abbondanti che nelle rocce "basiche".
Tipici
valori di concentrazioni di attività nel suolo sono compresi tra i 100 e
700 Bq * Kg-1 per il K-40, e tra 10 e 50 Bq*Kg-1 per
le serie radioattive di U-238 e Th-232.
L'emissione di raggi gamma
L'emissione
di raggi gamma avviene in quasi tutti i nuclei instabili e di solito
corrisponde all'eliminazione d'energia in eccesso: un nucleone può
trovarsi per esempio in uno stato di alta energia avendo tuttavia libero
uno stato di energia più bassa; il nucleone passa nello stato inferiore e
contemporaneamente la differenza di energia è rilasciata sotto forma di
fotone gamma, cioè di onda elettromagnetica (è evidente la forte
analogia col processo di emissione spontanea che si verifica con gli
elettroni degli atomi – fluorescenza e fosforescenza).
I raggi gamma
Sono
onde elettromagnetiche, come la luce, e non di natura corpuscolare, la
loro frequenza dipende dalla sostanza ed ha una lunghezza d’onda
compresa tra 10-11 e 10-14 metri.
Sorgente: nuclidi radioattivi
Energia: la loro energia è proporzionale alla frequenza: da ca.10 keV a 10 MeV
Velocità: "c" (300.000 Km/sec. velocità della luce).
Potere penetrante: forte (100 volte maggiore dei raggi beta), qualche centimetro di piombo
ne diminuisce l’intensità di un fattore 2.
Potere ionizzante: ionizzazione indiretta dell’aria per mezzo di elettroni.
Grado di pericolosità: sempre pericolosi anche se emessi da sorgente
esterna al corpo umano.
Il decadimento beta
Il
decadimento beta è uno dei fenomeni più importanti nella fisica
nucleare. E’ il più comune, e tutti gli elementi radioattivi hanno
isotopi che decadono in questo modo, Corrisponde alla trasformazione di un
neutrone in un protone oppure, e in tal caso si parla di decadimento beta
inverso, alla trasformazione di un protone in un neutrone.
Quando
un neutrone si trasforma in un protone, il decadimento è accompagnato
dall'emissione di un elettrone e di un antineutrino (l'antiparticella del
neutrino); la presenza dell'elettrone garantisce che la carica elettrica
del sistema rimanga inalterata prima e dopo il processo, si parla in
questo caso di decadimento "beta – ".
Quando
invece si ha la trasformazione di un protone in un neutrone, sono emessi
un neutrino e un positrone (un elettrone di carica positiva), si ha allora
decadimento "beta +".
Il
decadimento beta all'interno di un nucleo atomico accade quando il nucleo
stesso presenta un eccesso di neutroni o di protoni, eccesso che deve
essere eliminato.
In
precedenza si è fatto notare come il numero di protoni e neutroni sia
essenziale per determinare la stabilità di una certa configurazione
nucleare.
Le
configurazioni privilegiate sono quelle che, nel diagramma Z-N, si
dispongono lungo la curva di stabilità. Se un nucleo si trova sopra tale
curva, significa che al suo interno c'è un eccesso di neutroni. S'innesca
allora un decadimento beta: uno dei neutroni del nucleo diviene un protone
e contemporaneamente avviene l'emissione di un elettrone e di un neutrino.
Così,
il nucleo ha un protone in più e un neutrone in meno rispetto al nucleo
di partenza. Il trovarsi al di sotto della curva di stabilità indica
invece che il nucleo contiene un eccesso di protoni.
Il
decadimento beta inverso provvede alla loro "eliminazione": essi
sono trasformati in neutroni mentre sono emessi positroni e neutrini.
Dunque,
quando avviene all'interno di un nucleo, il decadimento beta avvicina il
nucleo alla curva di stabilità.
Il
processo lascia invariato il numero di massa A, ma cambia Z ( aumenta di
un’unità nel decadimento "beta –" , diminuisce di un’unità
nel decadimento "beta +").
Il
decadimento beta è descritto dalle interazioni deboli e i protoni si
trasformano in neutroni solo quando sono all'interno di nuclei: non è mai
stato osservato il decadimento beta di protoni liberi.
Questo
comportamento dei protoni è legato alla loro massa. Quando una particella
decade lo fa sempre trasformandosi in una particella più leggera. Per
esempio, i neutroni decadono in protoni. I protoni però non hanno
particelle più leggere in cui decadere. All'interno dei nuclei invece la
presenza dell'energia di legame altera, anche se di pochissimo, i valori
delle masse dei nucleoni. Può accadere così che un protone si trasformi
in un neutrone.
Raggi beta
Flusso
di particelle di elettroni (beta - , negativi) e di positroni (beta +,
elettroni positivi) emessi dal nucleo in disintegrazione. Alcune di queste
particelle aventi alta velocità interagiscono con la materia, con
conseguente emissione di raggi X (naturali).
Sorgente: nuclidi radioattivi
Energia: da qualche keV a molti MeV, ma di rado superiore ai 4 MeV.
