Turi Grasso

Oltre mezzo secolo con i pupi di Acireale

 

Acese purosangue, nato nel 1933, Turi Grasso è oggi  l’unico puparo presente nel panorama della tradizione di Acireale.

Dopo aver svolto molteplici lavori sempre nel campo dell’artigianato e dell’arte, all’età di 16 anni si accosta per la prima volta all’opera dei pupi, assistendo  agli spettacoli di via Alessi dove il puparo Emanuele Macrì, notandone l’assiduità e l’interesse, lo volle con sé come manovratore e successivamente come costruttore di pupi.

Si delinea così la vera vocazione di Turi che, al fianco di Macrì, dal quale apprende velocemente tutti i segreti, partecipa a numerose tourneè in Italia e all’estero.

Ma dieci anni dopo Turi decide di lasciare la compagnia del Macrì e di tentare da solo l’avventura del puparo.

Dopo aver costruito i primi pupi, aiutato dalla moglie Venera, che a tutt’oggi ha il difficile compito di costumista dei pupi, Turi vuole realizzare il suo sospirato sogno: mettere in scena i pupi con una sua compagnia; appronta quindi il banco di manovra, le scene, le quinte, la bocca d’opera e inizia le prime rappresentazioni di piazza in piazza.

Turi, da buon acese, realizza i suoi pupi secondo i canoni della tradizione: la struttura è di legno e ferro imbottita di paglina, l’armatura di rame, interamente sbalzata a mano, le teste di legno scolpite e dipinte con maestria, i costumi di tessuti pregiati, completano i pupi che possono definirsi: vere e proprie opere d’arte.

La messa in opera dello spettacolo viene accuratamente preparata, prendendo spunto dai testi della Chançon de Roland, dai testi di G. Lo Dico, dalla Gerusalemme Liberata, liberamente rielaborati dal maestro Turi Grasso, il quale prepara i copioni, che reciterà da dietro le quinte, dando voce a tutti i personaggi la cui manovra richiede la forza e l’abilità di almeno tre manovratori.

La prima del suo spettacolo, nel 1963, è un vero trionfo che realizza il suo sospirato sogno.

Da allora in poi Orlando, Rinaldo, Agricane, Gano di Magonza Carlo Magno, Angelica, tutti i personaggi di Turi sono stati ammirati ed applauditi da moltissime persone rappresentando e tenendo alto il nome della città e del puparo a cui appartengono.

 

L'ultimo puparo

 

Vito Finocchiaro (da L'italia Turistica 1976)

"... Si disse, ad esempio, che con Macrì morivano i pupi ad Acireale.... Ma che non erano i "Pupi" a morire ma bensì il "puparo", fu facile anticipare, se è vero come è vero che la tradizione del "teatro" acese ha una doppia continuità: quella de "I pupi di Sicilia" e quella della Compagnia Turi Grasso il più sensibile e dotato allievo del Maestro".

 

 

Giuseppe Vecchio (da La Sicilia 1976)

"... Turi Grasso è un puparo autentico, per lui  i pupi sono tutto, come lo erano per Macrì. Come "il maestro", Turi è innamorato dei suoi pupi, e niente e nessuno potrà convincerlo che sono cose d'altri tempi".

 

Giuseppe Provenza

(da Atlante, Itinerari Turistici 1984)

 

"...Nel 1974 cessava l'attività del Macrì, la scuola acese si è divisa in due tronconi: uno fedele alle tematiche tradizionali, l'altro più innovatore, di cui è espressione il puparo Turi Grasso".

 

 

 

Elisabetta De Lorenzo

(da Tesi di Laurea: I pupi di Acireale - Siracusa 2002)

"...Su Turi bisogna anche dire che è rimasto l'unico costruttore di pupi e scene ad Acireale... quindi è da considerarsi un vero maestro..."

TURI  ‘U  PUPARU

 

‘N pezzu di lignu ‘mmenzu e ‘ita

su’ vota e su furrìa

circannici ‘u versu.

 

Poi chianta ‘u primu

assatanatu corpu:

ogni martiddiata, ‘n pinzeri;

ogni pinnillata, ‘na fantasia:

pigghia furma e sustanza,

‘u pupu.

 

‘A vucca ca ridi ‘nsultanti,

janchi, terribili denti

tra labbra russi di focu,

‘a varba di pici

e i capiddi comu lava da’ Timpa.

 

E poi, ccu pazienti mazzolu,

puntu a puntu,

cci'rraccama l’armatura,

c‘a luciari ‘nto suli

d'u tiatru di carta pittatu...

 

‘A mugghieri ci cusi li robbi

e comu ‘n picciriddu

s'u ‘mpuni e ‘u vesti.

 

Ora è lestu, 'u pupu.

Iddu, 'u puparu,

‘a vuci cci duna,

i so' figghi, muvennulu, ‘a vita.

 

‘A tristizza, 'a stanchizza,

‘u nemicu, ‘u Saracinu,

‘cca spada ‘nto çiancu,

tuttu, vinci,

‘u pupu.

 

PATRIZIA  PATANE’  GRASSO