Velocità: da 150.000 km/s a "c" (velocità della luce)
Potere penetrante: debole (100 volte minore dei raggi gamma e 100 volte maggiore dei raggi
alfa), non superano una barriera dello spessore di 5 mm. d’alluminio o
2,5 cm di legno, inoltre non penetrano per oltre un centimetro nella
pelle. Con un’energia di 3 MeV una particella beta percorre nell’aria
circa un metro.
Potere ionizzante: molto basso, 4 coppie di ioni per millimetro con energia di 3 MeV.
Grado di pericolosità: il limitato potere penetrante fa si che la loro
pericolosità sia limitata se emesse da una sorgente esterna al corpo;
sono dannose se la sorgente è interna.
L'emissione di particelle alfa
L'emissione
di particelle alfa da parte del nucleo può avvenire grazie ad un processo
caratteristico della fisica quantistica detto effetto tunnel: i due
protoni e i due neutroni riescono in pratica a sfuggire pur possedendo una
quantità d'energia insufficiente a rompere i legami nucleari. E' come se
un sasso lanciato in aria, riuscisse a sfuggire all'attrazione
gravitazionale terrestre e a volare nello spazio, nonostante la poca
energia impressagli dal lanciatore. Questo fenomeno è perfettamente
spiegato dalla meccanica quantistica ed è importante specialmente per i
nuclei con numero atomico Z maggiore di 82 (piombo). In seguito a questo
decadimento si ha una diminuzione di Z di 2 unità o di A di 4 unità.
Raggi alfa
Particelle
costituite da nuclei di Elio (2 neutroni e 2 protoni) che hanno una doppia
carica positiva.
Sorgente: nuclidi radioattivi
Energia: raramente inferiore ai 4 MeV.
Velocità: da 15.000 a 20.000 km/s
Potere penetrante: molto debole (100 volte minore dei raggi beta), non oltrepassano un
foglio di carta, una lamina di alluminio dello spessore di 50 micron o lo
strato basale dell’epidermide; nell’aria se possiedono un’energia di
3 MeV percorrono dai 2 agli 8 centimetri. Con un’energia di almeno 7,5
MeV possono penetrare nella pelle.
Potere ionizzante: molto elevato, (1000 volte maggiore dei raggi beta), con un’energia
di 3 MeV producono 4000 coppie di ioni per millimetro.
Grado di pericolosità: solo se emesse da una sorgente interna al corpo
umano, possono creare gravi danni in conseguenza dell’elevato potere
ionizzante.
Altra
fonte di radiazioni ionizzanti sono i raggi cosmici; con questo nome
s'identificano fenomeni di varia natura (nuclei atomici, elettroni,
positroni, raggi gamma, sciami fotoni-elettroni) e risulta abbastanza
facile intuire che la loro sorgente è di origine extraterrestre.
La
loro energia è molto elevata, dell’ordine di molte migliaia di MeV (da
108 a 1020 MeV), con elevatissima velocità, prossima alla velocità della
luce; hanno un forte potere penetrante e ionizzante ma data la loro scarsa
presenza hanno una pericolosità trascurabile.
UNITA’
DI MISURA, DOSE ASSORBITA, EQUIVALENTE ED EFFICACE
Con
il termine "Attività" di una sostanza radioattiva si intende il
numero di nuclei di questa sostanza che si disintegrano nell’unità di
tempo:
una
vecchia unità di misura dell’attività è il Curie (Ci), ora sostituita
nel Sistema Internazionale (S.I.) dal Bequerel (Bq):
1
Ci = 3.700.000 dis./sec.
1
Bq = 1 dis./sec.
Per
quantificare il danno biologico delle radiazioni sugli organismi sono
state introdotte delle unità di misura che definiscono la "Dose
assorbita" , cioè l’energia depositata dalla radiazione nel
materiale irradiato per unità di massa:
la
più antica è il "RAD"
1
RAD = 100 erg/g
Attualmente
nel S.I. si usa il "GRAY" (Gy):
1
Gy = 1J/Kg
1
Gy = 100 RAD
Ma
l’effetto delle radiazioni, anche a parità di energia è dipendente dal
tipo di radiazione.
Perciò
si è introdotto il fattore di qualità della radiazione "Q", la
grandezza che si considera diventa quindi l’equivalente di dose
"H" legata alla dose assorbita "D" dalla relazione:
H = QxD
Per
elettroni, raggi X e raggi gamma Q = 1
Per
neutroni e protoni Q da 5 a 20
Per
le particelle alfa Q = 20
Infine
si deve tenere conto anche della diversa sensibilità (Fp) dei vari
tessuti e organi alla radiazione; è per questo che viene introdotto il
concetto di dose efficace (E)
Valori
di Fp per i vari organi:
|
gonadi;
midollo, mammella, polmoni, tiroide, fegato, esofago, colon;
cute, superficie ossea;
cervello, intestino, rene, milza, utero, pancreas, muscoli
|
0,20
0,12
0,01
0,05
|
Le unità di misura dell’equivalente di dose e della dose efficace
sono:
1
Rem = 100 erg/g
che
nel Sistema Internazionale è stata sostituita dal Sievert (Sv):
1
Sv = 1 J/Kg
da cui 1 Sv = 100 Rem
|